Cronaca

L’esodo veneto: rischio bail-in?

La situazione delle due banche venete non sembra poter giungere ad una soluzione. L’offerta di transazione, andata a buon fine, per evitare riscorsi legali da parte di vecchi azionisti sembrava poter rappresentare un punto di svolta nell’affaire. Ma l’operazione, conclusa ormai quasi due mesi fa, ha si evitato il probabile se non sicuro fallimento dei due istituti, ma non ha risolto i problemi patrimoniali ed economici in capo alle due entità bancarie.

L’intervento del fondo Atlante, strumento creato ad hoc per intervenire con nuove risorse finanziarie per stabilizzare banche in difficoltà (anche se in realtà la sua mission doveva comprendere anche una nuova gestione del mercato degli npl) è servito solamente a rimandare l’appuntamento con la realtà; le due banche, per potersi considerare fuori pericolo e poter procedere alla fusione, che sembra l’unica via possibile per affrontare i problemi di redditività che attanagliano Veneto Banca e Bpvi (problemi in realtà comuni a tutto il sistema creditizio italiano se non mondiale), devono passare per il giudizio della Dgcomp (organo della commissione europea delegato al controllo degli aiuti di Stato, a certe condizioni vietati nel territorio Ue) e della Bce, per poter accedere alla ricapitalizzazione precauzionale, cioè all’intervento dello Stato.

L’intervento pubblico da 4,7 miliardi, finanziato dal fondo da 20 miliardi costituito dal governo lo scorso gennaio, non ha passato il vaglio dell’Unione Europea; viene richiesta una riduzione dell’intervento pubblico pari ad un miliardo, che dovrà necessariamente provenire da investitori privati. Banca Intesa, uno dei finanziatori principali del fondo Atlante, ha già fatto sapere tramite le parole del Ceo Messina, che i privati hanno già perso abbastanza soldi nell’operazione e non sono disposti ad intervenire nuovamente con un ulteriore iniezione di liquidità. La strada per il governo ed il management delle due banche appare stretta, in quanto sarà necessario reperire un miliardo di euro necessariamente non finanziato dalle casse dello Stato.

Ma perchè la DgComp ha richiesto delle modifiche al piano di salvataggio? La direttiva Brrd definisce le regole da seguire nel salvataggio di un istituto bancario. La norma prevede la possibilità di un intervento pubblico come opzione di ultima istanza, subordinata ad una serie di fattori, perchè la logica alla base della normativa è che il denaro dei contribuenti non deve essere usato per salvare banche in difficoltà. In particolare, l’intervento pubblico può essere implementato a condizione che gli azionisti e gli obbligazionisti subordinati (o comunque gli obbligazionisti progressivamente secondo il loro livello di seniority) debbano condividere l’onere (burden sharing) ovvero debbano subire delle perdite e quindi compartecipare all’operazione di salvataggio. Ma non basta. Nonostante il burden sharing, l’intervento pubblico deve comunque avere un carattere temporaneo e può essere realizzato solo se l’istituto in questione presenta caratteri di solvibilità e abbia una prospettiva di sviluppo reddituale nel tempo. Inoltre, l’intervento pubblico non può coprire perdite pregresse della banca, che devono appunto essere in capo a privati; la funzione dell’aiuto di Stato deve essere in un’ottica di stabilizzazione dell’ente, quindi può essere definito esclusivamente dopo la copertura delle perdite antecedenti.

Per questo motivo la Commissione ha respinto la bozza di piano presentata dal governo: l’onere non è stato realmente condiviso e la banca dovrà trovare ulteriori risorse aggiuntive, che non potranno provenire dalle casse dello Stato. Il rischio bail-in (prospettiva nella quale azionisti e obbligazionisti perdono i soldi investiti per partecipare al salvataggio dell’istituto) sembra possibile, nonostante la smentita del ministro Padoan che ha negato questa opzione. La situazione sarà di grande attualità nei prossimi mesi. Sicuramente, il bubbone veneto è pronto ad esplodere da anni, e troppi soggetti, dai regolatori ad alcuni esponenti dei vari governi, hanno grosse responsabilità, anche se leggendo i commenti in giro sembra che la colpa del fallimento sia in capo all’Unione europea e alle sue regole, votate dagli stessi Stati che ora le contestano.

 

Adv

Related Articles

Back to top button