Non si gioca lo US Open però nel 1942 il golf scende comunque in campo: non è una battaglia per vincere il premio ma è un incontro per propiziare la guerra, quella vera.

US Open? No

US Open 1942: non si gioca. Pearl Harbor cambia l’America ed il buon gusto fa abolire il torneo, lo Zio Sam avrà dimostrato un certo tatto ma il fiuto del dollaro non lo perde di certo. Questa combinazione di sensi porta alla creazione del “The Hale American” a Chicago, una competizione golfistica e raccolta fondi per l’intrattenimento dei militari. Perchè i soldati al fronte si devono pur svagare ma il compenso degli interpreti, guerra o meno, raramente si abbassa.

Il torneo è in preda alla disorganizzazione

Gli invitati non sono golfisti esperti, anzi, le star del field Bob Hope e Bing Crosby si dilettano sì con dei “Ferri”, però del loro mestiere, ossia microfono e cinepresa…quelli da golf li usano nettamente peggio. La competizione cambia nome due volte, due sfiancanti qualificazioni da disputare (nonostante cinque amateur siano già sul tee) e non si vedono golfisti di spicco: la competizione non ha un senso.
A giugno si gioca ma in maggio l’interesse per il torneo è nullo. Gli statunitensi guardano la loro bandiera e capiscono l’errore: il torneo ha le patriottiche linee rosse, bianche e blu ma mancano gli elementi di luce. Perché oltre alle strisce devono esserci (golfistiche in questo caso) soprattutto le stelle.

US Open
Bing Crosby e Bob Hope in una foto per un evento benefico di golf
Photo Credits: Julian Robinson / Los Angeles Times

Arrivano le stelle

La USGA si anima e ne dona una al torneo: giocheranno Ben Hogan e Bobby Jones, il primo scriverà la sua tesi nella storia del golf mentre il secondo l’aveva già discussa con lode. Jones mobilita l’ambiente con il suo ritorno sui campi (Augusta esclusa) dopo 12 anni dal suo ritiro, coinciso con la vittoria di tutti i Major dell’epoca in una sola stagione.
Il torneo diventa sia almanacco che profezia del golf.
Partecipano: il Lord del Texas Byron Nelson, il figlio di un prete mancato Gene Sarazen, e l’antico uomo-immagine del golf, Walter Hagen. A condire la già ben ricca portata è il cameriere che la intavola, il field è annunciato (e servito) dalle mani di chi ha tolto il coperchio del golf elitario britannico, offrendolo a tutti gli amateur del mondo: Francis Ouimet.

US Open
Manifesto The Hale American Open
Photo credits: www.pbagalleries.com

Record da Major

I giocatori che si iscrivono alle qualificazioni sono 1528 (senza Bing Crosby e Bob Hope che saggiamente declinano), si vendono biglietti per 15.000$ e tutti i militari hanno accesso gratuito: golfisti e pubblico da Major.
Bobby Jones è già nella lista ma gioca le qualificazioni per allenarsi, vince di cinque colpi e lo swing è sempre lo stesso, meno d’impatto ma sempre al metronomo.

“Lo swing di Bobby Jones è dolce come una caramella alla melassa
[Associated Press]

In gara però il movimento migliore lo possiede il 30enne Ben Hogan che finisce il primo giro in par, inammissibile. Un ferro storto si raddrizza solo con temperature elevate ma Ben lo scalda a colpi di swing, e dopo due ore di pratica serrata inizia il secondo giro. Risultato in clubhouse: 62. Chiude il terzo round con 69 colpi, al pari di Mike Turnesa, che crolla (come suo fratello al PGA dello stesso anno) e consegna il torneo a Ben Hogan.

Ben Hogan mostra a Bobby Jones il suo score
Photo credits: GolfHistoryToday

Un Major?

Il The Hale American Open è un Major? No.
La facilità del campo, la mancanza del taglio e le circostanze non lo rendono tale. Un Major è la lotta più rispettosa del pianeta ma rimane pur sempre uno scontro. Non è uno US Open perché non ci si è riuniti per trovare il migliore degli Stati Uniti d’America, ma per aiutarli… gli States. Le battaglie infatti, erano già troppe.

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