The Godfather: Riley e la “Culture” degli Heat

A Miami c’è una cultura cestistica al top tra quelle della NBA. Cos’è che ha fatto sì che una stagione annunciata pessima e cominciata anche peggio sia finita ad un passo dai playoff per gli Heat?

Dopo la stagione 2007-2008, conclusasi con il peggior record della lega per Miami (15 vittorie e 57 sconfitte, ndr), Riley decise di abbandonare il ruolo di Head Coach, lasciandolo al suo “protetto” Erik Spoelstra, e di trasferirsi ai piani alti, cominciando così definitivamente la sua carriera da dirigente in quel di South Beach. E non è che il suo periodo da allenatore fosse stato così disastroso: Pat aveva infatti portato a Miami il suo primo titolo nella storia nel 2006 grazie all’approdo agli Heat di Shaquille O’Neal e all’esplosione di Dwyane Wade, scelto con la terza chiamata al Draft 2003 proprio dallo stesso Riley.

Uno dei tanti fotomontaggi del web che raffigura Pat Riley come il Padrino della NBA.

Sia da allenatore che da giocatore, il “Padrino” della NBA ha sempre avuto un ossessione per i ritmi di allenamento e per la forma fisica, anticipando sui tempi quasi tutte le franchigie NBA per l’intensità delle sessioni in palestra e per i macchinari utilizzati, ma i risultati degli Heat di Riley non sono dovuti soltanto a questo: Pat sceglie con oculatezza i giocatori da aggiungere al suo roster anno dopo anno e la scorsa stagione ne è la prova più tangibile. Nell’offseason 2016 l’ambiente intorno agli Heat era destabilizzato: la partenza di Wade, tornato a casa nella sua Chicago, e la rinnovata non idoneità all’attività agonistica certificata a Chris Bosh avevano gettato un’ombra scura sul prossimo futuro della squadra di casa all’American Airlines Arena. Riley e il front-office degli Heat decidono quindi di puntare sulle sicurezze del roster (Il duo Dragic-Whiteside, ndr) e di puntare sui cosiddetti “underdog” in free-agency, cioè su ragazzi con nulla da perdere viste le sfortunate esperienze NBA fino a quel momento e così mette sotto contratto Waiters, ex Cavs e Thunder con un gran talento ma, secondo molti addetti ai lavori, con una testa non adatta ad esprimerlo al massimo livello, e su James Johnson, giocatore dotato di una forma fisica straordinaria che però non era mai riuscito a trovare la sua dimensione in nessuna franchigia. Nonostante ciò la stagione degli Heat inizia in maniera pessima: subito parecchi infortuni, a partire da quello del sophemore Justise Winsolw (Solo 18 partite giocate nel 2016-2017, ndr), e un record per nulla entusiasmante a metà stagione (11-31, ndr).

A sinistra, la forma fisica di Waiters al suo arrivo a Miami; a destra, invece, dopo la “cura” Riley.

Grazie però al lavoro di Spoelstra, alla forma fisica finalmente raggiunta dalla squadra e all’intesa trovata tra compagni, le cose iniziano a girare nel verso giusto e così gli Heat cominciano a vincere spesso, arrivando a mettere insieme 13 successi consecutivi dal 17 Febbraio al 13 Gennaio, e chiudono la stagione con un record del 50% (Al pari di Chicago, andata poi ai playoff per il vantaggio negli scontri diretti, ndr). La stagione degli Heat è stata una sorpresa, soprattutto per come era iniziata, tant’è che Spoelstra è stato finalista per il premio di “Coach of the Year”, ma in realtà, per Riley, non è stato così sorprendente ed ha dichiarato in più occasioni che senza gli infortuni la squadra sarebbe potuta arrivare fino alle Finali di Conference. Questo perché Pat ha fiducia nel suo modo di organizzare la franchigia, dagli allenamenti, al mercato, alla “Culture” (Parola diventata un mantra in quel di Miami, tant’è che sta scritto anche sul merchandise ufficiale della squadra, ndr) che instilla nella testa dei giocatori. Waiters ha espresso il suo potenziale ed è stato fermato solo dai tanti fastidiosissimi piccoli infortuni, James Johnson è diventato un 1-5 (Giocatore che può ricoprire tutti i ruoli, ndr), Tyler Johnson, nonostante il suo “contratto-mannaia” (5 milioni il prossimo anno, poi 40 nei successivi due, ndr) è uno dei migliori sesti uomini in NBA, Wayne Ellington è ora più che mai uno specialista da 3 punti e fa un lavoro sui blocchi che non aveva mai fatto prima e le due stelle (Dragic e Whiteside) sono migliorate ulteriormente. (Per le migliori azioni della stagione degli Heat clicca qui)

La T-shirt, parte del merchandise ufficiale degli Heat, con la parola d’ordine sul petto: “Culture”.

I motivi che sono alla base del fatto che ogni giocatore abbia vissuto a South Beach il proprio “Career Year” sono da ricercare nello staff tecnico e nelle sopracitate doti di Riley, perciò le prospettive per il prossimo anno sono ancor più rosee nonostante Hayward sia finito a Boston (Il giocatore, prima di incontrarsi con Brad Stevens, era convinto di firmare a Miami, ndr), poiché il roster è stato confermato, rientrerà Winslow dall’infortunio ed è arrivato Olynyk per allungare il reparto lunghi. I tifosi e lo staff possono stare tranquilli perché Riley, nonostante i 72 anni di età, è sempre sulla cresta dell’onda, pronto ad imbastire degli scambi importanti (Ha provato ad inserirsi nella corsa a Irving nelle scorse settimane, ndr) e, anche se non arriveranno le 4 finali in fila come quando portò LeBron e Bosh a South Beach, a dato alla squadra una mentalità vincente che attirerà nomi di grande spessore e che poche franchigie posseggono, con un categorico rifiuto del “tanking” e con la “Culture” sempre nella testa di ogni membro dell’organizzazione.

Di Marco Azolini

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