Cosa vi viene in mente se pensate ai samurai? Sicuramente vi sarà apparsa l’immagine di un uomo con il tipico codino, lo sguardo severo e una katana sguainata. Bene, resettate tutto. La storia del Giappone feudale non era affatto un’esclusiva per gli uomini. Accanto ai guerrieri maschi, infatti, combattevano le Onna-musha, donne guerriere letali, addestrate fin da bambine a difendere la casa, la famiglia e soprattutto l’onore.
Come facevano le samurai donne a fronteggiare gli uomini?
Per secoli l’iconografia ufficiale le ha messe in secondo piano, ma i campi di battaglia raccontano tutta un’altra storia e lo dice anche la scienza: i test del DNA effettuati sui resti di 105 guerrieri ritrovati nel sito della battaglia di Senbon Matsubaru (anno 1580) hanno rivelato che ben 35 corpi erano femminili. Significa che un terzo dell’esercito che si scontrava in campo aperto era composto da donne. Ma come facevano a competere con avversari maschi fisicamente più grossi? Semplice: grazie all’ingegno e all’arma giusta. Mentre la classica katana era prettamente maschile, le Onna-musha diventarono le maestre assolute della naginata, una lancia dotata di una lama ricurva sulla punta. Grazie alla lunghezza dell’arma, le guerriere potevano tenere a debita distanza i nemici più imponenti e, soprattutto, potevano tirare giù da cavallo i cavalieri avversari.
La storia giapponese è piena di queste eroine. C’è Tomoe Gozen (XII secolo), descritta nelle cronache dell’epoca come una forza della natura capace di affrontare da sola decine di nemici. Ma non è l’unica, c’è anche Nakano Takeko che, in pieno Ottocento, guidò un intero corpo d’armata femminile indipendente, combattendo fino all’ultimo respiro armata solo della sua fidata lancia. E allora perché ce le siamo dimenticate? La colpa è del periodo di pace. Con l’avvento del Periodo Edo (1600-1868), il Giappone smise di farsi la guerra. Non essendoci più battaglie, i samurai maschi si riciclarono come burocrati, amministratori o poeti. Per le donne, al contrario, le cose andarono peggio: sotto l’influenza del neoconfucianesimo, la società impose loro di posare la lancia e di trasformarsi nel prototipo della “moglie e madre saggia”. Le Onna-musha, così, sono state relegate dalla storia, ma i dati biologici parlano chiaro: quando c’era da difendere il clan, le donne samurai non erano inferiori a nessuno.
Stefania Cirillo





