Cosa vuol dire essere femminista al di là delle teorie, dei massimi sistemi e del pensiero storico e politico? Un piccolo excursus personale e di vita quotidiana.

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Mi è capitato spesso: sia che si trattasse di un appuntamento Tinder con il figo di turno, che del mio colloquio di dottorato (si, davvero sto paragonando queste due cose!), nel momento in cui mi è stata posta la fatidica domanda, ho tremato.

Ma tu sei femminista?

Bene, paura e delirio per una domanda all’apparenza semplice, ed in fondo calzante per una ragazza di 31 anni che va orgogliosamente in giro con i suoi capelli corti e fucsia, pure con un certo con fare sicuro. 

Dunque, qual è il problema? 

Tremo, perché io di teoria del femminismo, di storia del pensiero politico femminista, di grandi studiose, attiviste, scrittrici non ne so praticamente nulla. Personalmente, sono diventata, negli anni, una femminista in forma pratica, spicciola. Ecco, probabilmente mi definirei una piccola femminista del quotidiano

Sono una di quelle ragazze che amano allenarsi in palestra la mattina presto: nella mia, alle 7, sono praticamente l’unica donna che si ostina a sollevare pesi. Non vi sto a descrivere quanti  “ma ce la fai? vuoi che ti aiuti? guarda ti scarico io il peso!” e le conseguenti esclamazioni di imbruttimento che ho lanciato, ma il risultato è stato quello di costruire nel tempo un personaggio forte, al pari dei miei compari mattinieri. Non ce la posso fare, è più forte di me: una cosa che proprio non sopporto è la retorica della donna debole, sia fisicamente e in relazione al suo ruolo nel mondo. Perdonatemi, eh. Ma dove sta scritto? Ma chi l’ha detto? In sintesi: sono piccoletta, ma non fatemi arrabbiare!

Nella vita sono collaborat…ore? …rice? Parlamentare. Credetemi, il mio femminismo “a-modo-mio” mi ha fatto vivere una diatriba interiore su quale versione fosse corretto usare. Utilizzare il sostantivo femminile, o quello maschile in odore di assoluta parità? Mi dicono sia corretta la forma femminile, così come sono state vittorie la possibilità di usare in maniera formale i vari “la Ministra, la Sottosegretaria…”. Eppure in me continua questa lotta interiore tra le due versioni. Ai posteri l’ardua sentenza (sebbene quella famosa teoria a me rimasta oscura, protenda per un uso del femminile. Ah, maledetta lingua, quanto ci condizioni!).

Ho imparato ad aggiustare tutto in casa: lavatrici, porte, caldaie, mobili pendenti. Ho montato divani, scaffali e scarpiere. Aggiustato tapparelle. Bucato muri, appeso lampadari. Mi sono degnamente guadagnata l’appellativo casalingo di “uomo di casa” o di “BoB l’aggiustatutto”. Perdonatemi (una seconda volta): ma perché solo un UOMO di casa è capace ad aguzzare l’ingegno e capire dove va riattaccato un filo? Ma “Bob l’aggiustatutto” non sarebbe più carino come se si trasformasse in una Emma, o in una Giulia, o in una Ella?

Potrei continuare con l’affermazione delle mie Superga contro “la supremazia del tacco a spillo” in Parlamento (io a soffrire sui sanpietrini del centro di Roma, proprio non ci sto!), con la mia attitudine estetica un po’ controcorrente con a volte fa a cazzotti con la mia estrema serietà ed affidabilità professionale, con il mio ricercare sempre relazioni sentimentali che mettano alla prova quelli che sono i ruoli prestabiliti dalle sovrastrutture culturali. 

Il mio femminismo è un guazzabuglio personale, di vita vissuta, di quotidiano, di pensieri sparsi e disordinati.

In fondo, però, è il mio personale contributo ad affermare che noi donne – tutte! – a modo nostro, bello, colorato e personale, abbiamo il sacrosanto diritto di dire – nelle modalità che riteniamo più consone – che siamo forti, che siamo intelligenti, che sappiamo quale sia e pretendiamo il nostro equo posto nel mondo.

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