Un gruppo di ragazzi, un microfono, una batteria, un basso e due chitarre si trovano in un locale di Genova, Quarto dei Mille, il Liggia. Un po’ straniti si aggirano, consumand al bancone per non cedere ai nervi. Il loro primo EP è sul tavolo, di fronte al palco, dove i loro strumenti attendono annoiati: nulla attira la loro attenzione. Sono loro che come una esplosione ribalteranno la serata. I cuori di tutti i presenti cominceranno a battere a ritmo, in breve tempo nessuno riuscirà più a stare fermo: è arrivato il punk, ma per ora nessuno se n’è accorto.
Il cantante, Francesco Daroda, il batterista e autore dei testi di Spicy Salmon (l’Ep dell’omonimo gruppo) Leo Cosma Zurbuchen, Giuseppe Marchelli e Federico Garbarino, i chitarristi e Sebastiano Comba, il bassista, vivono ad Acqui Terme, una sperduta cittadina piemontese. Talvolta la nebbia scende e il paesaggio si fa tetro e decadente, sparendo lentamente sotto gli occhi di tutti.
Immersi nella surreale e calma quotidianità, prima tre e poi cinque ragazzi, cercano di evadere. Il miglior posto dove scappare è una stalla, in cui non trovano cavalli. Allora, ribelli, si fermano e decidono di costruire il loro castello, sistemando il necessario per fare casino in quel antro buio. Là c’è la luce. Là sfogano tutta la loro rabbia nei confronti del passato, raccontano i sentimenti di frustrazione, trasudano spirito anarchico e sovversivo e ridono e piangono sul futuro che si allontana.
“I’m coming, i’m going/I’ve lost, i’ve won/I’m right/Who’s wrong?” urlando sul palco chiedono al mondo chi è che sta sbagliando, dove sta la falla, perché voglio andarmene, ma sento che devo restare?! Il pubblico risponde col pogo. Perché ascoltandoli dal vivo ti prendono e ti caricano. Si esprimono anche a parole, ma nessuno li ascolta. La gente vuole la loro energia. E loro rassegnati bevono fino a sbiascicare canzoni mettendoci l’anima.
“I’m coming out the shell/I’ve got to do it/Or i’m gonna die/It doesn’t fit me”. Esiste una vita dove posso vivere sereno, senza paura degli altri? Forse esiste, ma non fa per noi, cresciuti tra genitori difficili da comprendere, in un mondo che ama la disciplina e il rigore. “A sedici anni avevo la cresta, facevo l’artistico e pensavo di essere più furbo di tutti gli altri” (Francesco Daroda).
Nonostante il punk sia nato nella seconda metà degli anni ’70, continua a dimostrare che chiunque può dire la sua senza il bisogno di nessun tipo di maschera, perché più si fa schifo più la gente ti osserva con repulsione, ma anche interesse. Dentro alle persone questo modo di essere, non avere regole e controllo, smuove qualcosa di profondamente confuso, tra l’ammirazione e l’invidia, il disprezzo o la derisione. Tutto questo è la norma, perché c’è la consapevolezza di ciò che si è e del perché lo si fa. Non è solo ribellione. È una vera e propria liberazione.





