Il primo novembre del 2018 è uscita la prima realese di Yotam Avni con l’etichetta Odd Even. Il disco s’intitola “Dead Israeli soldiers in Goa”.
Anche se ne denota le capillari origini , a volte la politica non entra nel campo artistico.
Paradossalmente, per quanta influenza politica ci sia dietro alcuni scenari, il nuovo disco di Yotam Avni non nè beneficia per niente, anche se un pizzico di rammarico c’è. C’è perché la musica, così come l’arte in generale, ha dei capisaldi anarchici, che spesso si sono scontrati con il potere, di qualunque genere esso sia.
Nonostante il titolo dato all’ultimo album, “Dead Israeli soldiers in Goa“, Yotam Avni smentisce tutti i retroscena politici che ingeriscono nel vinile, e sofferma l’attenzione al sound e la tecnica. Goa, infatti, è la meta dei soldati israeliani dopo aver prestato il servizio militare nella guerra con la Palestina.
Uscito il 1° novmbre 2018 con l’etichetta ODD EVEN (di Andre Kronert), all’apparenza non è un disco di cui si ricorderanno molti. L’Ep dell’israeliano Yotam Avni (di Tel Aviv), racchiude una sorta di malinconia mista alla rabbia, generando un vortice che avvolge l’anima di ogni cittadino a cui è stato fatto il torto di nascere in una terra dura, sterile, annebbiata.
S’evince dalla prima traccia, Death in Goa. Una fuga dall’aridità della guerra, da sterpaglie incolte e da lacrime che non riescono a fertilizzarle. Si rimane un po’ stupiti per un intro già di per se energico, volto alla sudorazione, al dimenticare e al morire in un ambiente spirituale come quello di Goa, in India.
Death in Goa (Flight Mode) è la parte sentimentale del disco. Il romanticismo che si sposa tra l’ambient e la noise music, concepisce suoni inquieti ma speranzosi, animati da un ruscello che sgorga, arricchendo il ruolo della vita, unico “dono degli dei, quelli che essi solo donano, e che nessuno può acquistare con la volontà” come recitano i versi omerici.
Oriental Jazz è la fase calante dell’animo ebreo, saturo di istinti primitivi, con i reduci privi di immaginazione, se non quella della pace. Storditi prima e rinvigoriti poi da ritmi tribali, orientali ed africanizzati, i militari israeliani ridono, ridono al ricordo dei dolori, dei sorrisi; ridono dei ricordi stessi. Bassi martellanti e metallici rimbombano, accompagnati da echi inanimati, come se le anime delle loro vittime minacciassero la discesa dal cielo per gridar vendetta.
Infine arrivano i rinforzi. Marcus Suckut (dj e producer tedesco) dona al disco quel tocco di qualità che senza di egli non ci sarebbe. Qui s’evince la calma ed il pensiero dell’artista, un’empatia di cosa volesse rappresentare Yotam Avni e di fregarsene della politica, giustiziandola e coinvolgendola in un discorso più di parte che di super-partes.
Il sound tedesco si sente eccome. Marcia danzante il kick di sottofondo, avvolgente il pad sintetizzato ed atmosferico, incessanti i rullanti che portano sull’attenti. Scomponendoli e disgregandoli si ritorna ad un puzzle fatto di tanti soldatini rinuiti sotto lo stesso cielo, ignari del passo da compiere, ignari di volere e pretendere qualcosa di più, qualcosa di meglio.
Giacchè, in India, si respira aria di tranquillità all’esterno e di rivolta all’interno, il combattimento dura nell’inferno della propria esistenza, esaltato da LSD e altri tipi di droga.
Yotam Avni gioca con il cuore dell’album e i cadaveri in Goa riemergono in uno stato di morti viventi a cui è data la possibilità di risvegliarsi un’ultima volta e di godere dei suoni della Techno, che in paradiso o nell’inferno difficilmente udiranno.
Mattia Gargiulo





