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Pasqua: se a raccontarla sono i quadri

La Pasqua è la principale festività, o meglio solennità, del Cristianesimo. Nella tradizione cristiana celebra la resurrezione di Gesù, in quella ebraica la fuga dall’Egitto, con il passaggio del Mar Rosso. In entrambi i casi, però, resta un bellissimo racconto, ricco di colpi di scena e momenti memorabili. E in un’epoca come quella che viviamo, in cui comunichiamo per immagini, vogliamo festeggiarla ripercorrendone i momenti topici, così come li hanno riprodotti tre grandi maestri della pittura italiana.

La parola Pasqua, che al di là di ogni credenza o religione, resta la festa per antonomasia nel nostro vocabolario, deriva dal greco pascha, e a sua volta dall’aramaico pasah “passare oltre” per indicare la fuga degli ebrei dall’Egitto, verso la libertà. Attraverso l’Esodo.
Poi arrivò la Pasqua cristiana che, partendo dal solco della tradizione giudaica, la trasformò profondamente, già a partire dall’etimologia: pathein, “soffrire”, per avvicinare la celebrazione alla Passione di Cristo. Ne nacque la festa più importante di questa religione, che celebra un sacrificio, quello di un Dio calato in fattezze mortali, che prende su di sé la colpa dell’uomo e vince, per tutti, la morte. Immagine di una poesia capitale, a tinte forti. Immagine sfruttata, raccontata, tratteggiata da registi, pittori, scultori e artisti di ogni tipo da oramai più di duemila anni. Un racconto avvincente sia per i credenti che per chi lo legge solo come una storia.

E d’altronde non è la Bibbia stessa un grandissimo racconto, oltre ad essere il primo libro stampato e poi diffuso?

Per raccontare la più grande festività cristiana, abbiamo scelto tre capolavori di pittura italiana e la tecnica, detta appunto del “racconto a quadri” del grande Meliés, padre putativo degli effetti speciali e antesignano del montaggio cinematografico. Lui usava raccontare le storie mostrando delle immagini, oggi li chiameremmo frame, dei momenti significativi di una storia: faremo così anche noi, anche perché le immagini sono davvero capaci di parlare a chiunque le guardi, e di farlo intensamente.

La Crocifissione di Annibale Carracci

Partiamo dal il momento del massimo sacrificio: Cristo sulla croce.
Abbiamo scelto la “Crocifissione” di Annibale Carracci, presente nella chiesa di Santa Maria della Carità, a Bologna.
Prima importante opera pubblica dell’artista bolognese del Cinquecento, eseguita nella seconda metà del secolo, prima di venire a Roma ed entrare in contatto con le opere del Michelangelo della cappella Sistina. La composizione, olio su tela di dimensioni imponenti (3 metri per 2), che si trova sull’altare (quindi visibile da subito per chiunque entri nella chiesa) rappresenta un gruppo di 6 persone che assistono ai piedi della croce e che partecipano, ognuno a modo suo, al sacrificio e alla sofferenza di Gesù.
Riconosciamo S. Petronio, S. Francesco, Maria, S. Berardino e S. Giovanni Battista, oltre a un chierico non meglio identificabile, che è anche l’unico a guardare “in camera” e ad incrociare gli occhi con l’osservatore.
A colpire sono il chiaroscuro (che taglia addirittura a metà il volto di uno dei personaggi), la luminosità (che fa risaltare in modo assolutamente innaturale il corpo del Cristo rispetto al buio delle nubi che stanno squarciando il cielo: la Natura che soffre insieme a Gesù) e contrasto, ben visibile nell’accostamento della veste rossa e nel manto blu della Vergine.
Sebbene non sia una persona, anche la città di Bologna partecipa al quadro: è presente infatti, sotto forma di modellino, ai piedi della croce, e nella piccola porzione che sta sullo sfondo.
Il tutto è reso secondo un’osservazione naturalistica: lo vediamo dalla resa “simile al vero” di materiali e oggetti ma anche degli atteggiamenti dei personaggi.

La deposizione di Caravaggio

Cristo viene crocifisso e poi viene deposto nel sepolcro. A raccontarcelo è Michelangelo Merisi da Caravaggio un grande maestro della pittura del Seicento, che, a partire dai primi del ‘900 e dagli studi di Roberto Longhi, ha conosciuto un successo enorme, e di critica e di pubblico.

Se con Carracci abbiamo avuto una realizzazione naturalistica, eseguita rispettando le iconografie (le regole su come dipingere un determinato personaggio) classiche, con Caravaggio tocchiamo punte di vividezza e naturalezza da far pensare ad una scena bloccata sul più bello, ad un frame di una telecamera, anche se una telecamera dotata di pennello.

Siamo dunque nel momento della deposizione: c’è Nicodemo che solleva le gambe di Gesù per adagiarlo nel sepolcro. Di Nicodemo, così come delle tre Marie, abbiamo una descrizione anatomica molto dettagliata. La stessa fisicità terrena traspare anche dal corpo di Cristo: sembra di guardare effettivamente un cadavere, che potrebbe essere stato il “modello” per questo quadro; la posa di Cristo riecheggia però anche la Pietà di Michelangelo.

Sappiamo che Michelangelo Merisi è passato alla storia per l’uso della luce: in questa tela la sua maestria riesce a dividere la scena in due parti, una a destra e l’altra a sinistra dello spigolo del sepolcro. L’effetto illuministico che ne deriva è sorprendente, soprattutto se pensiamo che la tela misura due metri per tre.

La resurrezione di Tiziano

Il racconto della Pasqua termina, come sappiamo, con la vittoria sulla morte, con Cristo che risorge. Una delle più belle rappresentazioni di questo momento è quella realizzata tra il 1542 e il 1544 da Tiziano, su commissione della Confraternita del Corpus Domini di Urbino, città in cui la possiamo trovare ancora oggi.
L’iconografia è tradizionale. L’immagine è divisa in due parti. Nella zona inferiore si nota una grande inquietudine nella scena dei soldati e del sarcofago, realizzata con rette oblique e spezzate che conferiscono movimento e drammaticità all’insieme. Gli abiti dei soldati romani sono quelli a lui contemporanei. Grande raffinatezza nel dettaglio e nella resa dei costumi, nella cui realizzazione è evidente l’influenza veneta, protagonista anche nel chiaroscuro che caratterizza sia il panneggio sia la bandiera di Gesù. Influenza veneta che ritroviamo nel degradare del colore da quello plumbeo e grigio delle nubi al chiarore delle luci dell’alba. Nella parte superiore, tutto è calmo e sereno e il Cristo benedicente si libra sul cielo all’alba, con sembianze statuarie, rese in ogni minimo dettaglio anatomico, e apollinee, una figura che esce dal tocco di Tiziano in modo tanto elegante ed etereo da sembrare che cammini sulle nubi. Il risultato è quello di una composizione armonica e dagli equilibri geometrici pensati e riusciti, ma affidati alle sole presenze umane: l’unico elemento strutturale che qui gioca un ruolo è il sepolcro, d’altronde centrale nella raffigurazione della resurrezione.

Termina così il racconto della Pasqua, così come abbiamo scelto di raccontarlo. La cosa meravigliosa dei quadri è che ce ne sono tanti e molti sono bellissimi: ognuno può scegliere quelli che per lui o per lei raccontano e rappresentano al meglio ogni storia. A ciascuno il suo.

Federica Macchia

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