CronacaCultura

Nuovo lessico maniacale: la sindrome di Capitan Uncino

Lo usiamo sempre, a qualunque ora del giorno, a volte, anche della notte.
Lo usiamo per telefonare, chattare, andare in diretta su Facebook
.
Lo usiamo al posto dell’orologio, come livella o personal trainer (basta un app).
Ed è sempre con noi.
La risposta è l’indovinello più facile del momento: è il nostro smartphone. A volte ce ne portiamo dietro anche più di uno.

 Ne siamo dipendenti, chi più chi meno, e ne siamo spesso anche consapevoli.
Gli esperti la chiamano “Sindrome di Capitan Uncino” perché parte dalla mano, quella costantemente incollata al cellulare, e si diffonde in modo virale, portandoci fuori dalla realtà.

Immagine de Il Mattino.it

 

I numeri

Mediamente controlliamo lo smartphone una volta ogni 12 minuti, 80 volte al giorno. Non siamo ancora ai livelli statunitensi, che arrivano a 150, ma anche la nostra situazione è preoccupante. Il 77% degli italiani possiede almeno un telefono connesso alla rete e circa uno ogni cinque lo usa per almeno 6 ore e si collega al lavoro (96%), a casa (72%), sui mezzi pubblici (84%), nei locali (81%). E sono i giovani ad essere i più “addicted”. Per chi volesse avere una panoramica completa sui dati, un’ottima fonte è il “Digital, Social e Mobile 2015”, che analizza le statistiche di 124 paesi.

Le cause

I motivi principali di questa sindrome, che porta ad un distacco dalla realtà, sarebbero da ricercare soprattutto nell’effetto narcisista dei social network.
Quando utilizziamo i social media, secondo un articolo di Focus del 2014, tendiamo a parlare di noi stessi il doppio del solito; parlare di noi farebbe liberare dopamina, il neurotrasmettitore che porta alla sensazione di benessere, e quindi alla dipendenza da questo benessere legato a like, condivisioni, commenti e notifiche.
Il tutto però può trasformarsi anche nella sua nemesi: insoddisfazione e depressione.

La prevenzione e la cura

Che fare quindi? Prevenire è meglio che curare e per farlo i medici consigliano di riprendere o intensificare tutte quelle attività che ci riportano con i piedi, e le mani, per terra: leggete libri, ascoltate musica, tornate più spesso alla modalità faccia a faccia per parlare con amici e parenti o per scambiare idee con i colleghi.
Se poi lo stadio fosse già troppo avanzato o aveste dubbi sul problema che affligge voi o qualcuno a voi vicino, trovate anche dei centri specializzati per questa patologia: ne ha aperto uno al Policlinico Gemelli di Roma il prof. Federico Toniolo, che ha dichiarato in un’intervista a Tiscali.it: “La dipendenza non è associata necessariamente alle ore di connessione ma alla presenza di segni di ritiro sociale”.

Il prof. Francesco Mattioli, sociologo, ha invece consigliato, in una intervista al quotidiano Il Tempo di non liberarsi degli apparecchi tecnologici, ma: “Di saper governare la tecnologia senza diventarne schiavi. La società di oggi, che è fondata su tecnologia e consumi, spesso mescola questi due ingredienti e crea ‘zombie incontinenti’. Non si tratta di disintossicarsi, ma di saper usare ciò che abbiamo intorno, a partire dalla nostra mente. E’ necessario che l’interazione diretta, più difficile e complicata, non sia progressivamente sostituita da quella indiretta, meno impegnativa e compromettente”.

Dunque tornare indietro si può. Proviamoci.

https://wordpress.com/post/metropolitandotblog.wordpress.com/10409

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