Cultura

Dantedì: il sesto canto del Paradiso e il volo dell’aquila

Giunti nel cielo di Mercurio, Dante e Beatrice incontrano nel canto precedente una figura luminosa tra gli spiriti eletti che hanno operato per la gloria terrena. L’anima si presenta come Giustiniano, imperatore romano d’Oriente. Noto per la sistemazione del Corpus iuris civilis e per aver ristabilito il dominio dell’Impero sul Mediterraneo, Giustiniano risponde alle domande del poeta. Caso unico nella Divina Commedia, il suo monologo copre l’interezza del sesto canto; canto “politico”, come i sesti canti che l’hanno preceduto in Inferno e Purgatorio. Se Ciacco tratta il destino di Firenze e Sordello quello dell’Italia, Giustiniano dispiega al pellegrino la storia dell’idea d’Impero, simboleggiata dall’aquila di Roma.

L’anima dell’imperatore traccia la traiettoria dell’aquila, “uccel di Dio”, spiegando come fossero trascorsi duecento anni da quando il governo passò dalle mani di Costantino alle sue. Davanti al poeta si pente del suo passato di eretico, dal quale lo salvò il papa Agapito; grazie al volere celeste riformò il diritto e le sue armate, comandate da Belisario, furono vittoriose. Giustiniano compendia in pochi versi settecento anni di storia romana, seguendo il volo delle “sacre penne” dell’aquila, a cui né guelfi né ghibellini sono degni di accostarsi.

Giustiniano e la storia dell’Impero

Il racconto prende avvio dal punto in cui Virgilio termina la sua Eneide: dopo la morte di Pallante, l’aquila dimorò per trecento anni ad Alba Longa, fino alla lotta tra Orazi e Curiazi. Di qui seguì le vicende della Roma monarchica e repubblicana di vittoria in vittoria e arrivò a Cesare, cui la Provvidenza diede il dominio del mondo. Ai suoi successori l’aquila assegnò i massimi onori: sotto Augusto, monarca della giusta pace, Dio si fece uomo; sotto Tiberio, Cristo compì l’estremo sacrificio, vincendo così il peccato originale (“gloria di far vendetta a la sua ira”).

Così, quando secoli dopo i Longobardi minacciarono la Chiesa, l’aquila seguì Carlo Magno, nuovo successore dei Cesari. Giustiniano lancia infine la sua condanna a chi usurpa il segno dell’Impero: ai guelfi, che oppongono all’aquila i gigli della monarchia francese; ai ghibellini, che dicono di servirlo per partigianeria politica, ma si dimenticano della giustizia; e al capo della guelferia italiana, Carlo II d’Angiò, che seguendo la politica di suo padre si illude “che Dio trasmuti l’arme per suoi gigli”. Così Dante, per bocca di un imperatore vissuto otto secoli prima del suo viaggio ultraterreno, ammonisce i grandi del suo (e del nostro) tempo: non basta vestirsi dei segni del potere per governare. Bisogna esserne degni.

Davide Cossu

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