Superteam: sono soltanto un male per la NBA?

La convinzione di molti è che la formazione dei superteam sia una cosa deteriorante per la competizione, ma è veramente così?

“La competizione tira fuori il meglio dai prodotti e il peggio dalle persone.” Questa è la definizione di competizione che diede David Sarnoff, grande imprenditore della radiocomunicazione americana nella metà del secolo scorso e massimo dirigente della Radio Corporation of America (RCA) per oltre cinquant’anni. Ma nello sport, nonostante sia composto da persone, la competizione è essenziale in quanto motore di ogni aspetto e così è soprattutto in una lega che di competizione si nutre come la NBA.

Di pari passo con la competizione, in tutti gli sport, c’è anche il riuscire a superarsi, oltrepassare i limiti: per un velocista è stabilire il record del mondo, per un attaccante è fare sempre più gol, mentre per una squadra NBA è chiudere la stagione con il miglior record possibile. Allora come fare per riuscirci? Chiedere ai Golden State Warriors del 2015-2016 che hanno terminato la Regular Season con il miglior record della storia (73-9, ndr), ma che nella successiva offseason non si sono accontentati e sono riusciti a migliorarsi ulteriormente aggiungendo il secondo giocatore più forte della Lega, al secolo Kevin Durant, al loro già stellare roster.

L’immagine dell’anteprima dell’articolo scritto sul “The Players Tribune” da Kevin Durant il 4 Luglio 2016 per annunciare il suo passaggio agli Warriors.

Ed è proprio dallo scorso 4 luglio che si parla sempre con più insistenza di Superteam con l’opinione predominante che siano soltanto un male per la NBA. Di certo si perde un po’ della vitale competizione che spinge avanti un movimento come quello del basket made in USA, restringendo la possibilità di vittoria a poche squadre, ma d’altro canto spinge ogni giocatore e ogni squadra nel suo insieme a fare meglio del giorno precedente proprio per entrare a far parte dell’elite che ha più chance di giocarsi l’anello a Giugno.

 

 

Effettivamente se ogni superstar cercasse di guidare la propria squadra, non formando quindi nessun superteam, la concorrenza sarebbe maggiore e l’ambiente intorno ad ogni singola partita si scalderebbe, ma il livello delle migliori squadre si abbasserebbe e non ci sarebbe la possibilità di superare dei record apparentemente invalicabili come il 72-10 dei Bulls del 96.

Il quintetto dei Chicago Bulls del 1996, che chiusero la stagione con 72 vinte e 10 perse, record poi superato dai Golden State Warriors nel 2015-2016.

A proposito, grande era quella per il basket d’oltreoceano, l’epoca d’oro con grandissimi campioni come Jordan, Ewing, Olajuwon, Shaq, ma spesso, soprattutto nello sport, si tende a notare solo ciò che è venuto prima e mai quello che stiamo vivendo. Ad oggi i fuoriclasse in NBA sono innumerevoli: LeBron, Durant, Curry, Leonard, Westbrook, Harden, Irving, Thomas, Thompson, Wall, Paul e DeRozan solo per citarne alcuni, senza contare coloro che militano in squadre dal 50% di vittorie in giù come Davis, Cousins, Lillard, Towns, Butler, Melo e tanti altri in rampa di lancio. È vero che adesso molti tendono a fare squadra, ma anche in passato non era poi tanto diverso, basta pensare ai Bulls che di fianco al migliore di Sempre avevano due Hall of Famer come Pippen e Rodman, ai Lakers dello showtime di Kareem e Magic o ai Celtics di Bird e McHale negli anni ’80; addirittura Ewing aveva Oakley e Starks al suo fianco.

Molti tifosi NBA, dopo l’addio delle stelle della loro squadra, ne hanno bruciato le divise. In foto, partendo da in alto a sinistra, le magliette di James, Hayward e Durant che bruciano.

Probabilmente si è persa un po’ di vena “egoistica” nel competere: prima molte superstar restavano una carriera intera o quasi in una squadra per provare a vincere “da soli” (vedi Ewing, Miller o Payton), mentre a partire probabilmente dall’approdo di Shaq ai Lakers nel ’96, anche i grandi campioni hanno cercato fortuna altrove, trovandola spesso. È quindi una scelta sbagliata? No, ma non del tutto. Innanzi tutto c’è il rispetto per i tifosi che ti sostengono dal tuo primo giorno nella Lega e poi c’è il punto focale della questione:”Ce la potresti fara a vincere dove sei già?” In alcuni casi la risposta è dubbia (vedi LeBron James nella sua prima esperienza a Cleveland), in altri è negativa, ma nel sopracitato caso di Durant la risposta era quasi totalmente affermativa (in vantaggio 3-2 nella serie contro gli Warriors in Finale di Conference e sopra di 7 a meno di 6 minuti dalla fine in gara 6) ed è proprio per questo motivo e per l’essersi unito alla squadra a cui ha in qualche modo regalato la vittoria che quasi tutti i tifosi NBA intorno al globo hanno biasimato la sua scelta.

Nonostante ciò  per le altre 29 franchigie è stato ed è un incentivo ad alzare l’asticella di anno in anno per avvicinarsi alla squadra da battere: oggi sono i Warriors, prima erano gli Heat di LeBron e prima ancora i Lakers di Kobe. È essenzialmente per questo che si formano i superteam e in questa offseason ne stiamo vedendo la realizzazione più completa: Butler a Minnesota con Towns e Wiggins, Hayward in quel di Boston alla corte di Isaiah Thomas, Paul a Houston per giocare con Harden e George a far coppia con Westbrook alla Chesapeake Energy Arena.

Le nuove divise dei 4 grandi colpi di questa offseason.

Nessuna di queste squadre, almeno sulla carta, è ancora al pari di Golden State o di Cleveland, ma l’unico modo per “inseguire il fantasma” (“Chasing the ghost” – espressione idiomatica statunitense che indica il voler raggiungere il massimo livello in ciò che si fa) è questo e la formazione di più di un paio di superteam allarga comunque la competizione rispetto a questi ultimi 3 anni in cui Warriors e Cavaliers sono stati nettamente superiori alle altre 28 squadre e se da una parte spegnerà le ambizioni delle squadre da 50/60%, dall’altra darà più imprevedibilità a dei playoff che, in quest’ultima stagione, sono stati per larghi tratti deludenti.

Di certo competere ai massimi livelli ha portato alcuni giocatori a fare delle scelte magari sbagliate, tirando fuori “il peggio” di loro, ma la NBA è un prodotto e il fatto che ci sia competizione, anche se quasi unicamente tra i superteam, non solo tiene l’asticella altissima ma tira anche fuori “il meglio” che c’è nel miglior campionato di basket sul pianeta e non ci si può aspettare altro che spettacolo.

Di Marco Azolini

 

 

 

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