Paolo Virzì è uno dei registi italiani più attenti all’indagine psicoemotiva dei suoi personaggi. Gli abitanti dei suoi film si muovono tra età e condizioni sociali diverse, alla ricerca del proprio posto nel mondo. Che si tratti di adolescenti, precari o donne fragili, la macchina da presa del regista li segue continuamente, per coglierne ogni impercettibile sfumatura emotiva e psicologica.
In occasione del compleanno del regista, Metropolitan Magazine ha scelto cinque film del regista, per celebrare l’artista e la sua arte.

Da Caterina a Beatrice. Quei personaggi di Paolo Virzì che rincorrono la propria stabilità

Caterina va in città (2003)

Caterina va in città ,  una scena del film - immagine web


Paolo Virzì
Una scena del film – immagine web

In questo primo film in analisi, troviamo Paolo Virzì alle prese con la timida Caterina (Alice Teghil), una ragazza di 13 anni che, dalla piccola realtà di Montalto di Castro, viene sbalzata nella gigantesca Roma. Nella città capitolina Caterina si sente sperduta, a disagio, non sa cosa vuole dagli altri, da se stessa e dal nuovo mondo che ha davanti, che esplora ingenuamente in ogni angolo, affrontandone le piccole soddisfazioni e le grandi delusioni.

Il merito del regista sta qui nell’aver esplorato l’adolescenza in ogni suo aspetto. Partendo dalla purezza di Caterina, infatti, si è dapprima addentrato nella controcultura punk dei primi anni 2000, e poi nei territori patinati del quartiere Parioli. Caterina oscillerà continuamente tra l’uno e l’altro, così come il suo punto di vista nei confronti di ciò che la circonda e di ciò che vive, riuscendo a trovare soltanto alla fine del suo percorso ciò che la soddisfa di più e la rende unicamente se stessa.

Tutta la vita davanti (2008)

Isabella Ragonese in una scena del film - immagine web

Paolo Virzì
Isabella Ragonese in una scena del film – immagine web

Paolo Virzì spalanca le porte del precariato insieme a Marta (Isabella Ragonese), giovane laureata in Filosofia che, per arrotondare, si divide fra il lavoro di babysitter e quello di centralinista. Proprio dietro lo schermo del computer, cuffie alle orecchie, Marta è testimone delle condizioni di lavoro a cui sono sottoposti i lavoratori, vittime tra l’altro di mobbing.

Un quadro preciso e puntuale della condizione lavorativa italiana, che è valso a Virzì il Nastro d’argento come Regista del miglior film.

La prima cosa bella (2010)

La prima cosa bella - immagine web

Paolo Virzì
Una scena del film – immagine web

Bruno Michelucci (Valerio Mastandrea) è un professore di lettere infelice e insoddisfatto, che viene raggiunto dalla notizia della prossima dipartita della madre Anna, da cui l’uomo si era allontanato da tempo. Ma proprio il tempo sta per esaurirsi, e Bruno torna a Livorno, sua città natale, dove affronterà nuovamente il suo passato e i suoi ricordi, affinché il commiato definitivo sia sereno.

In questo film Paolo Virzì confluisce tutte le età dell’essere umano e le analizza con attenzione e dovizia di particolari, così come i comportamenti e le azioni, ricercando quei perché che portano una famiglia allo sfascio.
Il film ha ricevuto 18 nomination ai David di Donatello, ricevendo tre premi (Miglior sceneggiatura, Miglior attrice protagonista e Miglior attore protagonista).

Il capitale umano (2014)

Una scena del film - immagine web

Paolo Virzì
Una scena del film – immagine web

Il titolo del film fa riferimento al valore che in sede assicurativa, in caso di risarcimenti, hanno gli individui. Parametri come la qualità della vita che conduce e l’aspettativa della stessa contribuiscono a creare attorno alla persona un valore economico che spetterebbe ai famigliari in caso di morte.
E Paolo Virzì si concentra proprio sul valore che hanno le vite dei protagonisti. Arrancando nell’assicurarsi una posizione sociale migliore, una volta raggiunta rimangono soli, confrontandosi con la propria mediocrità.

Il film ha ricevuto 19 nomination ai David di Donatello (vincendo in 7 categorie) ed era stato scelto per rappresentare l’Italia agli Oscar, senza però venir selezionato.

La pazza gioia (2016)

La pazza gioia, una scena del film - immagine web

Paolo Virzì
Una scena del film – immagine web

Paolo Virzì in questo film esplora i meandri della fragilità della mente umana, la migliore indagine psicologica della sua filmografia.
Beatrice (Valeria Bruni Tedeschi) e Donatella (Micaela Ramazzotti) sono due donne con problemi mentali ricoverate in una comunità che punta alla cura e al reintegro. Sono ognuna il complementare dell’altra, lo Yin e lo Yang della Toscana. Sarà infatti grazie all’esuberanza di Beatrice che le due scapperanno dal controllo degli operatori e vagheranno per la regione, dandosi letteralmente alla pazza gioia.

Il regista ha perciò avuto modo di muoversi tra due menti molto differenti, così come i problemi che ne derivano. Tra la depressione di Donatella e la dissociazione dalla realtà di Beatrice, Virzì ha offerto due ritratti di donna dalle tele spaccate. Attraversate da solchi profondi, le anime di Donatella e Beatrice si uniscono in una sola, in un’alchimia indissolubile che rende l’animo umano un’opera d’arte di infinita bellezza.

Chiara Cozzi