Cronaca

Stretta sulle toghe in politica: sempre più vicina la legge

Approderà oggi alla Camera dei Deputati il ddl che mira a regolare in maniera stringente l’accesso de’ magistrati in politica: dopo esser stato presentato nel 2014, emendato dal Senato, i deputati sono chiamati a pronunciarsi sulla “Candidabilità, eleggibilità e ricollocamento dei magistrati in occasione di elezioni politiche e amministrative nonché di assunzione di incarichi di governo nazionale e negli enti territoriali”.

Il nostro sistema costituzionale, dagli albori fino ad oggi (con qualche acciacco di troppo a dire il vero) è stato sempre caratterizzato da una rigida separazione dei poteri, volta a garantire, oltre che una migliore efficienza, anche un’effettiva democrazia, scongiurando interventi e colpi di mano da parte del legislatore, del governo o dei giudici in settori che non gli competono e garantendo, allo stesso tempo, un’effettiva tutela giurisdizionale a chi ne ha bisogno.

Negli ultimi anni, purtroppo, sono stati molti gli esempi di ingerenze indebite dei singoli poteri oltre al campo di loro spettanza: leggi dirette a governare, magistrati che vogliono normare, governatori che vogliono legiferare.

Tra i vari fenomeni appena accennati, quello che sicuramente è molto preoccupante è la deriva che la magistratura sta prendendo, spesso dedicandosi ad altre attività, come la politica. Niente in contrario con i magistrati in politica, purché non vengano intaccate le prerogative alla base della loro figura, ossia la terzietà, l’autonomia e imparzialità del giudice, principi costituzionali essenziali nello stato di diritto per garantire la tutela delle parti in causa.

Proprio l’attività politica, ponendo in contatto i giudici, o ex, con le persone che li circondano, non più in un’ottica di distacco ma al contrario in un’ottica di rappresentanza fa sì che questi, tornando poi all’occupazione di origine, non siano più autonomi, terzi e imparziali.

Per risolvere tale problema è da anni che si discute su una presunta legge che regoli le modalità per i magistrati di accesso alla politica e di ritorno all’attività giudicante, tali da garantire le peculiarità richieste a un giudice.

Proprio oggi in Parlamento si discuterà del disegno di legge legiferante le toghe in politica, dopo un iter iniziato tre anni fa e vagliato dalla Commissione Affari Costituzionali della Camera dei Deputati al seguito delle modifiche effettuate dal Senato.

Cosa prevede il ddl in discussione?

Il disegno di legge si pone l’obiettivo di normale una materia così delicata, prevedendo in maniera stringente le condizioni che devono essere rispettate da ogni magistrato che vuole entrare in politica, come anche le condizioni da rispettare nel caso in cui, scaduto il mandato, il magistrato voglia tornare ad esercitare nelle aule giudiziarie:

  • I magistrati, ordinari, amministrativi, contabili e militari non possono candidarsi alle cariche di membro del Parlamento Europeo, senatorie, deputato, presidente della regione, consigliere regionale o di consigliere provinciale nelle province autonome di Trento e di Bolzano se prestano servizio, o lo hanno prestato nei cinque anni precedenti la data di accettazione della candidatura nei casi in cui la circoscrizione elettorale in cui ci si candida si trovi nella competenza territoriale ove il magistrato abbia esercitato i proprio poteri inquirenti o giudicanti; lo stesso vale per le candidature alla carica di sindaco o consigliere comunale;
  • Al momento dell’accettazione della candidatura il magistrato deve trovarsi in aspettativa da almeno 6 mesi (ad eccezione per quelli onorari);
  • Tali disposizioni non si applicano a coloro che abbiano smesso di appartenere ai rispettivi ordini giudiziari da almeno 2 anni;
  • Nel caso in cui i magistrati suddetti ambiscano ad ottenere la carica di Presidente del Consiglio, Vicepresidente del Consiglio, ministro, viceministro, sottosegretario di Stato, assessore regionale o comunale, questi non posso assumere tali cariche se al momento dell’assunzione non siano già in aspettativa, la quale deve durare per tutto il periodo dell’incarico (il magistrato sarà collocato fuori ruolo). I magistrati fuori ruolo hanno diritto a mantenere il proprio trattamento salariale, senza però poterlo cumulare all’indennità a cui avrebbero diritto in virtù del mandato politico; a questi è comunque concesso il diritto di scelta tra il salario da giudicante e la sola indennità politica. Anche ai fini del trattamento pensionistico, solo uno di questi trattamenti verrà calcolato
  • Al momento di presentazione della candidatura, il magistrato dovrà presentare una dichiarazione sostitutiva attestante l’insussistenza delle condizioni di incandidabilità;
  • I magistrati candidati e non eletti al Parlamento europeo o al Senato della Repubblica o alla Camera dei deputati torneranno nel ruolo di provenienza con la limitazione di non poter esercitare nei due anni successivi funzioni inquirenti, né di poter esercitare le proprie funzioni (qualsiasi funzione a prescindere da quella inquirente) nelle sedi giurisdizionali che si trovano nella circoscrizione elettorale dove ci si era candidati;
  • I magistrati che alla fine del mandato elettorale vogliano tornare alle proprie funzioni giudicanti devono scegliere tra gliuffici della Corte di cassazione e della Procura generale della Corte di cassazione, avendone i requisiti, o in un distretto di corte di appello diverso da quello in cui è compresa, in tutto o in parte, la circoscrizione elettorale in cui sono stati eletti, con il divieto di ricoprire, per il periodo di tre anni, incarichi direttivi o semidirettivi. Tornati alla funzione giudicante, i magistrati potranno esercitare, nei tre anni successivi, solo in ambito collegiale.

La legge, molto stringente in tema di termini e condizioni, commina inoltre una sanzione disciplinare a coloro che non si atterranno a quanto disposto: questi potranno perdere un periodo di anzianità pari ad un minimo di almeno 2 anni.

Il disegno di legge non soddisfa appieno il Procuratore Nazionale Antimafia, Franco Roberti, il quale in una recente intervista per il programma televisivo “Soul” ha affermato: “Non ho nulla contro i magistrati che scelgono di passare in politica, ma dovrebbero non tornare più nell’attività giurisdizionale una volta finita la vita politica, tornando nel settore pubblico e nella pubblica amministrazione, con ruoli diversi da quelli di giudice o pubblico ministero […] Non scenderei mai in politica, non ho mai pensato a farlo. Ho molto rispetto per la politica, è la più nobile delle attività umane quando è volta al bene comune e dei cittadini. Quando ha interessi personali, di gruppo o di lobby, invece, è la più bassa. La gente ha questa percezione, ma ho conosciuto tanti esponenti politici che sono persone veramente intenzionate a ben operare nell’interesse dei cittadini”.

Franco Roberti, Procuratore nazionale Antimafia – Immagine dal Web –

Più positivo, seppur con qualche riserva, è invece il Ministro della Giustizia Andrea Orlando: “Credo sia una base di partenza positiva – afferma Orlando – Ci sono delle cose su cui il governo sta riflettendo ma l’impianto è condivisibile. La proposta non esclude la possibilità di un passaggio in politica ma disciplina le modalità di un passaggio da una sfera all’altra. Credo sia la risposta che si deve dare per evitare che ci siano abusi o elementi di incompatibilità”.

Lorenzo Maria Lucarelli

https://metropolitandotblog.wordpress.com/2017/03/20/stretta-sulle-toghe-in-politica-sempre-piu-vicina-la-legge/

Adv

Related Articles

Back to top button