Cinema

“5 è il numero perfetto”, il pensionato di guapparia Toni Servillo

Toni Servillo è Peppino Lo Cicero. Rifà il verso di Humphrey Bogart, con cappello e impermeabile come a Casablanca. Ma siamo a Napoli negli anni 70. Una piovosa, notturna, e spettrale città partenopea. La luce dei lampioni è l’unica a rischiarare anfratti e vicoli. Anche loro sanno e non parlano. Stasera in tv “5 è il numero perfetto“: Nun tenimm cchiù l’età pe cierte cose, me fatt cacà sott.” Totò ‘o Macellaio riassume il film, molto dialetto napoletano e l’arte di non trattenere nessuna parola.

O figlio mio stanotte è uscito per anna a fatica’, non è tornato! Se hanno fatto qualcosa a Nino mio, scateno ‘na guerra!. Napoli, 26 settembre 1972. Lui, Peppino Lo Cicero, un guappo della vecchia guardia, un sicario della camorra ora in pensione. Costretto a tornare al vecchio comando dopo l’agguato in cui muore il figlio Nino (Lorenzo Lancellotti) ucciso in via Salvatore Trinchese a due passi dalla storica Porta Nolana. Camorrista anch’egli, che segue le regole del codice d’onore. Ad affiacarlo nella vendetta, troviamo il sanguinario Totò ‘O Macellaio (Carlo Buccirosso), amico e complice da una vita, e Rita (Valeria Golino), l’amante di sempre; legge il Gattopardo, colta anche se di famiglia criminale.

O’ fumetto napoletano

Il film “5 è il numero perfetto” è del 2019, scritto e diretto da Igort, e basato sul suo omonimo fumetto del 2002. Così i personaggi sembreranno usciti da un sogno, ma resi in carne e ossa per la malavita. Il regista, dietro il nome d’arte, è Igor Tuveri nato a Cagliari, che ha vissuto anni in Giappone. E inventa questa pellicola seguendo le dinamiche di un certo cinema di Hong Kong, riadattato sul folclore, con un tocco di noir. Gli appassionati di graphic novel, fattispecie del fumetto di qualità, non hanno bisogno di presentazioni del regista, maestro riconosciuto a livello internazionale. Che fa il debutto cinematografico con il film, a Venezia 76. Stasera in tv i cinque capitoli di “5 è il numero perfetto“, ognuno con un proprio titolo: Lacreme napulitane, La settimana enigmatica, Guapparia, Il sorriso della morte, 5 è il numero perfetto. Era previsto anche un ruolo per Lucio Dalla, poi mancato.

Tony Servillo si perde nella città sotto la pioggia battente. È un gangster ma si fa portavoce dell’anima assopita di quei rioni. Ombre, luci offuscate, ricostruite alla perfezione, come è Napoli, magica anche con l’incognita dietro l’angolo. Sparatorie che sembreranno meno spietate perché gli occhi sono rapiti dalle scenografie. Come quella tra Peppino e gli uomini che hanno tradito Don Lava (Morra), sulla scalinata in Piazza Giacomo Matteotti. Una vecchia cabina telefonica è posta in via Cesare Carmignano, da dove Lo Cicero chiama Tony tre dita, dicendogli di dire a Don Lava, che se vuole rivedere vivo suo nipote gli deve consegnare chi ha ammazzato suo figlio. ‘Lo sang chiama sang‘, e, quando c’è da scegliere l’arma giusta, il nostro killer della guapparia, si reca dal Gobbo, un personaggio apparentemente miserabile, capace però di trovargli in poco tempo la pistola giusta per farlo tornare in pista. “Se dovessi tirare delle somme, oggi che sono vecchio, direi probabilmente questo: Ho vissuto i miei giorni come si beve un liquore troppo forte, lo butti giù, senti che ti dà a bott, ma non sei sicuro di aver capito veramente che gusto aveva“.

Il titolo non perfetto

Totò, so’ Peppino! Io ho bisogno di te! È passato tanto tiempo!..”. Un sussurro arriva dal telefono a gettoni. La notte offusca il resto della conversazione.. La telefonata è partita dalcinema Corallo‘, che sarebbe il Multisala delle Palme di Napoli, in Vico Vetriera. “Io pensavo di essere finito e invece stonga ancora ca. Sento la puzza della polvere da sparo, come ai vecchi tempi. Non so come, ma te rimane appicciacato addosso sto fieto“. È Peppino a parlare. Lui al centro di una storia di amicizia tradita, ma anche di una seconda opportunità, di una rinascita. “Quando ero giovane, una prostituta tunisina che lavorava nei quartieri, in quei segni ha letto un futuro di viaggiatore. Sono passati 40 anni da allora e non mi sono mai mosso da Napoli. Strano destino, per un viaggiatore. Non che credessi alle chiromanti, sono sempre stato troppo occupato a vedere il lato concreto delle cose”. La strada in cui viene predetto il destino a Peppino, è Vico Bernardo Celentano, di Napoli. Lo seguiamo di spalle, scendere i gradini fino a Pozzuoli, a casa sua in via Lago D’Averno.

Dopo “Gomorra“, “Il Divo“, “La grande bellezza“, Toni Servillo torna nella sua città d’origine, da ‘pensionato’. In questa Napoli dark e gotica, dove solo le pietre per strada sanno chi sei, e la nebbia e i fumi nascondono i volti. C’è spazio anche per una singola muta preghiera alla Vergine Mamma d’o CarmeneLo Cicero per qualche minuto si immerge nel barocco napoletano della Basilica del Carmine Maggiore. Fa eco un colpo di pistola, a distogliere lo sguardo dello spettatore dalla scala ad ali di falco di Palazzo Sanfelice. Residenza del boss don Guarino, che pagherà l’omicidio di Nino, con la morte a sangue freddo per mano di Peppino.

Il giallo di Napoli..

Napoli avvolta dalla solitudine, si spoglia della sua consueta allegria. Ma la malinconia che sembra stridere da balconi e anfratti, quella resta: impronta indelebile di storie e di gente. Per poi chiudere gli occhi e ritrovarsi a San Salvatore di Sinis. Una frazione del comune di Cabras, in provincia di Oristano, che ha del medioevale e del western. Dove Peppino si accomoda nel Salone per la barba. “Parador Meridionale” indica la scritta alla fermata della corriera che porta a Michele il barbiere.

Non resta che svelare il significato segreto racchiuso nel titolo, “5 è il numero perfetto“, che forse avrebbe attratto di più con un nome diverso. Tenevo un cugino, si chiamava Lino. Ma tutti quanti la chiamavano “La Tartaruga”, e sai perché? Perché non faceva che ripetere: “Cinque è il numero perfetto. Cinque è il numero perfetto.” Tu gli domandavi: “Ma cazzo significa?” E lui ti rispondeva con quell’aria strafottente di chi ti ride sempre in faccia: “Due gambe, due braccia e chesta faccia. Chesta è a casa mia. Chesta è a casa mia. Due più due…più uno…cinque, cinque è il numero perfetto! Hai capit’ strunz!” Intendeva dire con questo che, che era indipendente e non doveva dare conto a nessuno, comma a tartaruga.

Federica De Candia per Metropolitan magazine

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