Cronaca

La seconda vita dei rifiuti: l’arte che salva gli oceani

Adv

Quanta plastica utilizziamo, consumiamo e accumuliamo ogni giorno? A ricordarcelo arriva il progetto Washed Ashore che denuncia il problema della plastica e degli altri rifiuti che continuano a contaminare le spiagge, i mari e gli oceani.

E infatti l’oceano è in pericolo: entro il 2050 ci sarà più plastica che pesci. Ogni anno produciamo 300 miliardi di grammi di rifiuti in plastica, di cui solo una minima frazione viene riciclata. La maggior parte di questa spazzatura finisce proprio nei mari e negli oceani dove attualmente minaccia 700 specie marine, ufficialmente a rischio di estinzione.

La maggior parte dei rifiuti è costituita da oggetti contenuti nei container trasportati dalle navi cargo, che talvolta cadono in mare.

In questi anni si sono costituite diverse squadre d’azione per la pulizia degli oceani, ma la vastità dell’area non consente di ottenere risultati nell’immediato. Il rischio è ancora più serio perché “la plastica non è biodegradabile e con il passare degli anni i detriti si disgregano in piccoli pezzettini fino a formare una specie di massa di sabbia plastificata che pesci e uccelli marittimi confondono facilmente con del cibo” afferma Greenpeace.

Migliaia di bottiglie di plastica, borse, giocattoli e detriti finiscono ogni giorno nei nostri oceani: la fauna marina, come foche, balene e tartarughe, scambiano i rifiuti come alimenti o rimangono incagliate in esse.

La Washed Ashore è un’organizzazione dell’Oregon no-profit che ha prelevato tonnellate di rifiuti e le ha trasformate in arte: li raccoglie dalle spiagge e ricrea con questo materiale di recupero (soprattutto plastica) bellissime sculture di animali marini allo scopo di ammonire circa i rischi che corrono queste creature e proteggere i nostri oceani e il loro habitat.

Questi straordinarie sculture fatte di rifiuti ci vogliono ricordare l’uso eccessivo che la società fa di materie plastiche e ognuna rappresenta una forma di vita marina minacciata dall’inquinamento.

L’opera è stata realizzata da un team di artisti e volontari guidati da Haseltine Pozzi, un’ex insegnante di Washington: “L’inquinamento sta soffocando i nostri oceani – ha detto la Pozzi – Dobbiamo iniziare a cambiare le nostre abitudini e pensare di più al nostro pianeta”.

Un pomeriggio, mentre ammirava le spiagge tanto amate, vide dei rifiuti lungo tutta la costa. Subito le venne in mente di recuperare quel materiale con l’aiuto di semplici volontari, per trasformare una problematica ambientale in un’opera d’arte. La finezza di questo lavoro è stata quella di voler rappresentare gli animali più colpiti dall’inquinamento. Con l’aiuto di volontari intraprendenti, l’organizzazione della Pozzi ha realizzato un gran numero di sculture. I rifiuti in questo modo riprendono vita sotto forma di pinguini, barriere coralline, squali.

Un’esposizione originale ed ecologica in mostra allo Smithsonian National Zoo a Washington. I visitatori dello zoo hanno accolto con sorpresa le sue sculture: ci sono pesci giganti e coloratissimi costruiti con sacchetti e bottiglie usate, mostruose creature marine fatte di giocattoli abbandonati e reti dimenticate in acqua, granchi e polipi costruiti con accendini, spazzole per capelli e tappi.

Il processo che porta alla realizzazione di una scultura è piuttosto rigoroso: si deve ordinare, disegnare, lavare, tagliare, cucire, legare per creare da zero ogni singolo pezzo.

Nata circa 5 anni fa in America, Washed Ashore riesce a trasformare circa il 98% in sculture variopinte e, ad oggi, ha trasformato più di 17 tonnellate di scarti marini in centinaia di sculture dal volume ampio e dal profilo inconfondibile.

 

Patrizia Cicconi

https://wordpress.com/post/metropolitandotblog.wordpress.com/8446

 

Adv
Adv
Adv
Back to top button