Un sentimento infinito nella città eterna chiamato Francesco Totti

Capitano, pupone, cap, numero 10, o, in modo classico, Francesco Totti, pronunciato tutto d’un fiato. Lo abbiamo urlato a polmoni pieni in tanti modi diversi allo stadio, al bar con gli amici, ai campetti di pallone, ma lui ha spiazzato tutti, quando ha detto di voler essere chiamato semplicemente “Francesco”. Esatto, Francesco, come viene chiamato in famiglia. Se ci si pensa non esiste cosa più giusta. In fondo lui per i romani e i romanisti è di casa. Il suo volto da “pupo”, dopo averlo conosciuto nel ’93 , è infatti cresciuto nelle abitazioni di tutti ogni domenica, quando in televisione passavano le sue prodezze accompagnate dalle sue mai banali esultanze. Francesco è cresciuto, mentre il tempo passava anche per noi. Abbiamo indossato la sua maglia quando si improvvisavano le partite a calcio in piazza con gli altri bambini del quartiere, due giacchetti da una parte, due dall’altra e avevamo il nostro “stadio”. Quella  maglia magari l’abbiamo regalata poi ai nostri figli, fratelli più piccoli, nipoti, in una sorta di passaggio di testimone della fede romanista.

Quella stessa maglia l’abbiamo indossata infine ieri insieme agli amici di una vita, magari gli stessi con cui davamo due calci al pallone 10 anni fa e, con loro, altre decine di migliaia di persone, che non conosciamo, ma con cui abbiamo in comune l’esser cresciuti con Francesco. Seguendo il corso naturale degli eventi poi ieri, questo speciale membro della famiglia è andato via di casa, lasciandoci dolci ricordi, malinconia e un vuoto probabilmente incolmabile. Lo andremo spesso a trovare e non lo dimenticheremo mai, è vero, ma non sarà la stessa cosa. Oltre alla sensazione di smarrimento, però, il suo addio ci ha regalato tante altre cose. Ha infatti ricordato a tutti noi che il tempo vola e con lui l’infanzia. Ci ha insegnato che, nell’eterna lotta tra cuore e successo, la prima è sempre la scelta giusta da fare, poiché non preclude mai la seconda come amabile conseguenza, dal momento che è proprio il suo amore per Roma, i romani e i romanisti la chiave della sua gloria. Ci ha inoltre trasmesso il valore della semplicità, che nel tempo è sempre più vago. Esatto, semplicità, semplicità di un uomo da record con 307 gol e 786 presenze tutte in giallorosso, ma che ha l’umiltà di dire “ho paura” quando si entra nel tunnel senza luce della fine, di piangere davanti alla curva che lo ha accompagnato, lo accompagna e lo accompagnerà sempre. “Ho paura”, lo ha detto davanti a tifosi, giornalisti, dirigenti e allenatori leggendo la sua lettera dei saluti, rivelandosi così un supereroe umano, molto umano.

Francesco ci ha trasmesso tanto durante tutta la sua carriera. Ha urlato al mondo il valore della resilienza, quando poco dopo dopo essersi ripreso dalla frattura di tibia, perone e caviglia, ha calciato quel fatidico rigore contro l’Australia nel magico 2006, includendo così anche il suo tassello nello splendido mosaico di quel mondiale tinto di azzurro.

Ha ribadito l’importanza della frugalità che gli è stata trasmessa e preservata dal trasteverino Carlo Mazzone, il quale lo ha protetto dai pericoli della fama e del denaro.

totti mazzone

Ha riportato la gente e soprattutto le famiglie allo stadio, proprio lui che della famiglia ne fa il pilastro della sua storia personale e professionale, prima di tutto con l’importanza che ha sempre dato a sua madre Fiorella e suo padre Enzo anche nelle sue scelte in carriera e poi per l’amore che ha sempre dimostrato a sua moglie e ai suoi figli. La serata di ieri, durante la quale uno stadio intero con all’interno tre generazioni diverse ha cantato in lacrime “C’é solo un capitano” per l’ultima volta, ne è la riprova.

Ieri però non ha pianto solo Roma. Con gli occhi lucidi infatti vi erano anche milanisti, interisti, juventini, napoletani, tedeschi, francesi, giapponesi, americani e chi più ne ha più ne metta. Perché? Beh la risposta è semplice. Con lui se ne va l’ultimo baluardo di un’era, ovvero un’era in cui il calcio è passione e amore e chi più di lui ha dato tutto questo alla sua città? Si piange un po’ per nostalgia, un po’ per la paura di cui parlavamo prima, la quale assale anche noi quando pensiamo che questa era potrebbe non ripetersi mai più e quando pensiamo che di tutto ciò potrebbe rimanere solo una scritta nera su un muro.

Forse è anche per questo che quando è entrato al 54′ contro il Genoa all’Olimpico vi è stata un’ovazione mai sentita prima, probabilmente neanche il 17 giugno del 2001, data dello scudetto giallorosso, nonché unico per Totti. Ovazione che tutti vorremmo non fosse mai finita. Avremmo voluto infinito anche il suo ultimo giro di campo e il suo ultimo calcio ad un pallone, rivolto emblematicamente alla Curva Sud.

Forse è anche per questo che a rendergli omaggio vi sono tutte le  bandiere passate e presenti del calcio mondiale.

La semplicità di questa leggenda vivente non gli impedisce di entrare nella storia della Città Eterna, anzi, lo avvicina ad altre figure eminenti passate e presenti dell’Urbe. Non lo si può non accostare ad istituzioni come Alberto Sordi, Carlo Verdone, Nino Manfredi, Gigi Proietti e Aldo Fabrizi. I romani sono tali anche grazie alla caratterizzazione di questi emblemi dal momento che ognuno di loro ha dato il proprio dolce contributo nella definizione del “romano de Roma”. Ogni città ha i suoi simboli che la differenzia dalle altre e questi sono quelli della Capitale, tra loro anche il nostro ragazzino, poi ragazzo e ora uomo Francesco Totti.

Francesco Totti è però anche speranza e ce lo ha dimostrato nell’abbraccio a Mattia Almaviva, capitano dei pulcini della Roma, che probabilmente stanotte avrà dormito con la fascia da capitano, sognando di essere anche lui un Totti da grande.

Francesco, in conclusione alla tua lettera ieri hai detto di amarci, anche se non servivano le parole per trasmetterci il tuo amore. Lasciaci dire che questa passione è ricambiata da tutto il popolo giallorosso e non. Semplicemente, grazie.

 

 

Di Andrea Candelaresi

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