Messi è tornato in campo con la fascia da capitano al braccio dopo l’addio di 9 mesi fa. Tecnico nuovo e formazione ringiovanita, ma l’Argentina è uscita comunque con le ossa rotte dalla partita contro il Venezuela. Ennesima prova che nel calcio non si vince da soli. E intanto gli anni passano…
Da soli non si vince
Le lezioni antiche nel calcio – come nella vita – si continuano sempre a imparare. E venerdì – dopo la sconfitta 3 a 1 contro il Venezuela – in Argentina è tornata di moda: un giocatore da solo non può vincere. Neanche se sei il migliore del mondo. Neanche se ti chiami Lionel Messi. Anche perché gli anni passano ineluttabilmente per tutti…
Già nel mondiale di Russia 2018 questa lezione era tornata in voga a Buenos Aires, quando a Kazan un grande Messi aveva cercato di rispondere da solo a una grande Francia poi laureatasi campione del mondo. Ma ormai si è capito che anche la genialità del numero 10 di Rosario è insufficiente se davanti, di lato e dietro non c’è una squadra.

Il ritorno e la disfatta
Il suo ritorno in nazionale dopo nove mesi di ostracismo tipicamente argentino (e latino, in generale) aveva fatto riaccendere i fuochi dell’illusione nel paese. Nonostante un tecnico non molto esperto (Scaloni) e una rosa ringiovanita ma con lacune. Però la tremenda sconfitta di venerdì ha subito scemato la passione.
Perché l’Argentina neanche con Messi con la fascia di capitano è riuscita a tenere testa a una formazione in crescita (vero), ma che non ha mai partecipato ad un mondiale, come il Venezuela (tra l’altro in un momento politico assai movimentato). Insomma, la selección albiceleste è e rimane ancora lontana dai vertici del calcio mondiale.
C’è qualcuno?
In questo periodo, i giornali argentini hanno cercato di capire chi potesse essere il “socio” di Messi tra i giocatori a disposizione di Scaloni. Ma nessuna delle ipotesi è sembrata quella giusta. Perché il “socio” di Messi non può che essere – ancora una volta – la squadra, e non altre individualità.
Negli ultimi 15 anni, nessuno dei numerosi CT della selección è riuscito a costruire un undici in grado di dar manforte alla genialità della pulga. Venerdì il 10 del Barcellona ha fatto quello che ha potuto. Ha iniziato giocando alle spalle di Lautaro Martínez, servendolo due volte bene. Ma il centravanti dell’Inter non è riuscito a segnare. Dopo, Messi, è andato alla ricerca della palla a centrocampo, segnale che ha fatto intendere che il gioco albiceleste non era fluido e che la palla non arrivava con pericolo sulla trequarti avversaria. Dove lui fa la differenza.

Malinconia pulce
Negli ultimi minuti di partita invece è apparso malinconico, rassegnato e – vicino al 90′ – stanco. È logico. Perché? Perché anche se sei da anni il miglior calciatore del mondo, anche se i tecnici e i compagni dell’albiceleste cambiano, e le speranze di una nazione passionale si rinnovano, gli anni passano e l’Argentina non trova la quadra giusta per aiutarlo a vincere con la sua nazionale. E non dev’essere facile essere certamente tra i primi cinque (tenendosi larghi) giocatori migliori della storia e non riuscire a vincere. E intanto il tempo scorre inesorabile. Messi sta invecchiando, ma l’Argentina non ha ancora capito che il suo genio calcistico non può vincere da solo.





