Cronaca

Nulla cambi affinché nulla cambi

La roboante “incoronazione” di Matteo Renzi alla guida del partito del partito democratico per la seconda volta successiva e le dinamiche interne all’assemblea Dem

A seguito dei risultati delle elezioni primarie, tenutasi lo scorso 30 aprile, “Dichiaro eletto segretario del Partito Democratico Matteo Renzi”. Un film già visto, una platea già nota. Nella giornata di ieri, infatti, l’assemblea del Pd, riunitasi per la nuova incoronazione di Matteo Renzi a segretario, nonché leader indiscusso del partito, ha messo in scena tutta l’inutilità e l’incapacità del partito di rinnovarsi e di esprimere leader capaci di incarnare il vero spirito del centro-sinistra italiano.

Per avere un’idea precisa dell’egemonia venutasi a creare nella compagine Democratica dello stato italiano, occorre riprendere i numeri attraverso i quali sono state attribuite le cariche all’interno della struttura-partito. Il numero totale dei delegati ammonta a 1000. Di questi 1000, 449 appartengono al gentil sesso, i restanti 551 sono uomini. La competizione a tre, che vedeva “triellare” l’ex primo ministro Matteo Renzi, l’attuale ministro di giustizia Andrea Orlando e l’ex magistrato nonché attuale governatore della Puglia Michele Emiliano, ha dato esito certo, definitivo e incontestabile: l’ex premier ha ferito a morte i due rivali. La nuova assemblea, infatti, si colora di viola e sventola alto il gonfalone fiorentino. Ben 700 delegati rispondono alla volontà di Matteo Renzi (questo dato equivale al 69,8% delle preferenze espresse nei Gazebo). Il 20% degli elettori di centro-sinistra, equivalente a 212 delegati in assemblea, invece, seguiranno l’attuale Guardasigilli nella sua avventura finalizzata alla “svolta a sinistra”. Infine, con il 10,8% delle preferenze complessive, “l’Uomo del Sud”, Michele Emiliano, potrà contare sulla fedeltà di 88 delegati.

Si fatica a trovare delle differenze sostanziali con quello che era l’assetto precedentemente vigente. Le conferme di Matteo Orfini, Giovane Turco, alla presidenza del partito e di Bonifazi come tesoriere, unite all’ingombrante e perpetua presenza del Segretario Renzi, non rappresentano quella soluzione di continuità che i rivoltosi, confluiti nel movimento Democratico e Progressista (MDP), speravano. Quel fuoco fatuo che ardeva all’interno della compagine democratica, infatti, non è stato sufficiente a scardinare l’impostazione Renziana e la nuova ideologia ultra-liberale della Sinistra Italiana. L’incapacità di egemonizzare, come spesso accade alle minoranze della sinistra, si trasforma in scissione e creazione di nuovi corpi politici troppo spesso inutili e ininfluenti.

Le nuove nomine sono le seguenti: vice-presidenti, Barbara Pollastrini e Domenico De Santis, rispettivamente espressi dai gruppi di Orlando ed Emiliano; vicesegretario sarà l’attuale ministro dell’agricoltura, Maurizio Martina.

Renzi, quindi, non solo può dirsi felice della risposta democratico-partecipativa della “comunità dei Gazebo”, ma può incassare i frutti dell’auto epurazione di una minoranza Dem incapace e riottosa, vedendosi aprire dinanzi una strada libera da inutili prese di posizione e tentativi di ammutinamento.

Felice, finalmente sul palco, accompagnato dalle note musicali prodotte da Ligabue e seguito dal tricolore italiano, può tornare a praticare quella dialettica tanto cara ai nostalgici dell’era berlusconiana. Assicurazioni di collaborazione, garanzia di tolleranza e rispetto nei confronti degli sconfitti, ossequio di rito a quei politici internazionali fedeli allo “status-quo”, o a lui paragonati (Macron) ed elogio a quello che lui crede sia una prerogativa del suo partito, ovvero la Democrazia interna: “straordinaria esperienza di popolo, grazie. Il 7 dicembre mi dimettevo. L’interruzione deve essere una ripartenza. Un popolo che si rimette in gioco e non ha paura di ripartire e ricominciare. Mettendo al centro le persone, una comunità felice di fare il bene dell’Italia”. Sul suo partito, invece: “Abbiamo assistito a polemiche, litigi, scissioni. Per cinque mesi abbiamo dato l’impressione di essere una comunità in grado solo di litigare. Tradendo il nostro messaggio. Ma ha vinto il Pd, il Pd che non litiga, che non può accettare che tutti sparino contro tutti. La gente ci vuole capaci di sogni”. Sulla politica estera: L’interruzione deve essere una ripartenza. Un popolo che si rimette in gioco e non ha paura di ripartire e ricominciare. Mettendo al centro le persone, una comunità felice di fare il bene dell’Italia”. “Ma in cinque mesi molte cose sono cambiate” prosegue Renzi, che parla del Venezuela che “qualcuno considera un modello di democrazia”. “Non dimenticare quello che è accaduto: la Cecenia, dove si organizzano campi di sterminio di persone colpevoli di avere un diverso orientamento sessuale: il Pd grida vergogna! E a chi parla di flop della legge sui diritti civili, dico che i diritti non si contano come i voti, si difendono”. “Le 82 ragazze liberate dopo tre anni da Boko Haram, ragazze che hanno gli stessi diritti delle nostre”. “Solo per dire che in cinque mesi il mondo è andato avanti. Dobbiamo ripartire con la consapevolezza che il futuro è il nostro campo da gioco”.

Non dimentica la sua attività da sindaco e marca il suo legame con le sfere amministrative locali tributando il sindaco di Castel Volturno, Dimitri Russo, con la prima chiamata ufficiale a seguito della vittoria: «Non esiste stare dalla parte dei grandi personaggi e dimenticarsi di quello che avviene da noi. La prima telefonata l’ho fatta a Dimitri Russo, sindaco di Castel Volturno, a cui vorrei arrivasse la vicinanza del Pd. Con Minniti andremo lì a lavorare per fare di quella zona del casertano uno dei punti di ripartenza e non solo a evitare i ghetti”.

Infine tocca i due argomenti più spinosi e più attesi da tutte le altre fazioni politiche: le elezioni e la legge elettorale.

Per ciò che concerne le elezioni rassicura il suo uomo a palazzo Chigi, l’attuale premier Paolo Gentiloni, confermando la consultazione elettorale nazionale a seguito della naturale scadenza della legislatura. Non manca di sottolineare, però, come questo governo non sia del tutto indipendente, ma stia portando avanti un’opera di continuità con il famoso governo dei 1000 giorni, evidenziando e accreditandosi i frutti del jobs Act: “questo governo non sta facendo opera di discontitunuità, ma continua un lavoro che noi abbiamo lasciato a mezzo. E siamo felici quando vediamo 739mila posti di lavoro in più grazie al Jobs Act”.

Il tallone d’Achille del fallito “impianto riformatore” renziano, ovvero la legge elettorale, continua a essere l’argomento più discusso. Qui gli viene servito un assist importante da tutti coloro che ritenevano di poter partorire una legge elettorale subito dopo le sue dimissioni, infatti: “chi ha fatto la campagna per il no ha detto agli italiani che dopo il referendum in sei mesi avrebbe rimesso a posto tutto. Vi hanno preso in giro, hanno portato solo il Paese nella palude. Hanno avuto ragione solo i cittadini che ci hanno detto no, non i partiti. Quelle forze politiche oggi hanno una responsabilità davanti al Paese: abbiamo proposto l’Italicum, il Mattarellum, il sistema tedesco. Il Pd è pronto ad accogliere qualsiasi proposta decente. Ma non a condividere le responsabilità di chi ci ha portato allo stallo”.

Per chiudere l’intervento ad effetto, rispolvera il pathos “da ventennio” servendosi di tre parole che rappresenteranno le linee guida del lavoro Dem: Lavoro, Casa, Mamma.

Più ragionevoli di lui i suoi oppositori che, memori dell’esperienza conclusasi di recente e nuovamente ripresentata, cercano di ottenere qualche rassicurazione finalizzata a una reale collaborazione nonché a una dignitosa considerazione.

Orlando, erede della tradizione comunista, batte sui temi della comunità e della decisione condivisa promessa da Renzi. Si sofferma sul punto attraverso il quale il neo segretario si impegna a cambiare il paradigma dell’attività politica Dem: il passaggio dal singolare al plurale, dall’Io al Noi. In sintesi, alla “spersonalizzazione” del partito. Saluta i suoi vecchi “compagni” che hanno intrapreso una nuova avventura, sottolineando, però, che tra Bersani e Berlusconi lui non avrebbe avuto dubbio alcuno sulla scelta da effettuare. Richiama la necessità della costruzione di un grande centro-sinistra, per evitare necessarie coalizioni con partiti terzi alla Sinistra. L’atteggiamento è ostile, ma i numeri non fanno paura al rottamatore Fiorentino.

Arriva il turno dell’ultimo classificato, Michele Emiliano. Il “rappresentante del Sud”, com’è stato definito da Renzi, accoglie con piacere e con orgoglio questa definizione. Recita un mea culpa per non aver “girato” abbastanza nel nord Italia e vanta il suo interessante risultato conseguito nel meridione. Ricorda, però, che i cittadini del Sud sono prima di tutto cittadini Italiani e che hanno la volontà di lavorare come tali. Incita Matteo a una maggiore empatia nei confronti dei suoi sostenitori e gli chiede di amare la politica, perché, rispetto a quella che è la sua personale esperienza, la politica è condivisione e amore per il prossimo. Augura al presidente un buon lavoro e riconosce il peso che grava sulla difficile figura di Segretario del partito. Si congeda con una frase ad effetto non priva di ironia: “Hasta la victoria, presidente”.

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