Cronaca

Nuovo grido di allarme dall’Amazzonia: è ricominciata la deforestazione

Le foreste pluviali amazzoniche hanno ripreso a bruciare. A ritmi molto elevati.
In realtà non avevano mai smesso, ma, negli ultimi dieci anni, c’era stata almeno una tregua.
A darne notizia è il New York Times, che ha analizzato i dati dell’istituto nazionale brasiliano per le ricerche spaziali (INPE) che parlano di un picco di deforestazione di 2 milioni di acri nel 2016. L’anno precedente erano 1,5 milioni.
Se dovessimo paragonarli ad un territorio italiano, potremmo pensare di aver perso un territorio boschivo pari all’Umbria. Bruciato da mani spinte da un profitto economico che davvero non porta benefici a questa terra.

La foresta amazzonica Immagine di Infobrasile.it

Il disegno di legge

La minaccia peggiore potrebbe arrivare da un progetto di legge che mira a ridurre l’ampiezza di quattro aree protette e ad eliminarne del tutto una, quella biologica di Campos de Manicore, mettendo a rischio oltre 1 milione di ettari di parchi protetti.
Un progetto di legge presentato già una volta e che un gruppo di parlamentari dello stato brasiliano dell’Amazonas (al confine tra Colombia e Venezuela), legati al partito del presidente Temer, sono pronti a presentare di nuovo e rendere operativo a partire da marzo.

Il perché della deforestazione

Disboscare o deforestare un territorio consiste nell’eliminare gli alberi e tutta la vegetazione che impedisce di sfruttare un terreno per costruirvi o per poterci coltivare. Nelle aree tropicali è molto diffuso il metodo “taglia e brucia”: si abbattono prima gli alberi e poi si incendia il sottobosco perché la cenere che ne deriva fertilizzi il terreno e lo renda il più adatto possibile
È una pratica vecchia quanto il mondo, o almeno quanto l’essere umano stanziale.
I motivi di questa nuova intensificazione vanno rintracciati nell’incremento della domanda di materie prime da parte delle multinazionali, soprattutto di soia, il cui consumo si è diffuso molto anche nei paesi occidentali. Le tre maggiori incriminate, secondo Greenpeace, sarebbero quelle Archer Daniels Midland, Bunge e Cargill, che utilizzano i raccolti provenienti dai territori amazzonici deforestati per produrre e vendere, in primis in Europa, mangimi animali.

Altro agente scatenante è lo sfruttamento minerario: alle aree ad esso collegato sono interessate le compagnie minerarie in cerca di oro, diamanti e niobo, un metallo raro impiegato nella produzione di acciaio inossidabile.

L’escalation

Secondo il NY Times sono almeno 865.000 gli acri di foresta andati distrutti ogni anno dal 2011. E secondo i dati del Centro di documentazione e Informazioni boliviano, la media dei territori deforestati sarebbe quasi raddoppiata dagli anni novanta ai primi dieci anni Duemila. Ma forse il peggio non è ancora arrivato.

Nuovi o vecchi business portano sempre allo stesso risultato: siamo tornati a bruciare il più grande polmone verde del pianeta.

Sarebbe ora di interrogarsi e capire di cosa possiamo fare a meno: e senza ossigeno proprio non si può vivere.

Federica Macchia

https://wordpress.com/post/metropolitandotblog.wordpress.com/14208

 

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