CronacaCultura

L’arte, strumento di persecuzione e speranza nel Califfato

Da che mondo è mondo ogni civiltà, più o meno forte, ha sempre accompagnato il proprio sviluppo sociale, economico e territoriale con la produzione di opere artistiche, di vario genere e con diversi intenti, a partire dalle incisioni rupestri fino ad arrivare alla Cappella Sistina. L’arte per un Paese rappresenta la grandiosità dello stesso, il ruolo che esso ricopre in un determinato luogo, in un certo momento storico, il suo stato di salute, una divulgazione diretta al presente ma, allo stesso tempo, una memoria storica per coloro che verranno.

Un’opera d’arte, si può dire, rappresenta una fotografia della civiltà che la ha generata, filtrata dai suoi ideali e dalla cultura che ne fanno parte.

Da sempre le opere d’arte sono state oggetto di protezione da parte di chi le ha create, ma, anche, da parte delle generazioni successive, pur se appartenenti a diverse culture ed etnie, proprio perché ne riconoscevano un valore intrinseco che va oltre il tempo e il luogo che le ha partorite.

Tutto al contrario, invece, è il barbaro trattamento di cui sono oggetto attualmente i manufatti artistici di origine islamica, culla di una delle più imponenti ricchezze artistiche di sempre.

Ad opera dell’Isis, infatti, sono stati distrutti centinaia di siti archeologici, sia di natura non islamica sia di natura sciita, in quanto perseguitate, raggiungendo il culmine con l’uccisione di Khaled Asaad, l’uomo che per più di cinquanta anni era stato a capo del sito archeologico di Palmira e conosciuto come studioso anche a livello internazionale.

I miliziani dello Stato Islamico perseguono l’arte nel suo senso più ampio, multando e incarcerando i musicisti, gli scrittori, attori, pittori, scultori e fotografi che non sono graditi, coloro che non si piegano ai messaggi e la cultura propagandata in maniera unilaterale, coloro che hanno ancora il coraggio di essere sé stessi, puramente artisti, portatori di creatività e fantasia sconfinata.

Ma cosa induce questi terroristi islamici a seminare tanto scempio, quale è il significato di tali razzie per il Califfato?

Una prima spiegazione può essere rinvenuta nell’ appartenenza dell’Isis alla dottrina wahabita, la quale segue in maniera letterale le sacre scritture che, proibendo l’idolatria proibirebbero, secondo un’interpretazione radicale, la stessa rappresentazione di statue poi oggetto di culto e venerazione; stando così le cose, a parer loro, bisogna distruggere tutte le rappresentazioni oggetto di culto.

Ma un’analisi più profonda può portare a spiegare anche la distruzione e la persecuzione di altre opere d’arte, che niente hanno a che fare con il divieto di idolatria che, altrimenti, rimarrebbero solo un mucchio di polvere, senza alcun motivo.

Il vero obiettivo che l’Isis persegue con tali azioni demolitorie e di persecuzione si chiama “pulizia culturale”, che certo la storia non conosce per la prima volta ma, ora, rappresenta un fenomeno di portata maggiore. In questo modo si vuole azzerare la memoria del passato, portatrice di una cultura e di un credo ormai vietati e messi al bando; non si vuole lasciare nient’altro al di fuori di quanto è imposto dal Califfato, rendendo così i suoi appartenenti schiavi in quanto non liberi di scegliere tra quanto esiste al di fuori e quanto viene propagandato.

La distruzione e la persecuzione della cultura rappresenta il tentativo di impoverire gli animi e le menti dei cittadini così da renderli sudditi, non in grado di ribellarsi, posto che l’arte è per sé stessa, da sempre, portatrice di messaggi che superano il concetto del bello, quali, proprio, il malcontento sociale, l’induzione alla ribellione, messaggi sociali e anche di pace, niente di più osteggiato dalla politica del Califfato.

In una situazione così drammatica esiste, però, chi ce l’ha fatta, chi è riuscito a far vincere l’arte, al di sopra di tutto, qualsiasi divieto e persecuzione, donando al mondo intero, e ai popoli oppressi in particolare, un messaggio di speranza, la vittoria del bene sul male.

Si chiama Aeham Ahmad ed è un pianista palestinese proveniente dal villaggio di Yarmuk, ora roccaforte assediata dall’Isis.

Ahmad è un ragazzo di ventotto anni, dieci anni di Conservatorio alle spalle, che fino a quando i miliziani non hanno invaso il suo campo andava in giro con il suo pianoforte, portato su un carretto traballante, suonando per gli altri membri del villaggio e portando allegria e speranza ad una popolazione martoriata dalla guerra civile.

Ahmad è un punto fermo per la sua popolazione, conosciuto e glorificato, tanto che Zeina Hashem Beck, una poetessa libanese, gli dedica i suoi versi:  Suonaci una musica che parli di briciole di pane, uomo triste, suonaci una nota per il sonno, un’altra per gli uccellini degli alberi mangiati dai bambini per fame… Qui non ci sono sale da concerti, solo dita intirizzite, cani scheletrici. Perciò inventa un’allegra canzone araba, affinché possiamo morire, come gli uccellini che abbiamo mangiato, cantando, cantando”.

Un giorno i miliziani dell’Isis gli bruciano il pianoforte, pezzo del negozio di strumenti del padre, un violinista non vedente, intimandolo così a smettere di suonare le note dell’amato Beethoven e mettendo fine al suo sogno di diventare un famoso pianista.

Fortunatamente Ahmad è ancora vivo, non gli è stato riservato un trattamento feroce come è successo ad altri, o per lo meno non hanno fatto in tempo; Ahmad ha lasciato il suo paese ed è scappato, ora è un rifugiato politico a Berlino, dove, non senza problemi, si è costruito una nuova vita, riuscendo a farsi conoscere per il suo talento da pianista e tenendo concerti. Da poco è uscito pure il suo primo disco, in cui parla della sua terra e del suo popolo, della guerra e della voglia di pace ed è stato in Italia come partecipante alla decima edizione del Barezzi Festival al Teatro Pallavicino di Zibello.

Ahmed è riuscito a realizzare il suo sogno, ma rimane ancorato al suo passato che, gli dà la forza di combattere, per sé stesso e per gli altri: “Anche io sono cambiato: dentro di me convive un senso di colpa per essere andato via da lì. Non voglio essere una celebrità, io sono sempre e soprattutto un rifugiato; penso sempre ai miei amici di allora: dei ragazzi che cantavano le mie canzoni, molti sono morti e feriti”.

La storia di questo ragazzo rappresenta una luce di speranza, quella che lui stesso con la propria arte può portare nella sua terra con messaggi di pace in grado di rompere le catene con le quali l’Isis ha legato coloro che non si sono piegati, compresi gli artisti, donandogli nuovamente la dignità umana di cui sono stati privati.

Lorenzo Maria Lucarelli

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