Il racconto di Inter-Barcellona del 20 aprile 2010 non può non assumere, per molti versi, un connotato biblico. Sembra riecheggiare, per certi versi, la storia di Davide e Golia. Il profeta Samuele racconta di un piccolo pastore, Davide, armato di una sola fionda, che riuscì a sconfiggere il temutissimo gigante Golia, dell’esercito dei Filistei. Nella Bibbia però non c’è la risposta a questa domanda: se i due si fossero sfidati per una seconda volta, il ragazzo avrebbe comunque trionfato? C’è un altro profeta, José da Setùbal, che ha scritto un nuovo capitolo di quella storia, ma con protagonisti differenti, a San Siro, esattamente dieci anni fa.
Prologo: derby d’Italia
La Roma è in testa alla classifica e, guidata da un ambiziosissimo Claudio Ranieri, sogna il quarto scudetto della sua storia. Il vantaggio sull’Inter è minimo e i giallorossi nel posticipo domenicale devono vincere il derby per conservare il primato. Quella della 34esima giornata di Serie A è una strana coincidenza, un incrocio che sembra quasi programmato, come se il campionato fosse una parte del The Truman Show. Mentre la Roma incontra la Lazio alle 18.30, i nerazzurri giocheranno uno dei derby d’Italia più importanti degli ultimi anni. I giallorossi vincono in rimonta 2-1, con una doppietta di Mirko Vucinic: a Mourinho non resta che inseguire.
Quella contro la Juventus sembra una partita stregata e Milito non è in serata: è una settimana complicata quella di Zanetti e compagni, che il martedì sera hanno un delicatissimo impegno europeo contro, appunto, il Barcellona. La tensione si percepisce a San Siro e la partita può essere sbloccata solo da un colpo di genio, di quelli imprevedibili. Specialista nel settore, Maicon Douglas Sisenando, che in pieno stile joga bonito salta in palleggio Amauri e mette il pallone alle spalle di Buffon; al 93′ raddoppia Eto’o: è delirio nerazzurro.
Inter-Barcellona, guerra tra i due mondi
“La statistica deve essere 95% di possesso palla: il famoso ‘taka-tiki-taka-tiki-tiki-taka’. (…) Noi giochiamo a zona, siamo compatti e la squadra difende molto bene, un carattere assolutamente incredibile.”
Queste sono le parole pronunciate da José Mourinho dopo Barcellona-Inter, la sfida di ritorno, che ha portato i nerazzurri in finale. Il modo in cui lo Special One sbeffeggia chi esalta la filosofia di Pep Guardiola è il riassunto della rivalità tra i due mondi. Qui emerge l’enorme differenza nel modo di vedere il calcio, e forse anche per questo che la gara di andata è stata una delle migliori partite del decennio. Il grande contrasto non si traduce in “catenaccio e contropiede” contro “gioco offensivo”: circa un anno fa Mourinho ha spiegato tatticamente il perché, a The Coaches’ Voice. Esattamente una decade fa, gli undici in campo lo hanno mostrato in campo.
Inter-Barcellona però non è l’evento più importante del momento: qualche giorno prima il vulcano islandese Eyjafjallajokull è eruttato e ha bloccato, con la sua nube, tutti i voli europei. I blaugrana sono costretti a venire a Milano in pullman, con dodici ore di viaggio su quattro ruote e un giorno per rifiatare. Può essere un vantaggio per i nerazzurri, ma tutti sanno che la migliore squadra al mondo non sarà indebolita da un tragitto poco comodo: è lo stesso Busquets che dirà:
“A questo punto della stagione né i viaggi, né le tante partite possono rappresentare un alibi: andiamo li per vincere, come facciamo sempre.”
Partita a scacchi
Forse dovrebbe essere la caratteristica di ogni allenatore ma quello che coach Ettore Messina dice di José Mourinho è importante per capire la partita di San Siro: non c’è niente di casuale in quello che succede in campo. Tutto preparato, come in una partita a scacchi. Uno dei più più forti scacchisti della storia, David Bronstein, dice che l’arma più potente a scacchi è quella di avere la prossima mossa. Lo Special One quella sera quasi gioca da solo, nel senso che conosce così bene l’avversario e come muoversi di conseguenza, che sembra un solitario. Sulla scacchiera di San Siro José schiera il suo solito 4-2-3-1 (o 4-2-1-3), con Julio Cesar in porta, Maicon, Lucio, Samuel e Zanetti in difesa; la mediana è composta da Cambiasso e Thiago Motta, con Sneijder in trequarti e Pandev ed Eto’o ai fianchi di Milito.
La chiave offensiva di quel Barcellona era costituita dagli scambi tra Dani Alves e Leo Messi sulla destra: il terzino brasiliano sovrapponendosi sfruttava la corsia liberata dalla pulce, che tendeva ad accentrarsi. Pandev avrebbe seguito Dani Alves, con il dieci del Barcellona ingabbiato da Zanetti, Cambiasso e Thiago Motta. Dall’altra parte Samuel Eto’o avrebbe evitato che Maxwell facesse pentire l’Inter di averlo ceduto in estate insieme a Ibrahimovic. Questo il piano difensivo. Ma non funziona all’inizio, con Maicon che lascia spazio all’ex compagno sulla sinistra che ne approfitta e serve un assist perfetto per Pedro: è 0-1.
I ragazzi di Mourinho impiegano molto per entrare in partita ma, trascinati dal loro attaccante, cominciano a reagire e trovano il goal del pareggio alla mezz’ora. Sneijder infila in rete servito da Milito: 1-1, palla al centro. Si va a riposo con questo risultato, ma la strategia dello Special One deve ancora avere i suoi frutti: i primi 16 minuti del secondo tempo l’Inter raccoglie ciò che ha seminato. I nerazzurri avrebbero potuto colpire solo attaccando gli spazi lasciati dai laterali blaugrana, in velocità. Thiago Motta ruba palla a Messi, Milito riceve in profondità e serve Maicon, che in sovrapposizione appoggia in rete: San Siro è una bolgia.
Ovviamente, la chiave della nostra strategia per batterli si incentrava soprattutto nel momento in cui recuperavamo palla e nella seguente transizione. In fase difensiva restavamo molto compatti, arretrando molto la posizione di Pandev ed Eto’o, contrastando le loro discese sulle fasce di Maxwell e Dani Alves. La chiave è stata attaccare gli spazi che i loro esterni lasciavano scoperti quando si spingevano in fase offensiva. Maicon è stato davvero fenomenale nel fare quel lavoro in quella partita e impegnare Maxwell, uno che è fortissimo in possesso palla ma non altrettanto quando è chiamato a difendere. (…) E’ stato fondamentale difendere come un unico blocco, per poi attaccare con 4-5 uomini.
Così Mourinho ha spiegato, a The Coaches’ Voice, la sua scelta tattica di quel 20 aprile 2010, che i tifosi dell’Inter ricordano con più emozione della finale di Madrid. Davide ha tirato la sua pietra e ha stordito Golia, ora serve solo il colpo di grazia: servono 13 minuti a Milito per mettere anche la sua firma, su un improbabile assist di testa di Sneijder. Il goal è irregolare, con il principe che, temendo di essere in fuorigioco, guarda subito l’assistente, che però non ha alzato la bandierina. Il pastore ha tagliato la testa al gigante: è 3-1.
“I marziani siamo noi“, titolava La Gazzetta dello Sport il giorno dopo l’impresa nerazzurra. Nulla di casuale, nessuna fortuna, o almeno così piace pensare al profeta portoghese di cui sopra. Forse bisognerebbe accettare che quegli undici in campo siano stati aiutati dalla dea bendata, almeno un po’. D’altronde il detto latino “Audentes fortuna iuvat” non può che riassumere la partita di dieci anni fa. Ma non ditelo a Mourinho, potrebbe offendersi.
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