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Lavoro minorile: evoluzione o regressione?

Quando si sente parlare di lavoro minorile, per le vecchie generazioni sarebbe quasi normale se non necessario ‒ magari anche a fini educativi ‒ per le nuove invece i vocaboli lavoro e minori non sempre vanno d’accordo. Quando un minore decide di lavorare ‒ o sono le famiglie a sollecitarlo ‒ la legge tutela la sua posizione?

Lavoro minorile e Costituzione

Il lavoro minorile in Italia è tutelato e regolamentato da due articoli specifici. L’articolo 34 sancisce il divieto per un minore di lavorare. L’età minima non può che essere quella che corrisponde con il termine della scuola dell’obbligo, fatte salve le deroghe limitate. L’articolo 37 invece tutela il lavoro dei minori e garantisce ad essi (a parità di prestazione) un adeguato compenso per il lavoro svolto. La disciplina specifica in materia di lavoro minorile è contenuta nella legge 667/1977.

La legge in questione, in primis crea una distinzione tra due categorie diverse di lavoratori in età minorile. Bambini (fino a 15 anni) e adolescenti (dai 15 ai 18 anni che abbiano già completato l’obbligo scolastico). L’età a partire dalla quale è possibile entrare nel mondo del lavoro è in ogni caso fissata a 15 anni compiuti a condizione che sia terminata la scuola dell’obbligo.

Alternanza scuola lavoro

Si è sentito molto parlare negli ultimi tempi dell’alternanza scuola lavoro. Una strategia che ha forse come obbiettivo l’abbattimento della disoccupazione giovanile con una professione che introduca immediatamente nel mondo del lavoro i giovani che non intendono proseguire gli studi oltre la scuola dell’obbligo o, dopo aver conseguito il diploma, all’università.

Sono ben lontani i tempi dove la scuola italiana era una delle eccellenze riconosciute in tutto il mondo. Attualmente, considerando programmi e percorsi di studi obsoleti e media voti degli studenti, l’Italia si trova oggi al 34° posto su 70 nazioni oggetto di analisi della qualità delle proprie scuole. L’alternanza scuola lavoro, regolata dalla legge 10/2015, vorrebbe essere un innovativo strumento didattico che attraverso la pratica propone di consolidare le conoscenze acquisite nel teorico.

Ma come è facile dedurre, nonostante molte volte la pratica sia la miglior scuola, un paese che si trova a metà classifica in quanto a qualità dell’istruzione, ha poco da consolidare.

Lavoro minorile: evoluzione o regressione?

Gli anziani raccontano spesso di quando erano aitanti giovani che dovevano rimboccarsi le maniche fin da tenera età. Dovevano quasi obbligatoriamente andare a lavorare trascurando l’istruzione per poter contribuire al sostentamento della famiglia. Per i giovani di oggi appare alquanto strano sentir parlare di lavoro. Le nuove generazioni sempre più vicine al mondo del web, sono circondate da nuove professioni che riguardano internet e tecnologia: influencer, youtuber, gamer professionista.

Un paese oggi allo stremo in quanto a risorse e sostenuto dai lavoratori di mezza età, non ha risorse umane sufficienti per far si che i giovani si concentrino su un lavoro che incida significativamente sull’economia reale. È molto difficile sentire di un giovane che voglia lavorare la terra oppure dedicarsi alla costruzione di abitazioni o all’impiantistica. L’alternanza scuola lavoro appare oggi come una regressione nel sistema scolastico.

Sarebbe come riconoscere che le scuole non sono in grado di offrire gli strumenti necessari a introdurre un giovane che abbia completato il percorso di studi nel mendo del lavoro. Ciò è dimostrato dalla morte in stage dei due studenti. I giovani avevano rispettivamente 18 anni il primo e quasi 17 anni il secondo. I giovani di oggi non hanno conoscenze sufficienti a che vengano introdotti nel mondo del lavoro. Le loro prestazioni non sono tutelate da una legiferazione adeguata che eviti tali tragedie.

Da ricordare sono anche le tante morti sul lavoro degli adulti, periti nel compimento delle loro mansioni. Se l’Italia non protegge i lavoratori con anni di esperienza alle spalle, come si può pensare che vengano tutelati i giovani che non hanno esperienza sufficiente a garantire loro una confidenza tale col lavoro da ridurre al minimo il rischio di infortunio o peggio, di morte?

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