Attualità

Morta Virginia Gattegno, l’ultima sopravvissuta alla Shoah a Venezia

Aveva quasi raggiunto i 100 anni la donna sopravvissuta ai campi di concentramento. Virginia Gattegno è morta all’età di 98 ani. A dare la notizia del decesso dell’anziana sopravvissuta all’olocausto è stato Dario Calimani, presidente della Comuità Ebraica di Venezia: “Oggi la Comunità ebraica di Venezia è più sola. Questa mattina è scomparsa Virginia Gattegno, l’ultima sopravvissuta della Shoah. Solo poche settimane fa l’avevamo celebrata con uno spettacolo tratto dalla sua vita, in occasione del Giorno della Memoria al teatro la Fenice. In questo momento così triste, la Comunità ebraica di Venezia si stringe attorno ai familiari di Virginia. Il Suo nome sia in benedizione”. Cordoglio è stato espresso dal sindaco, Luigi Brugnaro, secondo il quale “oggi tocca a noi raccogliere la sua eredità tenendo a mente il suo appello, e facendo in modo che quella storia non si debba più ripetere. Addio Virginia, Venezia saprà omaggiare la tua memoria e conservare vivo il tuo ricordo”.

Uno squarcio della vita di Virginia Gattegno

Arrivata alla soglia delle 99 primavere, Virginia Gattegno aveva ultimamente deciso di raccontare tutte le donne che è stata: bambina spensierata fra Roma e Anzio, ragazza felice a Rodi, giovane deportata ad Auschwitz, moglie innamorata in Congo, maestra serena al Lido; nel suo libro La mia vita oltre Auschwitz. Caricata prima su una nave e poi su un treno nell’estate del 1944, quando compiva 21 anni, Virginia venne costretta dai nazisti a lasciare la Grecia (dove il papà Shalom era stato mandato a dirigere la scuola ebraica) insieme alla nonna, alla mamma, ai fratelli ed alla sorella Lea, l’unica poi tornata indietro insieme a lei.

Le parole ci raccontano l’arrivo tremendo l’arrivo a destinazione: “Eravamo più morti che vivi, il viaggio era stato spettrale ma non immaginavamo fosse solo l’inizio e che si potesse scendere di molti scalini verso l’inferno“. Le privazioni, le violenze, le umiliazioni, i decessi. “Ogni giorno cominciava con l’appello. Ci riunivano in uno spazio tra le baracche e un nazista cominciava a leggere i nostri numeri in tedesco. Quelle che non sapevano il tedesco e non rispondevano al momento giusto venivano bastonate. Così ti toccava imparare in fretta, e imparavi anche che il tuo nome non esisteva più. Eravamo un codice tatuato“. Il suo era A24324, cifre anonime in una quotidianità bestiale. “Ad Auschwitz arrivi a mangiare di tutto, non ti fai più nessun problema, non ti fa schifo più niente. Mangi pane ammuffito, erba, radici. Alcune ragazze le ho viste rosicchiare le maniche di una giacca dalla disperazione. Quando hai fame per settimane, non ragioni neanche più”.

Il 27 gennaio 1945 venne salvata dall’inferno del campo di concentramento

Virginia trovò la forza di resistere. “Avevo tenuto duro pensando che mai avrei consegnato questo mio corpo ai nazisti. Non volevo morire lì. Ovunque poteva succedere, perché purtroppo prima o poi succede, ma non lì, in quella neve, in quella disperazione. Volevo salutare questa vita come un essere umano, come una donna libera e non come una prigioniera”. Finché il 27 gennaio 1945 apparve l’Armata Rossa. “Il portone della baracca si è spalancato e abbiamo visto un soldato alto e barbuto, ricoperto di neve da capo a piedi. Mi sembrava un angelo, così bianco“. Di quel ricordo resta una riproduzione, nel celebre filmato della liberazione, girato in realtà alcune settimane più tardi, quando fu disponibile una cinepresa. “Era tutto fasullo, i russi ci davano da mangiare e in cambio noi gli davamo un po’ di celebrità“.

Enrica Nardecchia

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