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Aprile 21, 2021, mercoledì

The End of the Fucking World – recensione

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In passato ho già sproloquiato su una delle ultime serie prodotte da Netflix, The End fo the Fucking World. Quello che forse però i divoratori di serie non sanno – sono una di voi eh, non c’è nulla di negativo nella mia definizione – è che suddetta serie è stata tratta da un fumetto. Un bel fumetto. Un fumetto molto, molto particolare.

Scritto e disegnato da Charles Forsman The End of the Fucking World si struttura come una graphic novel di 208 otto pagine dure, quasi stridenti, sicuramente stranianti. Originariamente pubblicata a puntate tra il 2011 e il 2013, approda in Italia per 001 Edizioni.

L’amore di James prima di conoscere Alyssa (foto dal web)

A un primo sguardo frettoloso la storia di Alyssa e James potrebbe appartenere a migliaia di adolescenti. Approfondendo, un amore del genere, un’introspezione di siffatte proporzioni non può in alcun modo appartenere a chiunque. Non si parla di voi alla fine del fottuto mondo, ma di questi due giovani universi specifici, reali quanto basta per prendervi per mano ma contemporaneamente anche abbastanza speciali da tenervi ai margini della loro vicenda, di cui potete essere spettatori. Niente di più.

La storia – a metà tra un on the road alla Bonny & Clyde e un romanzo di (auto)distruzione più vicino a Sid e Nancy – si dipana lungo una disperata quanto reale fuga verso il nulla, costeggiata da una miriade di tentativi di fuga interiori. Alyssa è una diciassettenne annoiata, convinta di aver già visto tutto e provato molto, sicura del suo amore per James quanto lo può essere un’adolescente. James, ai limiti della sociopatia, può dirsi sicuro di poche cose, a parte del fatto di voler sperimentare l’omicidio a un livello più alto di quanto fatto sinora.

Nelle tavole di Forsman spesso il mondo tende a scomparire con l’avvicinarsi dei due protagonisti (foto dal web)

Appena ci si approccia alla lettura di The End of the Fucking World ci si può rendere conto che questa non procederà oltre l’ora di lettura, con tutto l’impegno che potrete metterci. Il volume si brucerà letteralmente sotto lo scorrere delle vostre dita. Niente paura: era proprio l’intenzione dell’autore, a quanto sembra.

A confermarlo la struttura stessa dello storytelling, composto da capitoli molto brevi di più o meno otto pagine l’uno e coadiuvato dal modulo narrativo della tavola stessa che varia tra le sei e le nove vignette massimo. Se a questo si aggiunge l’alternarsi delle voci narranti, si capisce come l’autore voglia mantenere un ritmo costante e sostenuto, con brevi accelerazioni che fanno da contrappunto a pause riflessive in cui lasciar dispiegare la storia.

 

L’unica concessione dell’autore al realismo, in un ritratto che ha quasi del grottesco, di James (foto dal web)

Ciò che preme a Forsman è rappresentare e raccontare l’universo emotivo – conscio o inconscio non ha importanza – dei due protagonisti. L’universo fisico trova quindi una rappresentazione scarna ed essenziale in queste pagine. C’è solo ciò che è strettamente necessario allo sviluppo della trama: pochi tratti per i paesaggi, segni veloci a indicare il volume degli oggetti. In casi particolari, il mondo esterno, la scenografia per così dire, addirittura sparisce, viene cancellato.

Questa scelta sembra servire – più che per focalizzare l’attenzione sui due protagonisti – lo scopo di estraniare James e Alyssa, per separarli da un mondo che non li capisce e non li accetta.
In questi momenti, sia noi che l’autore rimaniamo sospesi, incapaci di entrare realmente in contatto con i loro pensieri, con la loro essenza. È come se Forsman volesse dar realmente vita ai due, lasciandogli dei momenti di intimità, quell’intimità a cui le creazioni dell’immaginario umano non hanno praticamente mai accesso.

Il momento in cui James, per sentire qualcosa, decide di infliggersi una notevole automutilazione (foto dal web)

Tale intimità si trasforma quasi in soffocante solitudine, un isolamento vero e proprio nel contesto di quello che è un viaggio in cui il paesaggio sembra non cambiare mai. Un percorso on the road in cui lo spostamento geografico perde di qualsiasi significato, se non quello di far sembrare impossibile qualsiasi tipo di fuga, mentale o fisica che sia.

Le fisionomie sono essenziali con tocchi cartooneschi, morbidi, che vanno a creare un interessante contrasto con i toni notevolmente duri dello storytelling. Forsman si concede un’unica eccezione di realismo e, fatto estremamente significativo, sceglie l’identikit di James per farlo. Lo rappresenta brutto, quasi anziano, torvo. Un realismo che va a decurtare la rappresentazione della lente emotiva attraverso cui viene visto lungo tutto l’arco narrativo: l’amore che Alyssa – e anche noi – proviamo per lui.

È per tutti questi motivi che The End of the Fucking World è una Storia d’Amore. Noi vediamo i personaggi l’uno con gli occhi dell’altro, non vediamo mondo all’infuori del loro. Le vicende correlate – l’omicidio quasi esoterico, i rapporti genitoriali, le vicissitudini derivanti dalla vita sulla strada – non vengono approfondite forse proprio al fine di non distogliere l’attenzione dal focus reale della graphic novel. Un amore profondo, doloroso, perfetto in ogni difetto e sfaccettature.

Gaia “Ellie on the Rocks” Cocchi

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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