Cronaca

Cosa succede alle banche venete?

Sono giorni caldi per il sistema creditizio veneto. Il 22 marzo si chiuderà il termine dell’offerta presentata da  Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca nei confronti dei vecchi azionisti. Nell’occasione, verrà proposto un ristoro del 15% per socio (BPVI ha offerto 9 euro ad azione, circa il 15% del valore massimo che le stesse avevano raggiunto – cioè 62,5 euro – Veneto Banca il 15% del prezzo d’acquisto) in cambio della rinuncia di azioni legali contro i due istituti.

Verosimilmente, l’obiettivo sarà quello di convincere  l’80% dei 169 mila piccoli azionisti ad accettare la proposta, nel tentativo di accedere all’intervento pubblico di stabilizzazione finanziaria e scongiurare il rischio bail-in, obiettivo per il quale sono stati stanziati più di 600 milioni di euro.

Ricordiamo che a dicembre 2014 le azioni di BPVI valevano  62,5 euro, quelle di Veneto Banca 40,75, mentre ora valgono 10 centesimi di euro.  Come si è arrivati a tutto questo?

 

Le due banche, specialmente BPVI, hanno rappresentato per anni un’ancora di sicurezza per molti risparmiatori veneti. Durante la crisi finanziaria, i prezzi dei loro titoli hanno retto sostanzialmente bene, a differenza di molti omologhi sul mercato che invece hanno subito forti svalutazioni. Questo perché il prezzo dei titoli era stato deciso dall’istituto stesso, non da dinamiche competitive, dato che le due società non erano quotate in borsa (diffidare sempre dei titoli di società non quotate!). Le azioni venivano vendute principalmente a clienti retail, spesso piccoli risparmiatori convinti dai spregiudicati direttori di filiale che approfittavano del rapporto di fiducia instaurato con i consumatori.

I titoli venivano collocati nonostante i compratori non avessero profili di rischio adatti a  queste operazioni, un comportamento decisamente contrario a quanto previsto dalla Mifid[1] .

 

Per anni questo sistema non troppo trasparente è sembrato funzionare. I problemi sono iniziati nel marzo 2015 con l’approvazione della riforma delle banche popolari voluta dal governo Renzi, che prevedeva l’obbligo di trasformazione in SPA per gli enti con patrimonio superiore agli 8 miliardi di Euro. Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca, istituti molto grandi ma non quotati in borsa, si ritrovarono a fare i conti con una valutazione del  prezzo delle azioni non più arbitraria, ma sottoposta a logiche di mercato. Inoltre, i due istituti passarono sotto il controllo della Banca Centrale Europea che ordinò subito delle ispezioni a seguito delle quali venne calcolato un risultato operativo di meno 1050 milioni di euro circa per Vicenza e di meno 200 milioni circa per Veneto banca. La conseguenza fu un crollo del valore delle azioni e la necessità di un aumento di capitale per rispettare i criteri patrimoniali imposti da Francoforte.

 

Le due banche intrapresero un tortuoso percorso di risanamento per prepararsi alla quotazione in borsa. Cambiarono i vertici societari con le dimissioni di Gianni Zonin, presidente di BPVI e di Vincenzo Consoli, direttore generale di Veneto Banca, sostituiti rispettivamente da Stefano Dolcetta amministratore delegato del gruppo FIAMM e da Cristiano Carrus, già vice direttore generale. Si dimise anche Samuele Sorato, amministratore delegato di Vicenza, sostituito dall’ex Ubi Francesco Iorio.

Gli ex manager vennero anche indagati per ostacolo alla vigilanza e aggiotaggio nell’inchiesta del settembre 2015.

Il bilancio di esercizio al 31 dicembre dello stesso anno si chiuse con una perdita di 881,9 milioni di euro per Veneto Banca e di 1,4 miliardi di euro per Banca Popolare di Vicenza, non un’ottima prospettiva per presentarsi al mercato.

 

Se il 2015 è stato l’annus horribilis per i due enti creditizi, il 2016 si presentò come l’anno del cambiamento: entrano infatti in vigore le nuove regole europee in tema di salvataggi bancari (Bank Recovery and Resolution Directive[2]). Le due venete iniziarono quindi a prepararsi allo sbarco sui mercati finanziari.

 

La quotazione venne approvata nel dicembre 2015 da Veneto Banca e nel marzo 2016 da Banca Popolare di Vicenza,  ma restavano molti dubbi sull’effettiva possibilità di realizzo dell’operazione, dato che le due banche erano tutto fuorchè appetibili per investitori di qualsiasi tipo e perché le nuove regole europee impedivano l’immissione di capitale pubblico nella banca. Per ovviare a questi ostacoli, nell’aprile 2016, viene istituito un fondo ad hoc, denominato Atlante, presieduto da Alessandro Penati, presidente della Quaestio Capital Management sgr, che avrebbe dovuto sostenere gli aumenti di capitale delle due venete e, più in generale, rilanciare il mercato dei crediti deteriorati in Italia.

Il fondo fu creato sotto l’impulso della Cassa Depositi e Prestiti (cioè dello Stato). Tuttavia, per passare il vaglio della Direzione Generale della Competizione dell’Unione Europea, organo preposto al controllo sugli aiuti di Stato, questo doveva essere finanziato essenzialmente da investitori privati. Si provvide così a fare entrare come azionisti istituti del calibro di Unicredit (845 milioni), Intesa San Paolo (845 milioni), CDP (500 milioni), Poste Vita (260 milioni), UBI Banca (200 milioni), Compagnia San Paolo (100 milioni), Fondazione Cariplo (100 milioni), Banca Popolare di Milano (100 milioni), Banca Popolare dell’Emilia Romagna (100 milioni), UnipolSai (100 milioni), Credito Valtellinese (60 milioni), Fondazione CR Torino (50 milioni), Banca Mediolanum (50 milioni), Monte dei Paschi di Siena (50 milioni). Il fondo venne dotato di un capitale di 4,25 miliardi di Euro (appena sufficienti per le due venete ma assolutamente inadeguati per agire sulle sofferenze bancarie) e fu promesso un ritorno atteso del 6% (cifra che ad oggi si sta rilevando infondata).

Atlante sarebbe intervenuto in caso di mancato successo dell’aumento di capitale al momento della quotazione in borsa, cioè se non si fosse raggiunto il 25 % del flottante, percentuale minima stabilita da Borsa Italiana.

E infatti, come temuto, entrambi gli aumenti di capitale fallirono (BPVI raggiunse il 7,6% dei vecchi azionisti, Veneto Banca il 2,2%) e il resto delle azioni fu sottoscritto quindi da Atlante, che versò 1,5 miliardi di euro per 15 miliardi di titoli azionari BPVI e 1 miliardo di euro per 10 miliardi di titoli Veneto Banca (valore singola azione 10 centesimi), con l’obiettivo al lungo termine di “ripulire” le due banche per arrivare ad una fusione e alla creazione di un unico istituto.

L’operazione Atlante fu accolta con molto entusiasmo e vista come la panacea di tutti i mali. Si promettevano grandi ritorni finanziari con la prospettiva di risanare un sistema, quello del credito italiano, gravato dal peso dei crediti in sofferenza. Furono in pochi ad accorgersi che le risorse messe a disposizione erano a malapena sufficienti a garantire gli inoptati degli aumenti di capitale, dato che su 4,25 miliardi di dotazione, più della metà era servita a questo scopo.

 

La vicenda di Atlante venne presto dimenticata dai giornali per poi riesplodere con le dichiarazioni di Penati dello scorso Febbraio, a margine di un convegno a Milano. Il presidente di Quaestio definì una “horror story” la  vicenda legata ai due istituti veneti, affermando di aver ricevuto più sostegno da Francoforte che dall’Italia e stigmatizzando come “alcuni enti bancari” avessero svalutato la loro partecipazione in Atlante (questa cosa della svalutazione mi fa imbestialire, c’è una lungimiranza pari a zero. Investi in una banca fallita e dopo sei mesi svaluti”).

Ma il punto saliente del discorso riguardò la necessità di un nuovo aumento di capitale per garantire la fusione, aumento che Atlante non sarebbe stato in grado di sostenere senza un sostegno pubblico. Sostegno che, secondo la BRRD, avrebbe dovuto essere temporaneo e subordinato al sostegno delle perdite da parte di azionisti e di alcune classi di creditori.

In definitiva, l’istituzione del fondo si era rilevata come un cerotto su una ferita da punti di sutura.

 

Oggi le due banche devono affrontare due ordini di problemi: uno di business, legato alle sofferenze “in pancia” e alla loro reale valutazione; un altro relativo ai rischi di contenziosi legali da parte della clientela per attività di “mis-selling” (vendita fraudolenta di prodotti finanziari).

In particolare, il rischio di cause legali renderebbe necessario l’accantonamento di fondi per eventuali condanne, impedendo di fatto il raggiungimento delle condizioni di solvibilità della banca, indispensabili per permettere l’intervento pubblico temporaneo.

Su queste basi si fonda l’offerta che scade la prossima settimana: le due banche devono cautelarsi dai rischi di contenzioso per poter procedere alla loro fusione. Se la maggior parte degli azionisti (l’obiettivo è l’80%) accetta l’accordo, il rischio di risoluzione è praticamente nullo. Viceversa il rischio bail-in sarebbe molto elevato. I piccoli azionisti, alcuni dei quali truffati, si trovano nella spiacevole condizione di scegliere tra una svalutazione dell’85% del capitale investito e il possibile avvento del bail-in, che porterebbe al completo azzeramento del capitale.

 

L’unico lato positivo della vicenda è l’insegnamento che ci viene fornito: prima di firmare un contratto è necessario leggere attentamente le condizioni senza spaventarsi dalla lunghezza e dalla difficoltà dei termini. Molto spesso piccoli risparmiatori sono stati convinti a sottoscrivere azioni senza capire il loro reale valore, basandosi su supposti legami di fiducia con sportellisti e direttori di filiale.

E’ bene quindi ricordare che le azioni sono capitale di rischio e come tale non rappresentano alcuna garanzia di guadagni certi.

Deve pertanto migliorare la cultura finanziaria di ognuno di noi. Per anni abbiamo sopportato la retorica dell’impegno sul territorio delle banche popolari, che si contrapponevano allo “strapotere” dei mercati agendo su logiche di tutela dei piccoli risparmiatori e non su quelle di mero profitto. La realtà è fatta invece di banche che fissano prezzi esorbitanti per le loro azioni senza una motivazione fondata, con l’ impossibilità “a vendere” per i compratori data la poca liquidità dei titoli (praticamente l’unico compratore poteva essere la banca stessa).

[1] Direttiva dell’Unione Europea 2004/39/CE  Markets in Financial Instruments Directive

[2] https://metropolitandotblog.wordpress.com/2017/02/27/bank-recovery-and-resolution-directive/

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