Cronaca

Referendum Alitalia: vince il NO

Adesso il paventato fallimento della compagnia aerea sembra sempre più realtà: a seguito della bocciatura, da parte dei dipendenti di Alitalia, del preaccordo stilato tra sindacati e vertici, è probabile l’apertura della procedura concorsuale dell’amministrazione straordinaria speciale, anticamera del definitivo fallimento dell’ex compagnia di bandiera italiana

I dipendenti di Alitalia bocciano l’accordo stilato tra i sindacati e i soci finanziatori della compagnia aerea, al quale questi avevano condizionato l’intervento salvifico di ricapitalizzazione.

Nulla di fatto, quindi, all’esito del referendum, tenutosi ieri, con il quale i vertici della compagnia aerea italiana avevano sottoposto il piano concordato il 14 aprile scorso: il 67% del personale ha votato NO; ben 6.816 voti contro i restanti 3.2016.

Il personale di Alitalia non ha voluto scendere a compromessi e, con la vista offuscata dalla rabbia, ha preferito non concedere più niente, piuttosto la “morte” della società e tutti a casa. L’Usb, l’Unione Sindacale di Base, prima portatrice delle istanze del no, chiede la riapertura delle trattative per non giungere alla deriva del temuto commissariamento, per mezzo dell’amministrazione straordinaria speciale, probabile anticamera del definitivo fallimento. L’Usb chiede a gran voce aiuti statali, addirittura una rinazionalizzazione della compagnia, respinta senza mezzi termini dal governo: “l’alternativa al commissariamento minacciato dal governo e dall’azienda esiste ed è rappresentata dall’intervento diretto dello stato, sino alla nazionalizzazione”.

L’accordo sindacati-vertici, raggiunto il14 aprile, ed ora scartato dai dipendenti, prevedeva un impegno reciproco sia da parte dei dipendenti che degli azionisti: questi avrebbero ricapitalizzato la società per un valore pari a 2 miliardi di Euro solo se i dipendenti avessero accettato tale preaccordo:

  • 980 esuberi (rispetto ai 1338 previsti inizialmente);
  • Cassa integrazione di due anni, con l’ammontare dell’80% della retribuzione;
  • Riduzione della retribuzione del personale navigante dell’8% (rispetto al 30% inizialmente previsto);
  • Incentivazione all’esodo;
  • Riduzione dei riposi per il personale navigante;
  • Altri interventi volti a ridurre i costi.
Immagine dal Web

Per far fronte all’emergenza, sempre più catastrofica, il Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha già incontrato a Palazzo Chigi il Ministro per le Infrastrutture, Graziano Delrio e il Ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, sconcertati dall’esito referendario. Il governo, ormai da tempo, ha preso una posizione ben precisa: il peso dell’azienda non può ricadere sui contribuenti italiani, per questo se non si arriverà ad un accordo l’unica strada sarà il fallimento.

Rammarico e sconcerto per l’esito del referendum Alitalia che mette a rischio il piano di ricapitalizzazione della compagnia” – fanno sapere con un comunicato i ministri Calenda e Delrio – “A questo punto l’obiettivo del Governo, in attesa di capire cosa decideranno gli attuali soci di Alitalia, sarà quello di ridurre al minimo i costi per i cittadini italiani e per i viaggiatori” – sentenzia il Ministro del Lavoro Giuliano Poletti.

Contrario all’intervento pubblico è anche il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, che dagli Stati Uniti commenta: “Non accetto il fatto che un’azienda in crisi possa andare a bussare alla porta del governo per avere delle agevolazioni”.

Per oggi è previsto l’incontro tra i vertici del Governo e i quattro sindacati professionali che hanno partecipato alle trattative, per ufficializzare il risultato del referendum, i quali, intanto, hanno fatto sapere tramite un comunicato congiunto: “Attendiamo le valutazioni e le decisioni degli azionisti e del governo, nella consapevolezza di cercare sino all’ultimo ogni soluzione possibile per evitare decisioni che sarebbero traumatiche e non più modificabili”.

Ciò a cui i sindacati fanno riferimento è la probabile decisione del Cda di Alitalia di richiedere l’amministrazione straordinaria speciale, per cui il controllo dell’azienda verrebbe esercitato da un commissario giudizialmente nominato, su indicazione del Ministero dello Sviluppo Economico, per un periodo predeterminato, nel tentativo di risanare la situazione. Se al termine del periodo previsto non saranno raggiunti i risultati attesi (risanamento delle casse o vendita ad un acquirente), reiterando il grave stato di insolvenza dell’impresa, il commissario provvederà a chiedere la dichiarazione dello stato di fallimento, con il susseguirsi della procedura di liquidazione e definitiva estinzione di Alitalia.

Si tratta, come è facile capire, di una situazione di non ritorno, che determinerebbe gravi conseguenze per chi fa parte dell’azienda (probabilmente molte di più per i semplici lavoratori che per i vertici, ricchi di grasse liquidazioni) e che tutti, lavoratori e dirigenti hanno il dovere di risanare, anche addivenendo alla sottoscrizione di accordi, come quello prospettato dal governo e sindacati.

Il gioco di forza messo in atto da chi ha votato NO al referendum non porterà altro che disoccupazione e precarietà se Alitalia dovesse effettivamente chiudere: non sarebbe forse meglio fare un passo indietro fino al risanamento della società?

Lorenzo Maria Lucarelli

https://metropolitandotblog.wordpress.com/2017/04/25/referendum-alitalia-vince-il-no/

 

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