Harden: da “mangiapalloni” a quasi MVP

La stella degli Houston Rockets, cambiando il modo di interpretare il suo ruolo, è passato dall’essere un eccessivo accentratore del gioco all’arrivare secondo nella corsa al titolo di MVP 2017.

“Non è una vera Superstar.”, “Non è un giocatore vincente.”, “Non fa giocare bene i suoi compagni”. Queste e tante altre critiche sono state scagliate su James Harden soprattutto dopo il suo approdo a Houston nel 2012, quando, da sesto uomo di lusso dei Thunder, è passato ad essere l’astro nascente attorno al quale i Rockets avrebbero dovuto costruire la propria squadra. E proprio su questo punto ricorreva la domanda più frequente degli esperti NBA: “Sarà in grado di essere un uomo-franchigia?” I suoi evidenti limiti difensivi suggerivano il contrario ma il talento cristallino nell’altra metà campo faceva ben sperare i tifosi di Houston che però di certo non si aspettavano che Harden sarebbe diventato, ad oggi, un giocatore di questo calibro.

I dubbi, soprattutto quelli riguardanti l’aspetto difensivo del gioco, non hanno mai abbandonato Harden ed effettivamente sono sempre stati fondati, ottenendo spesso più di qualche riscontro nelle statistiche e nel gioco di Houston. Tutto questo fino alla fine della stagione 2015-2016: Rockets ventunesimi per efficienza difensiva e un record solo del 50% nonostante Harden e Howard in squadra.

L’efficienza offensiva dei Rockets nella scorsa stagione con e senza Harden.

Nella scorsa offseason cambia tutto: Howard firma per Atlanta, il front-office decide di assumere Mike D’Antoni dopo 4 anni di McHale (193 vittorie e 130 sconfitte, ndr) e un anno di transizione con Bickerstaff, e di consegnargli la squadra perfetta per il suo tipo di gioco firmando Ryan Anderson e Eric Gordon, due tiratori d’elite (con evidenti limiti difensivi, ndr). Con l’arrivo del coach ex Suns, Knicks e Lakers i Rockets hanno portato ancora più al limite il loro gioco: terzi in NBA per ritmo, secondi per punti segnati e per efficienza offensiva. Per un incremento offensivo della squadra e visto anche il nuovo roster, molti si aspettavano quindi un’involuzione difensiva della squadra e di conseguenza anche di James Harden, nelle stagioni precedenti spesso colpevole di astrazione totale in alcune azioni difensive (per il video, clicca qui). Invece i Rockets hanno sorpreso tutti migliorando difensivamente come squadra non tanto dal punto di vista delle statistiche (solo diciottesimi per efficienza difensiva nella stagione 2016-2017), ma “coprendosi le spalle” a vicenda e soprattutto coprendole a Harden.

La ormai famosa esultanza di James Harden.

Il perché è molto semplice: D’Antoni ha spostato Harden da guardia a playmaker e il prodotto di Arizona State, grazie ad una visione di gioco e ad un Q.I. cestistico fuori dal comune ha coinvolto molto di più i compagni, nonostante avesse quasi sempre la palla in mano, e si è sempre caricato la squadra sulle spalle nel momento del bisogno, ripagando il suo allenatore con una stagione fantastica (29.1 pt., 8.1 rim., 11.2 ast.) che non si è conclusa con il titolo di MVP solo per l’assurda annata di Russell Westbrook.

L’immagine con cui i Rockets hanno dato il benvenuto a Chris Paul.

L’annata di Harden e dei Rockets si è conclusa in semifinale di Conference contro gli Spurs che hanno girato la serie a proprio favore vincendo una Gara 5 che Houston aveva tra le mani e che si è fatta sfuggire facendo mantenere il fattore campo ai padroni di casa artefici di una fantastica prestazione all’AT&T Center di San Antonio conclusasi soltanto dopo un overtime al cardiopalma. Nonostante ciò il futuro dei Rockets e di Harden sembra luminoso anche grazie alla trade che ha portato in Texas Chris Paul che proprio con il runner-up MVP 2017 andrà a formare il backcourt più forte della Lega: molti vedono difficile la convivenza delle due superstar poiché entrambi amano tenere molto la palla tra le mani, ma coach D’Antoni ha fiducia nel suo sistema di gioco che esalta il playmaking indipendentemente dal numero di point-guard in campo, perciò gli innumerevoli tiratori dei Rockets possono stare tranquilli perché con Paul e questo Harden potranno continuare a far piovere triple sia al Toyota Center che negli altri 29 palazzetti NBA.

Di Marco Azolini

 

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