Cronaca

Il dibattito televisivo sulle Presidenziali Francesi: ad un mese dal primo turno, una panoramica dei principali candidati e dei loro programmi

Già ai primi secondi del dibattito televisivo che ha visto i 5 candidati favoriti (secondo i sondaggi) alle Presidenziali francesi fronteggiarsi su più temi, avevo l’impressione di assistere ad un programma della Star Accademy, L’isola dei Famosi o Il Grande Fratello.

Le luci, la scenografia, i movimenti della camera, la musica; tutto rimandava a questo tipo di show.

Perché di show principalmente si tratta, o così perlomeno lo impostano.

E allora non so se davvero i francesi ora abbiano le idee più chiare su chi voteranno, ma sicuramente, ad oggi, hanno pochi dubbi sui diversi personaggi e le loro capacità demagociche o retoriche.

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Da sinistra: Mélenchon, Macron, Le Pen, Fillon e Hamon

LE PEN

Tra gli esperti di questi tipi di confronti, Marine Le Pen che,  completamente non curante della chiamata a giudizio ricevuta recentemente, per l’accusa di avere creato impieghi fittizzi al Parlemento Europeo, si presenta serena alla serata organizzata dal primo canale televisivo nazionale francese (TF1), avvallandosi della sua immunità di parlamentare europeo per non comparire davanti al giudice fino ad elezioni finite.

Resta salda dunque, destreggiandosi  su alcuni concetti (masticati all’infinito), restando più vaga su altri (economici soprattutto).

Ripete senza sosta parole come: patriottismo economico, chiusura intelligente delle frontiere, libertà e indipendenza della Francia e dei francesi:  svecchia un discorso insomma, rimodellandolo linguisticamente per l’era attuale. Ma sempre FN (Fronte Nazionale) rimane, rassicurando così il suo elettorato fedele.

Propone una tassazione più alta per le imprese che si delocalizzano, vuole alleggerire la fiscalizzazioone per gli agricoltori, gli artigiani e le imprese locali, e l’uscita dall’euro (“non voglio essere la cancelliera della Merkel“, dice, riferendosi alla recente visita di Macron in germania).

Sulla sicurezza interna, vuole aumentare i posti di polizia e i numeri di celle nelle prigione, istituire  la legittima difesa per gli agenti di polizia, ribadisce la sua guerra al velo e alle mosche presenti nel territorio, nonché di abbassare le quote di immigrati che entrano (legalmente) nel paese, diminuendo drasticamente loro l’accesso nella società francese.

FILLON

Meno spavaldo Fillon, ex premier di Sarkozy, che fa davvero profilo basso dopo la chiamata in giudizio per  nepotismo e  falso in bilancio (di cui il programma ha ben visto di evitare di parlare); cerca di rimettere d’accordo la destra a cui ha dato, tra gli scandali e la scelta di scendere in piazza, un brutto scossone.

Rischia infatti di essersi perso tutto l’elettorato più moderato di destra e prova a sedurlo di nuovo.

Si accontenta quindi di fare bella figura, non risponde alle piccole battute, innocue per la maggior parte, né al diretto riferimento di Mélenchon sulla corruzione politica, e descrive i recenti accaduti personali con la semplice frase: “ho dei difetti anch’io., chi non ne ha?“.

Si appiglia più volte all’idea che i suoi concorrenti facciano promesse non mantenibili (soprattutto Melenchon e Le Pen) e si porta quindi garante di un realismo economico e politico.

Le sue proposte restano in linea con il passato del partito liberal-conservatore da cui proviene: allineamento all’Europa, investimenti alle grandi imprese, più posti di polizia con un alleggerimento dei compiti amministrativi, privatizzazione dei settori dell’educazione (i diplomi professionali), aumento del volume orario della settimana lavorativa, investimento sul nucleare.

Piccola perla: vorrebbe reintegrare la divisa scolare, a partire dalle elementari.

HAMON

Hamon bisbiglia e prende poco la parola, al punto che i presentatori più volte gli ricordano che nello scoore del tempo di discussione concesso a tutti, è indietro rispetto agli altri (come Fillon d’altronde).

Dopo l‘inaspettata vittoria alle primarie socialiste, nell’arena mediatica dell’altra sera, Hamon non tiene troppo il confronto né con Mélenchon, né con Macron soprattutto, l’infedele socialista (liberale e di centro) che gli ha voltato le spalle creando il suo proprio partito “En marche!” .

Ribadisce i concetti di redditto universale, del riconoscimento delle problematiche ecologiche e di salute sui cittadini, dello stress lavorativo, della condizione femminile e dell’abbassamento della settimana lavorativa a 20 ore.  Poi fronteggia i suoi avversarsi con delle domande dirette: a  Mélenchon sulla politica estera, chiede attonito come pensa poter “ridisegnare le frontiere russe con Putin”, proposta di Mélenchon per “fermare” le guerre.

E a Macron, che non ha fatto una campagna elettorale classica e si è basato su finanziamenti di privati, chiede se si sente davvero libero di poter assicurare che le sue scelte future non saranno influenzate dai suoi mandatari economici, nel caso queste fossero persone a capo di ditte farmaceutiche o di grande industrie per esempio.

MACRON

Macron , forse per i suoi pochi anni di esperienza politica, come tende qualcuno a giustificarlo, non brilla come invece i sondaggi elettorali avevano previsto, designandolo più volte come il favorito (il direttore dei uno dei principali canali di informazione fa parte dei suoi finanziatori).

Sottolinea spesso il suo punto d’incontro e di accordo con i programmi altrui, ma tentenna nel dare delle vere alternative, nonostante ripeta più volte di voler essere un Presidente pragmatico e concreto.

Si vede anche costretto a rispondere più volte agli attaccchi, più o meno diretti, della Le Pen, che già pronta anche lei dai sondaggi, si prepara evidentemente ad un secondo turno che vede i due confrontarsi.

Parla di polizia di prossimità (come anche Hamon e Fillon), di riallacciare con i quartiere sfavorevoli, di investire nell’impresa, di affidarsi alle direttive europee e di portare una tolleranza zero nei confronti di reati e crimini, anche di piccola entità (sottolineando talmente il concetto, che il presentatore si vedrà costretto a chiedere: “ma anche i graffittisti per esempio?”).

Evita di confrontarsi con il Jobs Act , di cui è stato uno dei protettori, passato la primavera scorsa in forza contro le  proteste di  numerosi cittadini francesi, e sorvola sulla sua predisposizione ad avvallare i grandi settori finanziari.

MELENCHON

Mélenchon infine vola alto, mescola ideologia, passione e proposte pratiche e minuziose, evita di infervorarsi e sceglie piuttosto la via dell’ironia.

Porta con sé il libro “L’avenir en commun” (“Il futuro comune”, traduzione del redattore) scritto di sua mano sul programma politico del partito, e semplifica, al contrario della sua maniera ridondante spesso di parlare, la più parte delle grandi questioni interne ed esterne: ecologia e nucleare, terrorismo e guerra, pensioni e disoccupazione.

Asso nella manica: la sua proposta di voler istituire la 6° Repubblica, con una nuova assemblea costituente, composta da politici e da cittadini sorteggiati, che andrebbe a scrivere la nuova Costituzione Francese; alcune delle modifiche possibile: obbligo del voto, riconoscimento del voto bianco, possibilità di destituire agevolmente da parte dell’elettorato il Presidente a altre cariche importanti, secondo certe condizioni, facilità nell’istituire i referendum popolari.

Punta poi sulla gratuità della scuola e delle mense scolastiche, sulla riduzione degli anni di pensionamento e sull’aumento del salario femminile (che permetterebbe di abbassare l’età pensionabile), sugli aiuti agli studenti e ai lavorati.

Ribadisce l’uscita dall’Euro, (uno dei punti di snodo fondamentali con il PS di Hamon) e dal nucleare e l’investimento, che definisce come una “una sfida tecnologica, sulle fonti di energia rinnovabile.

Rilancia l’economia del paese attraverso l’agricoltura locale e il biologico, propone che chiunque sia stato  indagato anche solo una volta non possa essere mai eliggibile, e punta il dito, per quanto riguarda la sicurezza interna, sulla questione dell‘evasione fiscale e della corruzione.

Ma soprattutto, ripete più volte, voler essere il Presidente della pace, in Francia, in Europa e nel mondo; auspicandosi di creare una coalizione di più paesi che siano disposti ad andare in questo senso e in cui la Francia, non prenderebbe il ruolo chiave e gerarchico di paese occidentale, ma solo di paese implicato e impegnato.

 

Insomma, un dibattitto consistente sui maggiori temi interni e esterni del paese, interessante e innovatico, è infatti la prima volta che un confronto del genere avviene in periodo pre-elezioni e non tra un turno e l’altro, come d’abitudine.

Ma pur sempre un’arena politica costruita sui sondaggi e dai sondaggi praticamente, poiché in realtà i candidati alle presidenziali non sono 5, ma bensì 11.

E far parlare solo i preferiti, per un dibattito che è durato più di tre ore, è già di per sé, una linea direttiva assai particolare, costruita dai media e dai giornali.

Gli altri sei candidati sono:

Nicolas Dupont-Aignan (Debout la France), sovranista, si dichiara come la vera alternativa a Fillon e alla Le Pen;

François Asselineau (UPR), anche lui auto-dichiaratosi l’unico vero sovranista sogna, dopo il Brexit, un Frexit per far uscire la Francia dall’euro;

Nathalie Arthaud (Lutte ouvrière),Professoressa di Economia, si iscrive sulla linea storica di Lotta Operaia ;

Philippe Poutou (NPA), lavoratore e militante da sempre, raggiunge il Nuovo Partito Anti-capitalista nel 2010;

Jean Lassalle, deputato centrista, ex moderato del partito MoDemet ,

Jacques Cheminade, fondatore del partito Solidarietà e Progresso, un partito che mescola delle istanze conservatrici a delle spinte anti-sistema e contro la finanza.

 

Ad oggi i sondaggi continuano a vedere Le Pen e Macron in testa, speriamo che, come già per la Brexit e Trump, servino solo a far parlare, in attesa del 22 aprile.

 

Di Laura Paoletti

https://metropolitandotblog.wordpress.com/2017/03/23/il-dibattito-televisivo-sulle-presidenziali-francesi-ad-un-mese-dal-primo-turno-una-panoramica-dei-principali-candidati-e-dei-loro-programmi

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