Draft 2017: È sempre più l’era delle point-guard

Quest’anno come non mai è chiarissima la direzione che sta prendendo la NBA.

Sono passate quasi tre settimane dal Draft NBA di quest’anno che ha aperto la stagione 2017-2018 con alcune delle scelte già scritte, altre meno annunciate e con più di qualche colpo a sorpresa, come la trade che ha portato Jimmy Butler, ormai ex-stella dei Bulls, ai Timberwolves e quella che ha visto Paul George passare dai Pacers ai Thunder in cambio di Oladipo e Sabonis.

Sarà una stagione con tanti cambiamenti: dall’inserimento degli sponsor sulle magliette, al probabile ritiro di Ginobili dopo quello già annunciato di Paul Pierce, passando per un’estate di Free-Agency che promette i fuochi d’artificio già dalle battute iniziali.

Nonostante tutto ciò, una cosa non è cambiata, anzi, è entrata ancora di più nelle idee delle 30 franchigie NBA: quella che stiamo vivendo è ora come non mai l’era delle point-guard.

La stagione 2016-2017 di Westbrook, confrontata con quella 61-62 di Oscar Robertson, unico altro giocatore capace di chiudere con una tripla-doppia di media.

È vero che a dominare sono sempre LeBron e il gioco di squadra dei Warriors, ma è anche vero che l’MVP di quest’anno è stato Russell Westbrook, point-guard dei Thunder che ha disputato una stagione straordinaria mettendo insieme una tripla doppia di media con oltre 30 punti ad allaciata di scarpe e il runner-up MVP è stato Harden, che nella sua prima stagione da point-guard con D’Antoni (Coach of the Year 2017, ndr) allenatore, ha elevato sostanzialmente il livello del suo gioco, passando dall’essere un cosidetto “mangiapalloni” a un quasi-MVP con tutti gli addetti ai lavori, anche quelli che lo criticavano, che si sono visti costretti ad elogiare la sua annata e quella degli Houston Rockets. Rockets che hanno aggiunto, tramite uno scambio con i Clippers, Chris Paul (l’unico playmaker vero in attività ad essere stato nominato in una squadra All-Star) al loro roster, seguendo il principio D’Antoniano “più point-guard ci sono sul campo, meglio è” e che si preparano a spingere il loro gioco ancora più all’estremo.

Questo va a confermare la linea guida, portata alla ribalta all’inizio degli anni 2000 da Allen Iverson, che ha preso il basket d’oltreoceano e che grazie alla classe del Draft 2017 sarà anche quella del futuro della Lega. 5 delle prime 10 scelte sono point-guard, con l’accoppiata Fultz – Ball in testa e non rispecchiano certo il profilo tipo del playmaker di una volta: tanti punti nelle mani e un uno contro uno fulminante dal primo passo.

Markelle Fultz, prima scelta assoluta al Draft 2017, con il Commissioner NBA Adam Silver.

Fultz era la prima scelta annunciata da tempo e i Sixers se la sono guadagnata spedendo a Boston la terza assoluta di quest’anno e una scelta al primo giro del Draft 2018. Il ragazzo ha disputato la sua stagione da freshman all’università di Washington ad oltre 20 punti di media, conditi da oltre 5 rimbalzi e altrettanti assist. Insomma una point-guard a tutto tondo che promette bene per il famoso “Process” che sta facendo sperare i tifosi di Philadelphia da un anno a questa parte: dalla scelta di Ben Simmons al Draft 2016, che però ha dovuto saltare tutta la sua prima stagione per infortunio, all’esplosione di Joel Embiid, che nonostante i due anni di inattività per problemi fisici, le poche partite (31, ndr) e la minute-restriction a cui è dovuto sottostare, ha messo insieme delle statistiche che se proiettate su un utilizzo standard, sono paragonabili a quelle di Wilt Chamberlain al suo primo anno in NBA.

Lonzo Ball, seconda scelta assoluta al Draft 2017, con il Commissioner NBA Adam Silver.

Ball, invece, sembra più il playmaker “dei nostri padri”, come direbbe l’accoppiata Tranquillo-Buffa, ma le sue statistiche al college (14.6 pt., 7.6 ast. e 6.0 rim.) non devono ingannare: il ragazzo ha un range di tiro semi-illimitato e anche se è vero che molti lo paragonano al primo Jason Kidd, è molto più un accentratore del gioco rispetto a quanto lo era da giocatore l’attuale allenatore dei Bucks sui 28 metri e quindi il suo tipo di gioco si avvicina di più a quello del primo Stephen Curry.

(Per vedere il tabellone completo del Draft clicca qui.)

Quest’ultimo quest’anno ha rivinto il titolo NBA dopo una fantastica serie finale contro Cleveland da protagonista, ma non da primo violino della squadra, vista la presenza di uno straordinario Durant in tutti e 5 gli episodi della serie. Nonostante ciò il sistema di squadra e il gioco totale dei Warriors è nato proprio dall’esplosione della point-guard di Akron, che 2 anni fa li ha portati al titolo e che l’anno scorso ha fatto realizzare a Golden State il miglior record della storia (73-9, ndr), arrendendosi soltanto in finale contro la point-guard più atipica dell’attuale NBA: LeBron James.

James gioca e ha sempre giocato da ala, ma per il tipo di gioco espresso in campo è sempre stato la point-guard delle squadre in cui ha militato, soprattutto dall’approdo a Miami in poi. Non a caso molti lo paragonano a Magic Johnson, a detta di molti la migliore point-guard nella storia.

“Lebron è un mix tra me, Jordan e Magic Johnson.” (Shaquille O’Neal, compagno di James ai tempi della prima esperienza di Lebron a Cleveland)

Insomma, questa è l’era dei “nuovi” playmaker e dopo la fantastica stagione di Westbrook, Harden, Walker e Thomas e soprattutto dopo le conferme delle sicurezze come Curry, Lillard e Irving, con i playmaker vacchio stampo che stanno scomparendo, questo Draft ci ha dato le point-guard del futuro che, a giudicare dalle premesse, regaleranno tante emozioni ai fan NBA negli anni a venire.

                                                                                                                                                                                                                                                                  Di Marco Azolini

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