Curon: il mistero e il soprannaturale si mescolano per dare vita a qualcosa di terrificante (e non in senso buono).

La leggenda nascosta sotto il lago di Resia, a Curon

La nuova serie Netflix è ambientata in uno dei luoghi poco conosciuti dell’Italia, tra le montagne e i paesaggi innevati dell’Alto Adige: a Curon.

Un paesino ancorato al passato, al 1950, quando venne costruita una diga che ricoprì la vecchia Curon. Un lago artificiale in cui, al centro, sorge il campanile.

Di questa storia, ne parla ampiamente Marco Balzano in Resto qui.

Secondo la leggenda, è ancora possibile sentire le sue campane risuonare, nonostante il campanile sia vuoto al suo interno.

Curon, lago di Resia
Curon, lago di Resia

Ma torniamo alla serie tv. Gli antichi rancori nelle piccole cittadine non muoiono mai, infatti le discordie tra la popolazione di origine tedesca e quella italiana, rappresentati dalla famiglia Raina, vanno avanti da oltre vent’anni.

Tutto inizia quando Anna (Valeria Bilello) decide di ritornare a Curon dopo 17 anni, portando con sé i suoi due figli gemelli, Daria (Margherita Morchio) e Mauro (Federico Russo).

Il padre, Thomas Raina (Luca Lionello), non sembra essere molto contento di rivederli e cerca di convincerli a rientrare a Milano.

Ricorda il nonno buono di Heidi, ma con più acciacchi al cuore. Permette loro di dormire, solo per quella notte, nel suo hotel ormai in disuso.

Anna aveva lasciato Curon molti anni prima, dopo la morte della madre, scappando a Milano, ma adesso è alla ricerca di un posto in cui iniziare una nuova vita lontano dall’ex marito.

Intenzionata a restare, iscrive i due fratelli alla scuola superiore. Se Mauro è un ragazzo timido, un po’ preso in giro dai coetanei perché sordo, Daria è la ragazza dura e forte abbastanza per due.

Ma, mentre fanno fatica ad ambientarsi e a fare amicizia, improvvisamente Anna scompare.

Mauro è convinto di sentire rumori strani al piano di sopra e, una sera da ubriaco, riesce ad aprire la porta e trova… sua madre, imbavagliata.

Il nonno e la sorella cercano di convincerlo di non aver visto nulla, che è il delirio di un ragazzino che ha bevuto troppo. Ma nulla, Mauro è sicuro di ciò che ha visto e sa che quella donna non era sua madre. La vera madre scomparsa è in pericolo.

E, nel tentativo di ritrovarla, si addentreranno in una fitta tela di misteri di Curon, infinita quanto un labirinto.

Non solo fanno fatica a fare amicizia tra i coetanei ma anche con la popolazione del posto, ad esempio vediamo il noleggiatore di pedalò contrario ad aiutare la famiglia Raina, come se fossero feccia.

Sette episodi diretti da Fabio Mollo e Lyda Patitucci che, per l’occasione, sfruttano una fotografia legata ai toni freddi, mettendo in evidenza l’atmosfera cupa quasi simile a Dark.

I due gemelli troveranno nei fratelli Miki (Juju Di Domenico) e Giulio (Giulio Brizzi) i loro rivali/alleati.

Come sappiamo bene, agli italiani piacciono le storie adolescenziali perciò il triangolo amoroso non manca mai.

E non è l’unico, mentre la storia prosegue, scopriamo che Anna, prima di lasciare Curon, aveva una relazione segreta con Albert (Alessandro Tedeschi), il padre di Miki e Giulio, il quale ha finito per sposare Klara (Anna Ferzetti) e, a quanto pare, non è proprio un matrimonio felice quello tra i due.

Ci sono segreti che il lago nasconde e che vivono dentro ognuno di noi.

Che cosa ci fanno due lupi dentro di noi? Lottano tra di loro, per il controllo della nostra anima.

Questa duplicità è il mistero centrale della serie Curon.

Perché dentro di noi racchiudiamo luce e oscurità e, nel momento in cui una parte vuole schiacciare l’altra, qualcuno sentirà nella sua testa risuonare le campane del campanile.

E il noleggiatore di pedalò, cieco da un occhio, come il maggiordomo sempre assassino, osserverà il lago e incolperà la famiglia Raina, sempre colpevole di essere stata la famiglia potente del tempo e a favore della costruzione della diga.

Originale l’uso del soprannaturale, una trama promettente mortificata dal basso livello recitativo degli attori che non sembrano credere veramente nelle loro battute. Non c’è profondità nei loro discorsi e non c’è pathos. 

Non per tutti, ovviamente, il cast giovane sa essere convincente e inquietante allo stesso tempo.

I migliori complimenti vanno proprio a Federico Russo, cresciuto sotto le telecamere de i Cesaroni, a Margherita Morchio, reduce dal successo di Succede.

E poi Juju Di Domenico, nei panni della ragazzina alla ricerca della propria sessualità, e a Giulio Brizzi, nei panni del ragazzo-pugile che gestisce una piccola piantagione di marijuana in una casetta in montagna (sempre peggio).

Questa prima stagione è un’occasione mancata che, nel tentativo di stupire, provoca l’effetto sbagliato.

Mettere insieme il mistero, le turbe adolescenziali, il rapporto genitori-figli, le maledizione e l’horror… ecco, sono già troppi elementi messi insieme che, sì, hanno un effetto terrificante ma non nel senso buono del termine.

Location strepitose, tra la neve sulle montagne invase dai lupi, il messaggio di questa serie è che una bella stazione di polizia o dei carabinieri a Curon ci vuole proprio.

Serena Votano