Il diritto all’oblio consiste nella possibilità di obliare gli elementi della propria identità personale che si pensa non debbano essere di pubblico dominio.

Questo diritto viene applicato in diversi ambiti e da molti anni: in Italia ed in leggi e regolamenti dal 1990.

In maniera più semplicistica, si parla della possibilità di nascondere ciò che potrebbe rovinare la propria reputazione.

Si può definire anche come il diritto a tutelare la propria privacy.

Questa tematica ha riscosso un nuovo interesse negli ultimi anni, soprattutto con la diffusione dei social network e i siti d’informazione.

Negli anni passati, se si voleva qualche informazione su una determinata persona, bisognava consultare giornali, libri o pubblicazioni, a volte trovando pochissimo materiale.

Ora sono sufficienti pochissimi click e, immediatamente, è possibile reperire molte informazioni su una persona.

Oltre a questo, gli archivi digitali non presentano le usure del materiale cartaceo, quindi possono resistere per sempre.

Alcuni di questi dati, per i motivi più diversi, possono risultare scomodi; in questi casi, si vorrebbe ricorrere al diritto all’oblio.

Questo diritto non è rivendicabile per tutti i tipi di dati, ma solo per quelli che offendono la persona e ne ledono l’immagine pubblica e la dignità.

Per intervenire in questi casi, può sembrare naturale pensare di appoggiarsi ad uno studio legale ma in verità né gli avvocati né le agenzie SEO sono competenti in materia di difesa della reputazione digitale.

A chi rivolgersi, dunque? alla figura professionale dell’E-Reputation Manager, il quale attraverso le competenze informatiche, di comunicazione, giurisprudenza ed analisi dei dati, è l’unico professionista in grado di creare strategie risolutive e sicure su casi di difesa e potenziamento della reputazione online di una persona o azienda.

Anche la reputazione online, oggi, è fondamentale; tuttavia, spesso viene sottovalutata. Il diritto all’oblio purtroppo non è un diritto universale: in molti stati non viene ancora riconosciuto.

Da anni, l’Unione europea sta provando a proporre i propri regolamenti al resto del mondo, poiché subisce le scelte tecnologiche degli altri paesi (come la Cina e gli USA).

In queste nazioni, la libertà di espressione è concepita in maniera diversa: per questo difficilmente si raggiungerà un diritto all’oblio globale.

Le richieste della comunità Europea

Quando una persona fa appello al diritto all’oblio, chiede a Google, o al motore di ricerca utilizzato, di rimuovere delle informazioni dalla piattaforma, così che vengano deindicizzate.

In questo modo, quella determinata notizia non sarà più presente fra le ricerche, ma sarà ancora rintracciabile sul sito di origine.

Questo perché la deindicizzazione avviene solo all’interno della comunità europea e nei risultati generati dalla ricerca dello specifico motore.

Le richieste derivano da questo problema: l’UE chiede a Google di rimuovere le informazioni in tutto il mondo e non solo nel singolo continente.

Tramite i servizi VPN è possibile registrarsi in qualsiasi parte del globo, quindi reperire l’informazione obliata diventa molto semplice anche dall’Europa.

La sentenza

Nel 2015il garante della privacy francese ha multato Google Inc. per essersi rifiutato di deindicizzare un contenuto dalle sue estensioni e al di fuori della comunità europea.

La Corte Europea ha dato ragione a Google per due importanti motivi.

Il primo è di ordine legislativo: non esistono norme o regolamenti che obbligano la società a rimuovere i contenuti al di fuori dell’Unione Europea.

La seconda ragione, connessa direttamente alla prima, è che non sono presenti cooperazioni con stati extra-UE in questo frangente.

In pratica, non esistono gli strumenti per promuovere questi tipi di interventi.

Se questa sentenza fosse andata a favore dello stato francese, si sarebbe creato un precedente molto pericoloso.

Ad esempio, Stati con una democrazia traballante o inesistente avrebbero richiesto la cancellazione di idee politiche diverse da quella del governo esistente.

Questo, in alcuni Stati, come Turchia e Russia, avviene già, ma a livello globale potrebbe aprire la strada per la censura totale.

Saper bilanciare i diversi interventi è necessario per mantenere la democrazia.

Che cosa implica la deindicizzazione

Deindicizzare significa sopprimere dall’elenco dei risultati di ricerca alcune informazioni su una determinata persona.

Google oggi riceve moltissime richieste di deindicizzazione, sopra le 800mila, e circa il 45% vengono accolte.

La maggior parte di queste domande è effettuata da studi legali qualificati e servizi specializzati nel cancellare notizie da internet e nel monitoraggio della reputazione online.

Molte meno sono le richieste che vengono dai singoli privati, di cui solo una minima parte viene accettata e per questo è necessario ingaggiare un professionista della reputazione.

Onde evitare aggiornamenti nel sistema, Google ha implementato la geolocalizzazione: in breve, un cittadino italiano, pur cercando su google.com, non troverà i risultati deindicizzati da google.it.

La deindicizzazione globale è un tema molto delicato.

Esistono diverse casistiche, che variano secondo le nazioni interessate.

Il garante di un motore di ricerca, nel caso riceva una richiesta di deindicizzazione per un link contenente dati sensibili, dovrà controllare che il suo inserimento negli indici sia assolutamente essenziale per la libertà d’informazione.

In caso contrario, ovviamente tenendo conto di tutta la casistica, sarà necessaria la rimozione del link in questione.

Ne consegue che i dati sensibili possono rimanere negli indici di ricerca solo se strettamente fondamentali per la libertà d’informazione.

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