Approfondimenti

Malasanità e Risarcimento del danno: definizione e domande

Spesso sentiamo parlare di “malasanità” e di risarcimento del danno relativo ma cosa si intende davvero per malasanità? Quando si può parlare di malasanità nel nostro attuale ordinamento?

Queste sono alcune delle domande a cui tenteremo rispondere di seguito per delimitare la materia della malasanità denominata più propriamente responsabilità medica.

Quando si parla di malasanità? Qual è la definizione di malasanità?

Si ha responsabilità medica e quindi si parla di malasanità se sussiste un nesso causale tra la lesione alla salute psicofisica del paziente e la condotta dell’operatore sanitario in concomitanza o meno con le inefficienze e carenze di una struttura sanitaria.

Dalla suddetta definizione, solo apparentemente generica ma invece alquanto precisa in vista degli approfondimenti che faremo, emerge in primo luogo la centralità del delicato rapporto tra l’esercizio del diritto alla salute da parte del paziente e l’espressione della professione medico-sanitaria in tutte le sue possibili declinazioni: che si svolga in equipe o autonomamente, che intervenga su una determinata patologia o sulla sua possibile insorgenza, il fine ultimo dell’attività in esame coincide con gli obiettivi del processo di guarigione dalla malattia.

Occorre sottolineare pertanto che il concetto di malasanità si riferisce compiutamente all’azione di un sistema complesso in cui il soggetto è destinatario di prestazioni mediche di ogni tipo (diagnostiche, preventive, ospedaliere, terapeutiche, chirurgiche, estetiche, assistenziali, ecc.) svolte da medici e personale sanitario con diversificate qualificazioni, quali infermieri, assistenti sanitari, tecnici di radiologia medica, tecnici di riabilitazione etc.

Può accadere raramente che tuttavia gli effetti conseguenti le terapie e/o diagnosi non siano quelli sperati ed è possibile quindi che ai sanitari possano essere attribuiti, secondo le ipotesi più frequenti, errori diagnostici, terapeutici o da omessa vigilanza e conseguentemente la sussistenza di una responsabilità penale o civile (così detti casi di malasanità) per l’aggravamento della situazione del paziente o addirittura per la sua morte.

Il concetto di malasanità quindi attiene dunque all’obbligo di rispondere delle conseguenze derivanti dall’illecita condotta, commissiva od omissiva che sia, certamente posta in essere in violazione di una norma.

Come accennato, l’errore del medico e quindi la malasanità può essere compiuto nella fase diagnostica, in quella prognostica e nella fase terapeutica.

L’errore prognostico e quindi la malasanità deriva da un giudizio di previsione sul decorso e soprattutto sull’esito di un determinato quadro clinico che però si rivela errato magari anche legato ad errore diagnostico, mentre l’errore in fase terapeutica attiene al momento della scelta del trattamento sanitario o a quello della sua esecuzione. Può verificarsi comunque l’ipotesi in cui, pur in presenza di una corretta diagnosi e di un percorso terapeutico congruamente definito, si sbagli l’esecuzione dell’intervento chirurgico per imperizia o negligenza.

L’errore diagnostico e quindi la malasanità si realizza nell’errata diagnosi della patologia, a cominciare ad esempio dalla errata raccolta dei dati anamnestici, quando invece doveva essere esattamente eseguita e valorizzata per il completamento del quadro clinico (il paziente è allergico a varie sostanze ma il medico dimentica di annotarle o specificarle, predisponendo superficialmente proprio una terapia sulla base di quei principi attivi).

L’errore diagnostico può invece realizzarsi nella sottostima o addirittura nel mancato rilievo di una certa allarmante sintomatologia, anche se grazie agli esami strumentali e di laboratorio a fini diagnostici e ai percorsi codificati in veri e propri protocolli, l’ipotesi di una diagnosi errata assume oggi una maggiore gravità. Un aspetto decisamente affine e non meno grave è quello del ritardo diagnostico che procrastina a danno del paziente l’esecuzione di necessarie e indispensabili terapie.

Risarcimento da malasanità

Per aver diritto al risarcimento danni da malasanità si deve evidenziare il rapporto che si instaura tra il paziente e la struttura sanitaria che viene considerato come un vero e proprio contratto. Quindi si ha diritto al risarcimento da malasanità anche se non è stato firmato alcun accordo scritto. Per questo motivo il paziente che lamenta un danno dovrà provare di essersi rivolto a quella specifica struttura per aver diritto al risarcimento malasanità, dimostrare di avere subito un danno (e quindi un peggioramento delle proprie condizioni fisiche) a seguito di un trattamento terapeutico od omissione e specificare in cosa consiste tecnicamente l’errore del medico, dimostrando che il danno dipende dall’errore. Non è però tenuto a dimostrare che effettivamente l’errore che lamenta è stato effettivamente compiuto e da questo quindi non dipenderà il diritto o meno al risarcimento danni da malasanità.

La malasanità può anche derivare da fattori organizzativi della struttura, quali carenze funzionali o inadeguatezza degli strumenti.

Toccherà infatti alla struttura provare di avere agito correttamente perché in caso contrario subirà una condanna al risarcimento del danno da malasanità.

Qualora si agisca contro il singolo sanitario, sarà necessario dimostrare che all’azione del medico sia conseguito il danno da malasanità lamentato, e che l’azione del medico sia connotata da dolo o colpa. A questo fine, come detto, si dovrà tenere conto delle “linee guida” e quindi dei protocolli che detteranno le condotte minime richieste ai medici nelle loro attività.

Si ha quindi diritto al risarcimento danni da malasanità quando oltre all’errore medico viene dimostrato il nesso causale tra l’errore medico e la lesione subita.

Il risarcimento da malasanità quindi potrà essere richiesto alla struttura sanitaria, al singolo operatore sanitario (medico libero professionista) secondo le procedure ben definite dal nostro codice civile.

Mr. Red

Atipico consumatore di cinema commerciale, adora tutto quello che odora di pop-corn appena saltati e provoca ardore emotivo. Ha pianto durante il finale di Endgame e questo è quanto basta.
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