Che sia una ringhiera o la prima chiave che ci capita a tiro, quando la sfortuna chiama bisogna rispondere. Ma vi siete mai chiesti perché associamo il toccare un pezzo di metallo alla protezione contro la sfortuna? Per capirlo dobbiamo fare un salto indietro nel tempo, tra le cattedrali medievali, i fabbri e le antiche credenze popolari. Tutto ha inizio con una leggenda dal sapore decisamente epico, ovvero quella di San Dunstano di Canterbury.
Per la fortuna… tocca ferro! Ma perché?
Prima di diventare santo, Dunstano era un abile fabbro. Si racconta che un giorno il Diavolo in persona si presentò nella sua officina. Dunstano colse la palla al balzo: immobilizzò il Maligno e gli inchiodò un ferro rovente direttamente nello zoccolo. Per farsi liberare dal dolore atroce, il Diavolo fu costretto a stringere un patto: promise solennemente che non avrebbe mai più varcato la soglia di una casa che avesse un ferro da stiro, o di cavallo, appeso sopra la porta. Da quel momento, il ferro è diventato il nemico pubblico numero uno delle forze del male.
Ma la fama del ferro di cavallo non si ferma qui. Nel Medioevo, infatti, le ferrature erano costose, quasi un lusso. Trovando un ferro smarrito si pensava di aver intercettato una vera e propria carica di “energia positiva”. I contadini lo appendevano con le punte rivolte verso l’alto per “conservare” la fortuna all’interno dell’abitazione (richiamando peraltro un antico simbolo di fertilità), e lo fissavano tendenzialmente con sette chiodi: il numero magico ed esoterico per eccellenza.
Con i secoli, l’idea di appendere un ferro di cavallo all’ingresso ha lasciato il posto a un gesto decisamente più rapido: toccare un qualsiasi oggetto di ferro per scacciare la sfortuna al volo. Da notare, inoltre, come la scaramanzia sia anche una questione geografica. Se nei Paesi latini si “tocca ferro”, nei Paesi anglosassoni il gesto equivalente è “knock on wood” (bussare sul legno). Un’abitudine che risale ai riti pagani, quando si pensava che gli spiriti della natura vivessero all’interno dei tronchi degli alberi e che toccare la corteccia servisse a invocare la loro protezione. Insomma, che si tratti di ferro o di legno, poco importa: toccare questi materiali non è magia, ma un rito culturale stratificato nei secoli che ci fa sentire, anche se solo per un secondo, padroni del nostro destino.
Stefania Cirillo





