Cultura

Intervista ad Andrea Arcese, capitano del Mammuth Hockey Roma

“Fare grandi cose è difficile, ma guidare grandi cose è ancor più difficile.” Così parlava Friedrich Nietzsche a proposito dell’operato di un comandante. Sì, ciò può valere per i grandi condottieri della storia e probabilmente in questo momento Napoleone Bonaparte, Alessandro Magno e Caio Giulio Cesare avrebbero annuito soddisfatti se fossero stati ancora in vita. Probabilmente il loro ghigno ricco di orgoglio sarebbe stato lo stesso di fronte ai condottieri dello sport, ovvero i capitani. Ed ecco, oggi Metropolitan Magazine ha l’onore di intervistare in esclusiva uno di questi “condottieri dello sport”, più precisamente dell’hockey inline, Andrea Arcese. Nato nel 1995, oggi Andrea veste la maglia del Mammuth Hockey Roma, unica squadra di hockey inline della capitale. Nonostante sia uno dei più giovani all’interno dello spogliatoio, quest’anno ha avuto l’importante ruolo di capitanare la squadra durante la sua permanenza nella massima serie italiana. Militando in Serie A , Arcese e compagni hanno avuto la fortuna di scontrarsi con i “titani” dell’hockey italiano. Ma questo e molto altro ce lo racconta lui

Cosa significa Mammuth per te?

Mammuth significa legame; significa questo sopra ogni cosa perché è quello che ci ha consentito di rimanere insieme anche in questi momenti meno fortunati. Anche l’anno scorso, che è stato un anno vincente, questo legame ci ha consentito di portare avanti un progetto che ci ha poi condotto a vincere la serie A2 sebbene molte difficoltà  inaspettate fossero incorse; questo legame è proprio quella condizione che ha consentito ad ognuno della squadra di contribuire con il proprio apporto al successo della squadra.

Da quanto tempo giochi con i Mammuth e, soprattutto, come li hai conosciuti?

Quest’anno è stato il decimo con i Mammuth, stesso periodo passato da quando ho messo per la prima volta piede dentro Via Tito attirato dai volantini affissi sulla pista che richiamavano ragazzi per la formazione di una squadra giovanile. Mia sorella praticava ancora pattinaggio artistico ed i Mammuth cercavano una squadra di ragazzi per poter disputare il campionato di A1 da neo-promossi; così decisi di effettuare una prova insieme al mio odierno compagno di squadra Federico Pizzi ed iniziammo questa avventura.

Quest’anno è stato complicato per i Mammuth e la classifica a fine campionato parla chiaro. Nonostante ciò, non è da sottovalutare il fatto che abbiate giocato nella massima serie italiana. Vuoi tracciare un bilancio di questa stagione sottolineando cosa è girato e cosa no?

Questa stagione è stata indubbiamente povera di soddisfazioni; la classifica parla chiaro, non siamo riusciti ad imporre il nostro gioco ed abbiamo perso quasi tutti i punti nelle partite in bilico, elemento particolarmente frustrante dal punto di vista psicologico. Come giustamente tu sottolinei ci siamo confrontati con la massima serie, in questa condizione limite che non siamo riusciti a sbloccare per il nostro meglio; per me essere un mammuth ha sempre significato ambire al massimo nonostante le risorse spesso non fossero confrontabili con quelle delle altre squadre, vivere in questa condizione di confine nella speranza di trovare nel gruppo la forza per vincere delle situazioni un po’ più grandi di noi.

Nella stagione passata hai vestito i panni del capitano. Cosa significa per te rivestire questo ruolo? Quali sono le maggiori difficoltà che hai incontrato?

Quest’anno gli eventi ci hanno un po’ sopraffatto, forse lasciandoci meno di quello che ci saremmo meritati e devo ammettere che è stata per me una stagione difficile. Quando le responsabilità sono maggiori si sente maggiormente il peso dei risultati, e sebbene sia stato per me un grande onore rivestire il ruolo del capitano, ho dovuto fare i conti con un modo nuovo di sentire la partita ed ho cercato di responsabilizzarmi anche per gli altri; credo che questo aspetto mi abbia fatto crescere nel dover superare lo scarto tra le mie necessità personali e le esigenze di squadra, che ero prima abituato a considerare diversamente. Un altro aspetto problematico del gestire questo nuovo ruolo è stato senz’altro la necessità di gestire le insoddisfazioni e le problematiche che inevitabilmente nascono in seguito al gioco e che, in una dimensione simbiotica come la nostra, rischiano di ripercuotersi sui rapporti personali e rovinare l’equilibrio del gruppo.

Vi sono delle voci che ormai circolano da tempo e non sono voci buone per i tifosi romani. Si parla di una tua eventuale partenza dal Mammuth Hockey Roma nella prossima stagione. Confermi queste voci? E se sì, quale sarà la tua prossima destinazione e perché hai scelto quella?

Per quanto riguarda l’anno prossimo devo purtroppo confermare che non giocherò con i Mammuth. Questa è una conseguenza frutto di una scelta che mi vedrà proseguire il mio percorso di studi a Milano per la laurea specialistica; il mio futuro nell’hockey, almeno per i prossimi anni, sarà probabilmente nella squadra del Milano (anche se nulla ancora è ufficiale), aspetto che costituisce comunque per me una grande sfida agonistica.

Per finire, in ogni sport e in ogni squadra il rapporto tra capitano e tifosi è sempre molto stretto. Vuoi farci un commento sul drappello di tifosi il quale si fa chiamare CUMR e che segue le vostre partite tutto l’anno?

 Sono molto dispiaciuto di lasciare la famiglia dei Mammuth, la mia seconda casa ormai da diversi anni; e lo sono ancora di più sapendo di lasciare il gruppo di tifosi che si è unito alla famiglia negli ultimi due anni. I ragazzi al seguito della nostra squadra ci hanno sempre incitato, nonostante le numerose sconfitte, e personalmente mi hanno sempre supportato dandomi calore e riconoscendomi nel nuovo ruolo. A loro chiedo di continuare a sostenere la squadra e di mantenere questo affetto spontaneo ed incondizionato, perché è un tratto che contraddistingue la nostra realtà,

Forza CUMR e forza Mammuth, a presto.

 

 

 

Tutte le foto sono di Rita Foldi. Per maggiori informazioni visitate : http://www.ritafoldi.com/

 

 

 

Di Andrea Candelaresi

 

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