Cronaca

Mani Pulite, 25 anni fa l’inchiesta che ha ridisegnato la geografia politica italiana

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Il 17 febbraio del 1992 l’arresto di Mario Chiesa, presidente socialista di un grande ospizio milanese, il Pio Albergo Trivulzio, diede il via alla stagione che travolse la Prima Repubblica e cambiò la storia d’Italia. Cominciava a Milano l’inchiesta che sarebbe passata alla storia come Mani Pulite. È l’inizio del ciclone giudiziario denominato come “Tangentopoli“, una serie di indagini sul sistema corrotto in cui gli appalti pubblici venivano assegnati in cambio di mazzette.

L’ingegner Chiesa aveva appena intascato una bustarella di 7 milioni di lire, portati nel suo ufficio da un piccolo imprenditore di Monza, Luca Magni, che lo ha denunciato all’allora PM Antonio Di Pietro. Quell’arresto scatenò una catena di eventi e mise sottosopra l’intero paese.

In meno di tre anni, i magistrati di Mani Pulite raccolgono montagne di prove che portano a 1.233 condanne definitive per corruzione, concussione, finanziamento illecito dei partiti e fondi neri aziendali.

Le persone indagate furono 4.500, le richieste di rinvio a giudizio 3.200, mentre il totale delle tangenti e dei fondi neri avrebbe oltrepassato i 3.500 miliardi di lire. Partiti, leader politici e capitani d’industria lasciarono la scena per sempre. Il processo a Sergio Cusani trasmesso in diretta televisiva ha visto passare sul banco degli imputati ex premier ed ex ministri come Bettino Craxi e Arnaldo Forlani.

Il capo della Procura di Milano, Francesco Saverio Borrelli, affiancò a Di Pietro un pool di magistrati tra cui Gherardo Colombo, Pier Camillo Davigo e Ilda Boccassini. Fioccarono gli avvisi di garanzia e si moltiplicarono le indagini sugli affari illeciti tra politica e finanza. Molti leader politici vennero messi sotto accusa. L’ondata di indignazione pubblica venne rappresentata a Montecitorio dal leghista Orsenigo che brandì un cappio tra i banchi dei deputati.

Questo clima rivoluzionario miete anche molte vittime. Sono diversi i suicidi a cominciare da Sergio Moroni, tesoriere del PSI lombardo, finito in alcune inchieste per appalti locali, che prima di togliersi la vita inviò una lettera a Giorgio Napolitano, allora presidente della Camera. Seguirono il presidente di Eni Cagliari e Raul Gardini al centro dell’affare Enimont. Alcuni accaddero in circostanze misteriose come quello di Sergio Castellari, ex direttore generale del Ministero delle Partecipazioni Statali.

In uno studio l’economista Mario Deaglio calcolò il costo delle tangenti per i cittadini e per il sistema economico italiano in generale: fino a 4 volte superiore rispetto agli altri paesi europei per opere pubbliche analoghe.

Di Pietro ricorda quegli anni, che in tanti hanno provato a raccontare al cinema o attraverso libri. “Oggi non resta che desolazione e rammarico. Si è passati dall’idea di una guerra fra guardie e ladri a una guerra fra bande”, commenta, “da una parte rimane l’amarezza nel constatare che nonostante tutto quello che ha scoperchiato Mani Pulite, il sistema della corruzione nella pubblica amministrazione è rimasto ma non come prima, ma dall’altra parte bisogna sottolineare che la magistratura, nella lotta alla corruzione, non ha mai abbassato la guardia”.

Infatti sono stati eventi che si possono comprendere solo gettando uno sguardo globale agli eventi, poiché le inchieste si sono intrecciate con le stragi di mafia e con una profonda crisi economica. C’è anche da dire che, nonostante tutto, è stata anche una stagione di speranza col fatto che si sono imposti nuovi movimenti, da Forza Italia alla Lega, e altri sono sorti dalle ceneri della tradizione democristiana e comunista. Ma, quel che più preme l’Italia, è che non sono state create leggi e strutture per impedire che le tangenti tornassero a dilagare.

 

Patrizia Cicconi

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