Cronaca

Hung parliament

Quando si utilizza l’espressione “hung parliament” nel sistema politico britannico, si intende un parlamento all’interno del quale, a seguito di regolari elezioni, non si sia verificata una maggioranza parlamentare. In un sistema sostanzialmente bipolare, come quello vigente nel Regno Unito, tale possibilità rimane remota. Deve far riflettere, quindi, l’eccezionale ripetersi di questa situazione per ben due volte nelle ultime tre tornate elettorali d’oltre Manica. 

La consultazione elettorale tenutasi nella giornata di ieri ha restituito l’immagine di un paese profondamente diviso e politicamente variegato, decretando, altresì, una sconfitta netta del partito conservatore. 

È doveroso ricordare che le elezioni avrebbero dovuto rafforzare la posizione dei conservatori nel Parlamento per rendere più semplice l’emancipazione dell’UE. Ciò che invece è accaduto ha stravolto interamente le previsioni del partito di governo, capovolgendo i rapporti di forza tra “europeisti” ed “euroscettici”. Il partito dei conservatori infatti ha perso la maggioranza parlamentare di cui godeva e quindi, per poter firmare un governo stabile, sarà necessario coalizzare una o più forze politiche. 

Per comprendere appieno la disfatta dei conservatori è utile analizzare nello specifico i dati delle elezioni: i conservatori, che nella scorsa legislatura contavano 336 seggi, ora ne dispongono di 18 in meno, non riuscendo, quindi, a raggiungere la maggioranza utile a formare un governo monocolore; i laburisti, capitanati da Jeremy Corbin, vero vincitore della competizione elettorale, vedono lievitare il loro bottino di ben 31 seggi, raggiungendo, così, un importante totale di 262 scranni; il partito nazionalista scozzese (SNP) esce malconcio da quest’ultima tornata confermando solo 35 seggi rispetto ai 54 precedentemente detenuti (questo dato lascia intendere che sarà più difficile riuscire ad ottenere dal parlamento di Westminster il “via libera” per un ulteriore “referendum scissionista”; poi vi sono i LibDem (liberal-democratici) che ottengono 3 seggi in più totalizzandone 12; ultimo, ma non per importanza, si classifica il DUP (Democratic Unionist Party) che accresce la sua posizione di ben 2 seggi, ottenendo complessivamente 10 seggi. 

L’attenzione ricade interamente su quest’ultimo partito politico. Di origine Irlandese, ideologia protestante e orientamento unionista-conservatore, questo partito diviene fondamentale per la formazione di un governo a guida tories. A seguito delle consultazioni con la Regina Elisabetta II, infatti, Theresa May annuncia che grazie a questo “matrimonio” si potrà fornire un governo alla stato, ottemperando alle promesse fatte al popolo Britannico (Brexit in primissima). 

Arlene Foster, leader del partito irlandese, conferma la linea presentata dalla premier May davanti al numero 10 di Downing Street. Il DUP, infatti,  ha lasciato intendere che, a seguito dei problematici rischi ai quali il terrorismo ha abituato la nazione britannica, valuterà di volta in volta le scelte del governo puntando alla stabilità dell’esecutivo.

Troppo morbido il “mea culpa” di Theresa May che con un semplice “mi dispiace per quanto accaduto” tenta di far passare in secondo piano la totale disfatta del partito conservatore. Aver giocato a fare la “Tatcher” porterà conseguenze importanti sul piano sia internazionale (principalmente per i negoziati con l’UE) che interno (difficile stabilità dovuta a un governo di coalizione). 

William de Carlo 

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