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Aprile 21, 2021, mercoledì

Bologna suona: dalle radici a oggi guardando sempre al futuro

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di Giulia La Face

(parte prima)

In una intervista recente, un cantautore emiliano che ancora è sulla breccia e oggi molto fa per i giovani musicisti, Andrea Mingardi, così si è espresso: ”Bologna è la città della musica, delle balere, degli orchestrali. Qui ci sono le radici di tutta la canzone d’autore italiana.”

Come dargli torto. Qui dagli anni ’60 si è sviluppata, dando origine a una vera “scuola” bolognese,  una scuola di musicisti e autori  che hanno lasciato un segno profondo nel panorama musicale italiano   e in qualche caso internazionale.

Dalla scena punk degli anni ’70, dal rock demenziale e innovativo, di rottura, di Freak Antoni e degli Skiantos, cui dobbiamo un cambio di marcia nelle sonorità e nella ricerca musicale rock, siamo passati, senza che passino mai davvero, ad autori e cantanti come Lucio Dalla, Francesco Guccini,  Gianni Morandi, Luca Carboni, Andrea Mingardi, Vasco Rossi, Curreri e gli Stadio, Bersani , Antonacci, Cremonini. In regione passando per la via Emilia  non dimentichiamo Zucchero e Ligabue e potremmo continuare.

Dentro questi nomi e intorno a loro un movimento di musicisti di altissima levatura, produttori come Renzo Cremonini, industria discografica, arrangiatori di talento come Mauro Malavasi, che hanno lasciato il segno in campo musicale in tutta Italia.

Qualcuno dice che quella “scuola” pare aver esaurito il suo ciclo vitale. Eppure sotto le Due Torri la ricerca musicale non si ferma.In una recente intervista a La Repubblica, in occasione del lancio del suo ultimo disco “Pop up”, Luca Carboni, dispiaciuto e risentito per questa negatività, ribatte: “Non è vero che qui non si crea e non succede più nulla”. Certo Bologna è cambiata come ovunque, a colpi di crisi, con la fine del cantautorato comunemente inteso e della industria discografica, che è stata soppiantata dalla possibilità, democratica ma anche livellante, dell’autoproduzione e autopromozione via Internet.

Chi passa di qua ha questo ricordo di Bologna: un crocevia in continuo fermento di grande musica, sinergie, collaborazioni.

Oggi Bologna è insignita del titolo di Città della Musica. Questi portici, queste vie, questi muri hanno ascoltato mille storie e visto passare il meglio della musica italiana a partire da quella classica. Si riparte da qui?

Ce lo chiediamo in molti. Uno che può raccontarci cosa era la Bologna fucina dei grandi talenti nazionali, è un musicista che si è conquistato gli allori sul campo, letteralmente. Ha suonato e collaborato come chitarrista con Dalla, Carboni e con tante eccellenze del panorama nostrano e non solo. Mi faccio raccontare da lui com’era la Bologna di venti anni fa, per riprendere il filo rosso della storia… e chissà che non se ne venga a capo.

Incontro Mauro Gardella a casa mia. È una persona di grande compagnia, intelligente, sensibile, disposto a raccontare e raccontarsi, sebbene si colga una estrema gentilezza e un qualche pudore nel farlo. Un grande musicista, un chitarrista d’eccezione, uno che non le ha mai mandate a dire e che di palchi importanti ne ha calcati molti. Con un carattere particolare, che qualche pena gli è costata.

Mauro Gardella in concerto- Foto di Martina Toppi

 Partiamo a braccio, nessuna formalità, anche se pregustare la Storia di quei giorni lì, quelli del Dalla in auge e di un Carboni che cavalca l’onda del successo, fa effetto.

Mauro, sei stato un chitarrista che ha avuto la fortuna di suonare con i grandi artisti di questa città e non solo. Come è cominciata la tua avventura?

Ho cominciato molto giovane. Amavo la chitarra in modo indicibile e già da adolescente trascorrevo molte ore sullo strumento. Ero autodidatta ma pieno di passione. Bologna era piena di musica, c’erano concerti ovunque. I miei idoli, oltre i nomi internazionali dei Deep Purple, Led Zeppelin, David Bowie o Rod Stewart, per citarne solo alcuni, erano proprio gli artisti della mia città.

Ero giovane, mi sentivo un pò un “nerd”: niente ragazze, nessun amico di scuola o fuori che suonasse come me, ore sulla chitarra in attesa del mio momento. In realtà mi davo da fare moltissimo . Dopo aver suonato mi dicevo: ”Bene, a chi vado a rompere le scatole oggi?”. E andavo nelle sale di registrazione, a vedere provini o per le audizioni.

Lucio Dalla e Luca Carboni – immagine da Web

Quindi tu andavi in queste sale di registrazione e ti proponevi? Si poteva davvero fare una cosa così a Bologna?

Certo. Entrare lì, agli Studios di via Massarenti o nello studio di registrazione di Malavasi, il Clock Studio, era come entrare nel tempio della musica allora e non solo bolognese. Mi sentivo sicuro, conoscevo la mia musicalità e contavo sul fatto che prima o poi mi avrebbero notato.

Esatto. So che registrasti in una audizione un assolo di chitarra che Dalla inizialmente snobbò. Poi sei diventato il “ricercato numero uno” a Bologna e non solo! Mi racconti questo episodio che poi rappresenta il tuo esordio favoloso?

 Lucio Dalla stava facendo audizioni in sala di registrazione. Io andavo lì quasi ogni giorno. Alla fine mi dissero di far sentire cosa sapevo fare e io suonai un assolo di chitarra per un pezzo un pò veloce, un pò pop. Dalla non rimase colpito e dopo mi mandò via dicendomi : “Bene hai avuto i tuoi due minuti di gloria. Ora vai via”. E così feci. Ero felice perchè da solo ero riuscito con la mia determinazione a farmi ascoltare. Partii per le vacanze. Al mio rientro mi chiamò l’unico amico che era a conoscenza di questa mia folle impresa e mi disse:“Corri, corri che ti cercano nello studio di Malavasi” ( arrangiatore e produttore artistico n.d.r.).

IMMAGINE DA web

E cosa era successo?

Praticamente Dalla riascoltando quelle registrazioni scoprì letteralmente il mio assolo di chitarra: lo voleva a tutti i costi per un suo brano “È l’amore”, contenuto nel disco “Cambio” dove c’è anche “ Attenti al lupo”. Solo che si accorsero, sia lui che Malavasi, di non sapere affatto chi io fossi né come mi chiamassi. A quel punto Dalla fece mettere un annuncio su tutti i maggiori quotidiani italiani di allora, per ritrovarmi. “Pazzo fatti sentire”, titolavano l’Unità e La Repubblica, perchè lui mi chiamava “pazzo” in quanto era solito dare soprannomi a tutti

Infatti, ho ritrovato un articolo dell’epoca, in cui Dalla disse di te:”Doveva essere alto e avere vent’anni. Uno di quelli che conosce tutti ma nessuno conosce lui. Bravissimo. Un chitarrista eccezionale, una autenticità addosso che vai cercando sempre e che è difficile da trovare”. Un bel lancio non c’è che dire!

Sicuro! Quando arrivai da Malavasi mi disse: “Guarda chi c’è? Sbucò Lucio a braccia aperte che mi disse: ”Pazzo, dove eri finito?” Gli risposi che ero partito dopo che lui mi aveva mandato praticamente a quel paese. Dalla mi rispose che non bisognava far caso a ciò che diceva, perchè lui spesso aveva dei “tiramenti”. Così firmai il contratto e cominciai a farmi conoscere. Ebbi una forte crescita della mia autostima. Le ragazze cominciavano a riconoscermi per strada. Il mio nome cominciava a circolare nell’ambiente musicale bolognese. Ero molto giovane e mi consideravano un pò come uno che aveva avuto una gran fortuna a incontrare Dalla. Del resto a Bologna potevano succedere queste cose. Era incredibile.

Articolo de L’Unità- immagine da WEB

Infatti il giornalista che firmò il “pezzo” sulla ricerca di Dalla del chitarrista “Pazzo”, non mancò di notare che queste cose solo a Bologna potevano accadere. “In una città dalla musica diffusa e incredibilmente ricca e imprevedibile”. Cosa successe dopo?

Feci amicizia soprattutto con il produttore artistico Malavasi, con il quale condividevo una forte affinità musicale. Talvolta mi faceva da sponda con Lucio, quando intervenivo con una idea, spesso in modo molto poco ortodosso, essendo molto giovane e molto “carico”. E Malavasi mi lasciava sempre spazio per esprimere una idea, una intuizione. Fu lui a creare per me le situazioni giuste. In particolar modo con Morandi e Carboni. Con Luca ho collaborato per quattro o cinque anni, mentre con Morandi ho inciso il disco dove c’è “Banane e lamponi” e fatto un tour promozionale. Ho fatto oltre trenta dischi, contando altre collaborazioni. Essere dell’ambiente bolognese allora contava molto per entrare in contatto con il gran mondo musicale.

E con Carboni come andò?

In verità prima di finirci a suonare insieme avevo tentato di conoscerlo. Faceva parte del mio stile giovanile quello di cercare contatti. Già intorno ai 16 anni cercavo di avvicinarmi in tutti i modi all’ambiente musicale bolognese, molto fervido, parliamo della fine degli anni ’80. Per arrivare a Luca ne combinai una delle mie. Riuscii ad ottenere il numero dei genitori, all’epoca erano anche in elenco. Mi rispose il fratello, Chicco.

Mi spacciai per il produttore di allora di Carboni, Roberto Costa, dicendo di aver perso l’agenda con tutti i numeri. Mi feci dare il recapito che Luca aveva in macchina, allora aveva un telefono sulla sua auto. Lo chiamai e mi proposi come musicista. Luca rimase di sasso e anche un pò scocciato che io fossi a conoscenza di un numero che avevano solo i suoi contatti privati.

Dopo qualche anno, ero già il suo chitarrista, nel tour europeo tra ’92 o ’93, eravamo a cena, in Germania. Carboni raccontò questo episodio, dicendo che anni prima un tizio lo aveva cercato raccontando un sacco di bugie per arrivare a lui. Io ero a tavola ma non sono mai riuscito a dirgli che quel ragazzino “esaltato” ero proprio io!

Luca Carboni a sinistra con il chitarrista M. Gardella – Immagine concessa da M. Gardella

Ecco allora puoi dirglielo adesso !

“Luca, ero io il ragazzino che estorse con l’inganno il tuo numero privato e ti telefonò!!! Ti scuso per non avermi riconosciuto!”

Ma in effetti ne combinavo parecchie. Ero giovanissimo rispetto a tutti i musicisti con cui mi capitava di collaborare. Avevo 18-20 anni a quei tempi. Ero esuberante e molto gasato, stavo vivendo un sogno. Con Luca feci cinque tour. Ebbi l’occasione di incontrare e suonare con grandi musicisti come Ramazzotti, Pino Daniele, Jovanotti. A un giovane allora si faceva spazio, a Bologna questo accadeva. Ebbi occasione di parlare anche con David Bowie, il mio grande idolo.

Tour Carboni 1992 – Foto da WEB

Raccontami come è andata!

Nel 1990 stavo finendo il militare. Mi chiama il produttore artistico e arrangiatore bolognese Malavasi e mi chiede di prendere una licenza perchè c’era da registrare un disco. Arrivo in città e Malavasi mi presenta una splendida donna di colore, Ava Cherry e scopro che era stata una fidanzata di Bowie nonché sua corista. Malavasi registra il suo disco che doveva chiamarsi “Fever”, con me come chitarrista. In realtà per problemi con la Warner Bros. non se ne fece più nulla e uscì solo un singolo. Comunque terminato l’album lo spedisce a Bowie che chiama lo studio di registrazione per complimentarsi.

Ava mi chiama e mi dice che c’è Bowie al telefono: non puoi immaginare che emozione! Si complimentò con me, per un mio assolo! Fu molto gentile, parlò con lentezza e aveva una voce profonda indimenticabile. Avevo 19 anni, immagina cosa poteva significare per me! Ecco questo capitava a Bologna, dove la sinergia musicisti, autori e produttori rendeva la città appetibile anche per le produzioni internazionali.

Quindi sentivi di appartenere a una sorta di “scuola” bolognese? Esisteva questa sorta di appartenenza per voi musicisti?

La mia giovane età mi faceva sentire sempre un pò “fuori”, sebbene anelassi a sentirmi pienamente parte di quel circuito magico cui già appartenevano chitarristi famosi e più grandi di me come Solieri e Portera. Oggi percepisco di più di aver fatto parte di una scuola bolognese. Che aveva due grandi punti di riferimento: Vasco Rossi e Lucio Dalla. Sono un pò come l’ultimo dei Mohicani. Sono arrivato sul filo, mentre la musica stava per cambiare, sebbene ancora ci fossero a muoversi e rendere la scena musicale viva una quantità impressionante di autori , musicisti, produttori di razza.

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Lucio Dalla – immagine da WEB

A Bologna ci fu un grande produttore ad esempio che credette molto in Dalla, quando ancora faceva fatica a farsi notare, nonostante il suo incredibile talento. Era Renzo Cremonini, fu il primo a crederci e a investire su Dalla. C’era poi Malavasi, un vero “re Mida”, perchè i dischi da lui registrati e curati vendevano sempre e molto. C’erano musicisti, compositori e arrangiatori incredibili come Fio Zanotti e Celso Valli che hanno avuto in ruolo di primo piano nella storia della musica leggera italiana. Oggi questi investitori, a vario titolo, causa anche il cambiamento del mercato discografico, non ci sono più.

Ma oggi un giovane come te, con talento, sente ancora il traino, la spinta di questa scuola? Chi investe su di lui?

Bologna è stata insignita del titolo di Città della Musica dall’Unesco. Per il grande patrimonio musicale legato a nomi altisonanti della musica classica. E anche per la recente storia musicale, ovvio. C’è un Liceo Musicale voluto fortemente da Lucio Dalla che voleva si investisse sui giovani e un Conservatorio eccellente. Ma bisogna ripartire da capo. C’è una forte crisi autorale che investe in parte anche questa città. Ci sono pochi locali dove suonare. Perchè la musica, questo è importante, va suonata, sentita, vissuta. Dal vivo. Negli anni ’80 si facevano live ovunque. Oggi pochi investono sulla musica dal vivo. Internet consente una maggiore visibilità, alta circolazione dei prodotti e possibilità infinite di autoproduzione. Ma il talento vero fa più fatica ad emergere, ad essere visto, colto, sponsorizzato.

Quando ero ragazzino i grandi artisti partecipavano della vita dei bolognesi. Era facile incontrarli, parlarci. Potevi avvicinarli, come avevo fatto io. Era tutto un fermento. Accadevano eventi  incredibili come il “Festival Bologna Rock“,  del 1980, che dette spazio e rilievo a gruppi della scena punk, rock e new wave del panorama bolognese: i Gaznevada, i Radio City, i Luti Chroma e  un  gruppo di rottura notevole come gli Skiantos. Freak era un genio. Ricordo che quando mio fratello maggiore portò a casa “Monotono “ degli Skiantos sono letteralmente impazzito. Insomma un porto di mare dove se avevi talento prima o poi ti veniva riconosciuto.

Lucio Dalla e Francesco Guccini – Immagine da WEB

Io credo che Bologna sia ancora oggi una grande incubatrice. Aspetto e spero che tra i tanti musicisti che circolano e il livello è molto cresciuto, emergano artisti di spessore.

Certo esiste una eredità, un “fil rouge” che lega passato e presente. Ci sono un sacco di giovani talentuosi in giro. Laddove si può ancora suonare li incontri e ti vengono i brividi. Si vive però con un pò di nostalgia, specie le persone che ascoltano la musica. Che hanno conosciuto a fondo quegli anni d’oro della vita musicale bolognese. Su questo però sono d’accordo con Luca Carboni, non è vero che non si muova nulla. È  solo che sono cambiati i punti di riferimento, il modo di vivere la musicalità.

Questo è uno spunto interessante perchè andrò ad interpellare uno che la musica la fa e la sa fare ( un pò di suspance…), ma anche che con i giovani musicisti ci lavora e dà loro spazio, coniugando forse un passato molto live a un presente dove i locali e la presenza viva della musica possono aprire nuove porte verso un futuro musicale che Bologna merita.

Caro Mauro, prima di salutarti una domanda d’obbligo: il tuo di futuro? Cosa hai in cantiere?

Farò finalmente il mio disco, autoprodotto. Ho scritto pezzi in inglese per appassionati di rock blues. Quindi il futuro arriverà tra poco !!!

Osteria del Sole, luogo di incontri del passato e del presente- Immagine da Web

Giulia La Face

https://wordpress.com/post/metropolitandotblog.wordpress.com/6069

http://www.virtualbologna.it/?item=Musicau43nkt30gw7&lang=it

https://it.wikipedia.org/wiki/Bologna_Rock

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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