Ad aprile è uscito il nuovo singolo dei Panta band, “Svegliati adesso“. L’inno rock che va perfettamente a ritmo con l’esigenza di reagire all’emergenza che sta immobilizzando gli spiriti comuni. Un grido di resistenza e resilienza che si alimenta delle esperienze della giovane band romana, tra letteratura e musica, viaggi e meditazione.

Panta nascono nel 2016 con un sound che mescola l’Indie Rock al New Wave, partendo da un presupposto letterario. Lo scorso anno la band ha pubblicato il loro primo disco, INCUBISOGNI (Mei/Goodfellas). E’ stato il momento del vero lancio: le partecipazioni al MIAMI, l’apertura al concerto di Giorgio Canali & Andrea Ruggiero a Le Mura. E l’apertura ai Calexico and Iron & Wine a Villa Ada, Roma.

Per “Svegliati adesso” i Panta si sono lasciati ispirare da Londra e Parigi, per ritornare a registrarlo a Roma. Il singolo porta-fortuna genera un domino di belle occasioni. I Panta conoscono gli Arctic Monkeys, accompagnano Carlo Verdone a ritirare il riconoscimento della Italian Society dell’Università di Oxford. E iniziano a collaborare con Paolo Violi all’Abbey Road Institute. E ora, “Svegliati adesso” diventa rifugio per pensieri smarriti.

L’intervista ai Panta band: una chiacchierata mistica

MMI: Il primo disco è stato ultimato a Londra, la vostra musica è il frutto di esperienze interdisciplinari, di luoghi diversi… ma a cosa appartiene di più? Qual è la casa a cui fa ritorno?

Sicuramente in un progetto come quello dei Panta la musica è un modo per costruire ponti: umani, artistici, geografici, sociali… Fare questo in un mondo che sembra invece voler innalzare muri è per noi un atto vitale. E così lo è quello di esplorare luoghi e percepire l’ispirazione che ne viene. Il ponte principale che si è creato negli anni è tra Roma e Londra / Cambridge.

Roma è la nostra casa e la nostra base, la amiamo profondamente con tutte le sue contraddizioni; Londra è da dove provengono i nostri maggiori influssi artistici, senza dubbio, e dove quello che facciamo – in una parola,
Rock’n’Roll – è ancora parte integrante di una cultura. E non una semplice moda finita come perlopiù sembrano viverlo i nostri coetanei e la maggior parte della gioventù italiana negli ultimi anni. Passata una moda, rimane, se c’è, l’identità e la sostanza. E in UK queste due cose – lo dico da cantautore che scrive convintamente in italiano – sembrano un po’ più presenti che da noi.

I Panta la pensano esattamente così

Qui si passa da una moda all’altra come banderuole: vanno i suoni casio naif anni 80, tutti puntano su quello; vanno le chitarrine compresse e delicate, tutti puntano lì; va la trap, buttiamoci dentro un po’ di autotune; e quindi vanno avanti cloni su cloni, tipo la copia della copia in Platone. I Panta esistono da 5 anni. E ti possiamo dire che girando l’Italia in tour la cosa più rara è stata trovare tra le realtà emergenti qualcuno con un’identità artistica forte, chiara, originale. Che volesse rimanere fedele innanzitutto a se stessa e a quel sacro fuoco che ti dovrebbe bruciare dentro. Il Rock è una forza di libertà, quel fuoco non si spegne. E, a prescindere dalle mode, “Rock’n’Roll will never die” comediceva Neil Young (poi Kurt Cobain e poi ancora Noel Gallagher). Ecco, nei Panta la pensiamo esattamente così.


MMI: Finalmente qualcuno che comprende che la lingua della letteratura può essere la voce della musica: che cosa lega i due mondi? Il pubblico dell’uno credi sia automaticamente lo stesso dell’altro? Si può ritenere un progetto musicale di nicchia, per questo?

Ahaha beh, con me questa domanda ha un certo significato. Ho pubblicato un libro su di questo e ci sto facendo una tesi di dottorato sopra! Per risponderti in breve, ti direi che le due nascono addirittura insieme. Dagli aedi e dalla grande tragedia greca (anzi bisognerebbe rileggersi sempre La nascita della tragedia di Nietzsche). O addirittura dall’alba dei tempi, se “in principio era il verbo” e quel verbo era quindi un “suono”. I grandi poeti nei secoli, da Dante a Baudelaire, si sono sempre confrontati col linguaggio musical. Più di quanto la critica sia stata disposta ad ammettere e i grandi musicisti sono sempre stati attenti alle forme della letteratura. Basti pensare ai madrigali e a Monteverdi fino all’opera lirica.

In tempi più recenti i due linguaggi sono venuti sempre più spesso a intersecarsi. Hanno dato vita ad alcune delle opere d’arte più belle dell’Otto e del Novecento. Quindi sarebbe importante custodire una così bella, archetipica, unione. Quanto al pubblico, ho imparato negli anni che è molto più aperto e ricettivo di tanti critici. O artisti frustrati che vorrebbero tenere le due cose separate a compartimenti stagni. L’arte vera muove per vie misteriose e imprevedibili. Nel mio libro ho scoperto tra le tante sorprese che la postilla di un manoscritto medievale di Dante può arrivare, attraverso l’amore, sul tavolo di una cameretta nella grigia provincia inglese. Se quella è la cameretta di Thom Yorke dei Radiohead, allora quella scintilla accende qualcosa di inaspettato e bellissimo.

Una sinestesia in forma di Rock


Dopo questi mostri sacri, tornando molto più umilmente ai Panta, ti direi che non è per niente un progetto di nicchia per questo. Anzi la cosa più bella è vedere come le persone si siano fatte coinvolgere da questa strana specie di sinestesia in forma di Rock. Sta anche a noi, poi, essere il più efficaci possibile nel far arrivare i messaggi che vogliamo trasmettere con le nostre canzoni. Pensa che il brano dei Panta che più è circolato e che più cantano ai concerti ha dentro il testo versi come “Kerouac era qui stasera per creare un’atmosfera”. Oppure “Ora posso dirmi vivo, scusa prima non capivo / che eri fredda come Molly Bloom”. Il pubblico li comprende, li attraversa, li canta e a volte ci balla o ci poga pure sopra. Quindi zero nicchia, vogliamo comunicare a chiunque voglia sentire.


MMI: Che cosa rende la letteratura oggi attuale? In tempo di Covid tutti si sono improvvisamente ricordati del Decameron di Boccaccio e della peste di Manzoni… Forse se sfogliamo bene troviamo anche qualcosa che ci suggerisca come reagire?


Ti rispondo con voci più grandi della mia. Tabucchi avrebbe detto che il senso della
letteratura oggi è dare una visione diversa dal pensiero dominante e così forse avrebbe risposto anche Sepulveda, che con l’occasione voglio ricordare. La letteratura deve farti percorrere una vita, un mondo e una fantasia vissuti da qualcuno che non sei tu. Ma che diventano parte di te leggendo, quindi in una società come quella di oggi la letteratura è attuale solo se offre chiavi per leggere il presente molto complesso in cui viviamo, lo si può fare con realismo o con surrealismo ma lo si deve fare, altrimenti rimangono i romanzetti edificanti e rassicuranti da cui poi arriverà la puntuale commediola cinematografica.

La letteratura per comprendere il mondo


Hai ragione. Non si parlava così tanto di Boccaccio e Manzoni forse da secoli. E c’è voluta una pandemia per far ricordare che nella storia e nei libri che la compongono – quindi nella nostra cultura – è racchiusa quell’umanità che ci serve per comprendere il mondo.
Ho pensato anche tra tanti autori (Ballard, Buzzati, McCarthy, Bufalino, Levi) alla Peste di Camus, in particolare, che consiglierei a tutti per capire un po’ di più dei meccanismi che si innescano in situazioni come questa. Inoltre consiglierei sempre 1984 di Orwell e Il mondo nuovo di Huxley per imparare a capire come resistere alle manipolazioni dall’alto.

Come reagire? Senza aprire parentesi troppo grandi. Ti direi che una delle prime cose potrebbe essere prendere coscienza dei ritmi imposti dalla produzione “intensiva”. Gli stabilimenti intensivi, allevamenti intensivi, finanza intensiva, speculazione edilizia etc hanno devastato la flora e la fauna di questo meraviglioso pianeta e di molti suoi abitanti. Potenze come Cina, gli USA di Trump o il Brasile di Bolsonaro oggi nemmeno hanno riconosciuto la questione ambientale e agiscono in modo innaturale in nome del mero progresso economico. Reagire è interrogarsi, documentarsi, capire, infine agire; i libri aiutano ad aprire gli orizzonti per tutto questo.


MMI: A proposito di David Lynch: come ha influenzato la vostra musica? Come, invece, la tua vita?
(Ho il presentimento che parlerai di meditazione…e allora, metadomanda: come la meditazione ha trasformato il tuo pensiero e la vocazione?)


Senza Lynch i Panta non esisterebbero nemmeno, forse. Potrebbe sembrare una frase a effetto, ma è la verità e provo a raccontartela in breve. Per me Lynch è il più grande artista vivente, nell’accezione più ampia del termine. Perché è riuscito a creare un mondo nuovo attraversando tutti i linguaggi – cinema, scrittura, musica, pittura, fino addirittura alla moda e al design. Così la sua opera può contenere molteplici strati dentro di sé. A partire da un unico grande substratum di energia vitale e creativa, il livello più profondo, che è quello della meditazione trascendentale. Ho avuto l’immenso privilegio di poter accedere a questo livello più profondo, che avevo percepito nei suoi lavori.

Grazie a lui in persona, a seguito di un’avventurosa storia personale che parte da Lucca, arriva sorprendentemente a Parigi. E poi torna a Roma dove nel 2015 ho imparato la tecnica della meditazione trascendentale.

La meditazione: una vera rinascita

Per me è stata la vera e propria rinascita. La mia vita è cambiata completamente: un risveglio totale di energia pura che prima disperdevo su tutti i fronti. E che invece sentivo ora fortissima in me, il brano “Svegliati Adesso” è nato così tra l’altro. Fin da quando iniziai, trascorsi 6-8 mesi, tutti intorno a me notarono che era diventato una persona differente. Ero più sereno, più positivo, molto meno pauroso e insicuro. È così che ho dato vita alla mia band, ai Panta. E finalmente suonavo la musica che scrivevo, ero tornato a fare ricerca nel mondo della musica e della letteratura. Avevo un lavoretto e avevo trovato il coraggio di lasciarmi alle spalle una difficile rottura con la ragazza.

Ma soprattutto, per usare una metafora, ho fatto per la prima volta una specie di immersione in me. E ho affrontato tutta la mia interiorità e il mio passato. Per questo motivo credo fortemente che viaggiare all’interno di noi stessi sia l’esperienza più incredibile della nostra vita.
Sono ormai 5 anni che la pratico felicemente ogni giorno, due volte al giorno. È diventata parte naturale della quotidianità, 20 minuti la mattina e 20 minuti il pomeriggio, non c’è nessuna “sottrazione” di tempo come alcune persone credono. Anzi, il tempo si rinnova.


MMI: La reclusione di un cantautore: in quarantena si suona di più o si ascolta più musica?


Ti direi tutte e due le cose. Ho avuto un po’ di tempo sia per ascoltare tanti dischi e legger tanti libri. Quelli che avevo accumulato negli anni senza potermi inoltrare come meritavano, sia per mettermi sulla chitarra e sulla voce con più di calma. Ho addirittura ripreso un po’ di tastiera, che uso sempre in maniera complementare in studio ma che non ho mai tempo di suonare a casa.

Stanno nascendo cose nuove, che per fortuna non parlano di Covid o di quarantena come vedo tanti musicisti star facendo. John Lennon diceva “You may say I’m a dreamer, but I’m not the only one”. Io di sicuro ero già un sognatore da prima della pandemia. Spero che questo momento di trasformazione possa portare dopo a vivere un po’ meno in superficie e a sentire il sapore delle cose più nel profondo. Il che le renderà più belle, poi!


MMI: Come l’emergenza Coronavirus cambierà la nostra vita possiamo immaginarlo, e invece cosa farà alla scena musicale? Senza concerti cosa rimane dell’ambizione di un progetto musicale?


Ho fatto un piccolo spoiler nella domanda precedente, sorry. Storicamente, i momenti di crisi portano sempre a una sommossa creativa. Perché tutta l’energia coinvolta in un processo così doloroso, se davvero fai arte per esprimere qualcosa e non solo per fare il “poser”, la senti e ti tocca inevitabilmente. Quindi spero che anche nella scena musicale ci si allontani un po’ da quella superficialità. Che è la cifra di quasi tutto l’It Pop – Indie Pop di questi ultimi anni. E che invece si torni ad apprezzare la sostanza, con più attenzione verso chi ha qualcosa da dire (e a come lo dice) e meno a chi cerca solo hype e visibilità.


Il danno ai concerti purtroppo è un disagio innanzitutto per chi nasce come live band. E per chi fa del live la parte decisiva del proprio rapporto col pubblico. Agevola invece i “poser” di cui ti parlavo prima, che sono abituati più a farsi i selfie per Instagram. E lasciano fare i beat e il lavoro musicale vero ad altri.

Come i grandi insegnano però, dai Beatles ai Pink Floyd ai Queen, si può usare lo studio come un valore aggiunto. E dedicarsi alla sperimentazione quando l’attività live viene meno. L’ambizione di un musicista, se è pura, deve essere sempre interna anche alla musica stessa, a scoprire, provare, migliorarsi, sperimentare, creare. Quindi per una band come la nostra questo è un momento creativo (anche se ovviamente non vediamo l’ora di tornare live sul palco). Se fosse un’altra epoca nel mercato discografico, il prossimo disco dei Panta potrebbe addirittura essere un doppio album.

Rossella Papa