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Travolto da un treno il boss Salvatore di Gangi, il fedelissimo di Riina

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Il corpo è stato trovato Sabato sui binari a Genova, Piazza Principe. Sulla base di una perizia medica, era uscito da poco dal carcere di Asti, dove stava scontando 17 anni per associazione mafiosa a seguito del processo “Montagna” sui clan dell’Agrigentino. Si stanno svolgendo degli accertamenti per cui è stata disposta l’autopsia.

Indagine sulla morte di Di Gangi

È considerato il boss di Sciacca, un comune in provincia di Agrigento, e uno dei fedelissimi uomini del capo di Cosa Nostra, Totò Riina. Salvatore di Gangi, 79 anni, sembra essere stato travolto e ucciso da un treno merci a Genova, mentre camminava su un binario che collega le stazioni di Principe e Brignole.
Secondo i primi accertamenti, era stato fatto scendere dal treno perché sprovvisto di Green Pass e aveva in tasca un biglietto per poter raggiungere il Sud d’Italia.

La Corte d’Appello aveva deciso di scarcerarlo Venerdì, sulla base di una perizia medica che ne attestava deficit cognitivi. Il pregiudicato era stato autorizzato a raggiungere la sua abitazione libero e senza scorta, con l’obbligo di non contattare nessuno, ad eccezione del medico e la famiglia.

La morte sembra essere stata causata da un tragico incidente, tuttavia, dato il passato del boss, la Direzione distrettuale antimafia (Dda) ligure, ha deciso di non escludere altre strade, aprendo un fascicolo per omicidio colposo.

Sulla vicenda indagano sia la squadra Mobile, con a capo Stefano Signoretti, sia la Polizia ferroviaria, con lo scopo di analizzare gli ultimi spostamenti di Di Gangi, per capire cosa è accaduto lungo il tragitto che lo ha portato a morire.

Per poter esaminare la vicenda nel modo più scrupoloso possibile è stata, inoltre, disposta l’autopsia da parte del Pm Federico Manotti.

Gli antefatti del boss

Di Gangi, nato a Polizzi Generosa, nel palermitano, era un ex dipendente bancario poi immesso nel campo dell’edilizia. Era stato protagonista di varie vicende giudiziarie e venne condannato, nel 2018, nel processo “Montagna” per associazione mafiosa, per cui stava scontando la pena di 17 anni di detenzione.

Il suo nome era, però, tornato nel mirino della Procura lo scorso Ottobre, nell’indagine sul resort Torre Macauda, un albergo di lusso di Sciacca al centro di indagini giudiziarie.
Secondo le accuse della guardia di Finanza di Palermo, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia, il clan di Sciacca sarebbe tornato a disporre del resort confiscato precedentemente all’ingegnere Giuseppe Montalbano, attraverso una società da lui controllata.

Di Gangi sembrava aver ripreso il controllo della struttura, per questo motivo venne disposta una perquisizione nella sua cella di Asti.
Erano stati ipotizzati reati che comprendevano il concorso esterno in associazione mafiosa, fino ad arrivare al trasferimento fraudolento di valori e falso.
Quest’indagine aveva portato a condurre perquisizioni in due filiali Unicredit di Palermo, per sospetta complicità di un ingegnere di banca; ulteriori perquisizioni in Veneto, nonché alla notifica di otto avvisi di garanzia tra cui, a Di Gangi, al figlio Alessandro e a un funzionario dell’istituto di credito.

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