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Edilizia italiana: è inclusiva?

Il verbo “edificare” condivide il tema con il latino facere, “fare”. Edificare infatti non significa soltanto fabbricare, ma anche tutta una serie di cose che si fanno. Fondare uno Stato o una comunità e indurre al bene, a qualcosa di positivo. Edificare in maniera inclusiva sembra tautologia: fare per fare per tutti. Guardando al nostro piccolo orticello, l’edilizia è inclusiva? In Italia, in questo senso, stiamo facendo abbastanza?

Di cosa parliamo quando parliamo di edilizia inclusiva?

Partiamo con un po’ di storia: nel 1968 l’Italia mise a punto una regolamentazione sulla “Progettazione accessibile di spazi ed edifici“, per dare vita ai cosiddetti “edifici accessibili“, privi di barriere architettoniche. Il nostro Paese diveniva quindi il quinto al mondo a muoversi in questa direzione, subito dopo America del Nord, Canada, Inghilterra e Svezia. A livello pratico, questo significa un impegno dell’Italia da più di 50 anni. E, a ben guardare, nel 1971 entra in vigore la legge 118, che all’articolo 27 prevede, tra le altre cose che in nessun luogo aperto possa essere vietato l’accesso ai disabili. Gli edifici pubblici da costruire devono essere provvisti di barriere architettoniche e gli alloggi di edilizia economica o popolare al pian terreno devono essere riservati ai disabili non deambulanti, qualora ne facciano richiesta. La stessa legge, all’articolo 28, prevede la rimozione nelle scuole degli ostacoli.

Ancora nel 2006 è la Convenzione ONU sui diritti delle persone disabili. che passa anche per la libera accessibilità agli spazi. A tanti anni di distanza, però, sembra che molto ci sia ancora da fare per dare vita a una vera e propria cultura dell’inclusione in Italia.

Il dizionario: cosa si intende per…?

Sono barriere architettoniche tutti quegli ostacoli che rendono difficile la mobilità. Un tipo di barriera architettonica è anche l’assenza di segnalazione di pericolo o orientamento per aiutare non vedenti o non udenti. Dalle scale senza rampa al corridoio troppo alto, sono quindi tutti quegli impedimenti che non permettono di fruire di un ambiente.

L’edilizia inclusiva è invece il prodotto dell’opposto. Costruendo in modo da fare attenzione ai bisogni di tutta la popolazione. L’edificio deve quindi essere accessibile dal punto di vista fisico, sensoriale e della comunicazione. Avere un unico ingresso e percorsi comuni a tutti, disabili e non, evitando così di relegare i primi e impedirne l’inclusione. Avere servizi integrati. Un esempio per tutti: i sanitari. Dotare gli spazi di servizi di mobilità alternativa e di segnaletica chiara per tutti. Pensare, in conclusione, a un’inclusione reale e cercare di realizzarla.

Ma in Italia esiste un’edilizia inclusiva?

Sono diverse le iniziative in proposito. Un nome è quello di Edera, che si propone di “rendere la sostenibilità e la qualità più accessibili e inclusive“. Con queste parole il Ceo Thomas Miorin ha parlato del suo centro per la rigenerazione dell’ambiente costruito. Ma “diverse” non vuol dire “tutte”. Eppure l’edilizia inclusiva è una necessità.

Per rispondere alla domanda, quindi, basti osservare un qualsiasi edificio pubblico. Esiste, ma siamo ben lontani dal punto in cui dovremmo essere, partendo da quel lontano 1968. “Inclusione” è un termine che usiamo ormai nel quotidiano, ma con cui non abbiamo davvero familiarità. O molte cose sarebbero diverse.

Sara Rossi

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