Cronaca

Vasto, quando l’odio diventa giustizia: si vendica dell’uomo che aveva investito e ucciso la moglie

Adv

Per raccontare questa storia che sembra scritta da uno sceneggiatore bisogna tornare indietro di sei mesi, quando una donna di 34 anni, Roberta Smargiassi, mentre era in sella al suo scooter, viene investita da un’auto. Dopo l’impatto piuttosto violento, Smargiassi era caduta sull’asfalto riportando diversi traumi e ferite. Trasportata d’urgenza in ospedale, era morta poco dopo il ricovero. È il 1 luglio e quindici giorni dopo a Vasto (Chieti) amici, parenti e il marito manifestano per chiedere giustizia.

Oggi, sette mesi dopo, Fabio Di Lello, il marito della vittima, ha impugnato una pistola e con tre colpi ha tolto la vita a Italo D’Elisa, 22 anni, che era alla guida della Fiat Punto che aveva travolto lo scooter di lei dopo non aver rispettato il rosso ad un semaforo.

Fabio Di Lello ha atteso che Italo D’Elisa uscisse dal bar, poi, secondo alcuni testimoni, ha scambiato qualche parola con lui, ha estratto la pistola e gli ha sparato tre volte all’addome. Di Lello ha poi lasciato la zona. Poco dopo sono arrivati i primi soccorsi, ma D’Elisa era ormai morto.

Prima di consegnarsi alle forze dell’ordine, Di Lello ha chiamato un amico dicendogli che aveva ucciso l’assassino di sua moglie annunciandogli che stava andando al cimitero per salutare la sua Roberta. Una volta lì, ha telefonato al suo avvocato indicandogli dove si trovava in quel momento. I primi ad arrivare sono stati i carabinieri che hanno trovato solo l’arma custodita in una busta di plastica trasparente, appoggiata sopra alla tomba. Poco dopo, Di Lello si è costituito ai militari.

In un comunicato il legale di Italo D’Elisa puntualizzò che il suo assistito non era “un pirata della strada” in quanto “subito dopo il sinistro, pur essendo anch’egli ferito e gravemente scosso, non ha omesso soccorso, ma ha immediatamente allertato le autorità competenti e chiesto l’intervento del personale medico-sanitario”. Inoltre, affermava che gli esami medici e ospedalieri avevano accertato “che il medesimo non guidava in stato di ebbrezza, né con coscienza alterata dall’uso di sostanze stupefacenti”, concludendo come la dinamica del sinistro evidenzi una serie di fatalità non imputabili all’indagato.

Fabio Di Lello aveva chiesto giustizia per la morte della moglie. Per mesi aveva aspettato una risposta delle indagini, ma ha deciso di agire da solo. La morte improvvisa della giovane consorte lo aveva distrutto e portato in un profondo stato di depressione da cui non è riuscito a liberarsi. Ma evidentemente il dolore per la perdita era troppo grande per attendere che giustizia fosse fatta.

Inoltre, covava rabbia verso quel ragazzo che, si presume, ostentasse strafottenza nei suoi confronti e non aveva mai dimostrato segni di pentimento, né chiesto scusa per l’accaduto.

Fabio Di Lello aveva aperto una pagina su Facebook per chiedere verità e giustizia, ma questa giustizia tardava ad arrivare e la verità veniva minacciata ogni giorno. E la pagina Facebook si è trasformata in un “tribunale del popolo”.

Non si vuole cadere nella corrente di pensiero per cui “è tutta colpa dei social” ma certo in questa storia, l’uso spregiudicato del mezzo non ha aiutato.

Secondo Pompeo Del Re, il legale di D’Elisa: “C’è stata una campagna di odio da parte dei familiari di questa ragazza. Vedevamo manifesti dappertutto. Continui incitamenti anche su Internet a fare giustizia. Alla fine c’è stato chi l’ha fatta. Si è fatto giustizia da sé. Tra l’altro, dopo tempo, quindi è chiaro l’intento e la premeditazione. Il percorso della giustizia stava andando avanti. Italo D’Elisa sarebbe dovuto comparire nei prossimi giorni davanti al GUP”.

L’accusa è quella di omicidio stradale, il tanto agognato omicidio stradale sul quale si è a lungo discusso e che, finalmente, grazie alla legge 23 Marzo 2016 n.41, potrà forse garantire maggior giustizia alle vittime della strada (non in questo caso purtroppo), fino ad ora quasi mai completamente soddisfatte dagli esiti dei procedimenti in cui chi era al volante è sempre stato giudicato colpevole solo di omicidio colposo (seppur aggravato) e quindi sottoposto ad una pena pena che andava dai 2 ai 7 anni, discrezionalmente scelta dal giudice solitamente nella misura minore. Ora l’omicidio stradale costituisce un reato autonomo  rispetto all’omicidio colposo e la pena della reclusione sarà di maggior certezza; il giudice avrà meno libertà nella decisione essendo la fattispecie delineata dal legislatore in maniera più stringente, assieme ad altre sanzioni accessorie, tutte pronte ad essere utilizzate qualora l’omicidio sia avvenuto “al volante” in violazione del Codice della Strada, sotto effetto di droghe o in stato di ebrezza o a seguite di condotte pericolose del conducente.

La rete ha propagato l’ondata di rabbia, impotenza e dolore perché effettivamente la storia romantica e tragica di Fabio e di quel comprensibile desiderio di vendetta per sua moglie, di quella pistola lasciata sulla sua tomba, del suo dolore inconsolabile, ha fatto breccia nell’opinione pubblica.

Quello che è successo a Vasto è orribile, ma quello che sta succedendo nella testa di molti giustizieri da tastiera è ancora peggio. Ancora adesso ci si interroga e ci si confronta sull’accaduto: c’è chi lo condanna e chi invece lo giustifica. Ma scandagliare la mente umana in 140 caratteri è davvero un’impresa impossibile.

A prescindere dalle motivazioni e dalle dinamiche emerge soprattutto la sfiducia nei confronti della magistratura e, al di là del giusto e legittimo garantismo, passa l’impunità.

Quando la legge e lo Stato sono assenti, le persone si sostituiscono alle carenze. Purtroppo ciò è sbagliato ma sicuramente nelle istituzioni c’è un concorso di colpa. Comprensibile in un paese in cui la giustizia è quasi sempre iniqua verso le vittime.

Qui non solo manca la giustizia pubblica che probabilmente è stata lenta e inefficiente. Ma il problema non è questo. Non si uccide qualcuno perché il tribunale ritarda nei suoi tempi. Si uccide l’altro perché si ha un gigantesco vuoto dentro che la comunità non è riuscita a riempire. Abbiamo un deficit di umanità.

Una morte per incidente stradale, per un familiare, è come percorrere un tunnel lungo, buio, senza vie d’uscita. Quando vi si entra, sei disorientato, sei solo, perdi la cognizione del tempo e dentro puoi covare un rancore che aumenta di giorno in giorno, specie quando inizi a seguire il processo che vede coinvolto chi ha posto fine alla vita della persona amata. Questo sentimento può diventare odio, magari fomentato dalla “semplice” voglia di vendetta che si è consumata nel modo più tragico. Schierarsi da una parte o dall’altra è sbagliato. Occorre evitare il trionfo del “giustizialismo”.

Il caso di Vasto scuote le nostre coscienze perché racconta di un uomo accecato dall’odio, abbandonato a sé stesso.

Ciò che rimane oggi sono soltanto macerie: la vita di tre famiglie distrutte e un gran senso di inutilità. È quello che succede quando verità e giustizia non vincono.

 

di Patrizia Cicconi

Adv
Adv
Adv
Back to top button