Può un abbraccio cambiare le persone? Può un contatto fisico ristabilire un ordine universale? Sembrerebbe questa la domanda a cui tenta di rispondere il cortometraggio “Se fosse ora” di Antimo Leva (LumaCine). [GUARDA IL CORTO COMPLETO QUI]. Già è dura parlare di tematiche sensibili quali LGBTQ+ e sieropositività, ancora di più è farlo con zero budget. Perché è importante motivare e segnalare il cinema indipendente? Forse perché è lo falange più genuina della vetrina cinematografica. Forse perché, tra i pescicane della produzione commerciale, ci riscopriamo capaci di saperci emozionare per un semplice gesto empatico: un abbraccio.
In “Se fosse ora” uno dei protagonisti (pagliaccio di mestiere) scopre di essere sieropositivo, e , asetticamente, rinuncia facilmente al contatto umano, per paura. Il contatto fisico si atrofizza, si cristallizza in qualcosa di tenebroso, temibile. Eppure, è proprio un abbraccio a restituirgli calore e speranza. E quando, nel finale, una bambina corre ad abbracciarlo per congratularsi di uno spettacolo di magia, il clown si sente impacciato, non sa come comportarsi, ma poi si abbandonerà.
In questa occasione Metropolitan Magazine ha intervistato il cast di “Se fosse ora”. Ne è nata una chiacchierata bella e stimolante, su tematiche contemporanee e su alcuni spunti cinematografici.

MMI: Perché è ancora importante parlare di tematiche come l’HIV? Ci sono ancora tanti pregiudizi?
Sì, assolutamente. È molto importante. Bisognerebbe parlarne sempre di più. Negli ultimi anni sono usciti diversi film che hanno trattato il tema, tra cui The Normal Heart. Ma credo che il tema faccia ancora molta paura. C’è ancora molto stigma a riguardo. Da un punto di vista dell’informazione ci sono molti documentaristi e molti medici che lottano e danno un contributo enorme, e li ringraziamo per questo. In questo corto ho voluto evitare a tutti i costi gli stereotipi. Ho raccontato la storia d’amore di due ragazzi omosessuali senza che dovessero fare coming out con qualcuno. Presentandoli al pubblico come eroi di un melodramma, nella loro bellezza umana e normalità. Antonio Di Costa e Francesco Maria Punzo sono stati sproporzionatamente professionisti per la loro giovane età. È stato un privilegio per me.
Per l’episodio de Il Pagliaccio ho voluto trattare il pregiudizio contro l’Hiv dal punto di vista di una persona sieropositiva. E le mie assistenti e colleghe – grandi artiste a loro volta – Alessia Fergola ed Erica De Lisio mi dissero che era una buona idea parlarne sapendo che avevo pensato e scritto questa storia. Il loro parere ha contato molto.
Preciso che i due ragazzi che interpretano i protagonisti (Vittorio Maggesi e Roberta Lanza) – pur non essendo attori professionisti – presero sul serio l’argomento e mi hanno dato una dimostrazione che oggi resta lì nel corto: la dimostrazione che l’essere umano può darti emozioni artistiche immense.
Nel finale Alessio (mago/clown) riceve una lezione di vita da una bambina, alunna di una classe per la quale si è esibito in un elementare spettacolo di magia. A fine esibizione, la piccola spettatrice gli andrà incontro per abbracciarlo, senza preoccuparsi della sieropositività di cui non conosce nemmeno l’esistenza, in quanto troppo piccola.
Quella bambina, digiuna di pregiudizi verso il prossimo, è il vero messaggio positivo: solo senza condizionamenti ottusi si combatte lo stigma.

MMI: In un mondo in cui il linguaggio cinematografico è messo a dura prova, bersagliato su ogni fronte da piattaforme streaming che adottano la politica del ‘fast-film’ da dare in pasto al ‘cliente’ e non allo ‘spettatore’. Fare cinema è ancora possibile?
In realtà oggi fare “cinema” è fin troppo semplice, in apparenza intendo. Oggi la tecnologia permette a chiunque di filmare storie e montarle. A volte, molto spesso, i risultati sono visivamente affascinanti e glamour, altre volte meno. Per i contenuti la faccenda diventa più complessa – a mio modesto parere, ovvio – perché spesso non ci sono o sono pressappochistici, vaghi.
Io sono a favore delle piattaforme streaming. Soprattutto perché attraverso le loro librerie permettono all’utente di accrescere la conoscenza di film. Il problema secondo me è la percezione dello spettatore. Fino a quindici anni fa per vedere un film dovevi andare al cinema, o metterti davanti al televisore all’orario in cui veniva trasmesso. C’era anche la vigilia del momento: aspettare gli ultimi spot TVi prima dell’inizio. E se perdevi qualche pezzo, lo perdevi davvero e non lo recuperavi se non compravi il VHS o il DVD quando uscivano. Oggi il film, invece, è sullo smartphone, è con te, sempre. E questo averlo a portata di mano ce lo fa considerare scontato.
Credo che fare cinema sia ancora possibile, tra mille difficoltà, ma è difficile farlo passare come cinema blasonato, anche quando lo è a prescindere dai mezzi. Esistono prodotti che vengono distribuiti al grande pubblico, su larga scala, che sono ottime cornici ma senza grande qualità contenutistica. Però esistono anche eccellenti serie TV italiane, con cast tecnici e artistici di livelli altissimi. Ed è una grande cosa. Ma tra i film italiani mancano i generi, mancano i numeri. Ecco perché esiste questo “braccio di ferro” tra cinema indipendente e cinema.
MMI: L’emergenza sanitaria che stiamo vivendo ha confermato un retroscena amaro duro da digerire: vince il monopolio streaming. Speranza o preoccupazione?
Antimo Leva (regista): Menomale che esiste lo streaming! Grazie alle piattaforme come Netflix molte persone si sono sentite protette. Protette dal fatto che quel tempo che il virus ti toglieva dal prossimo e dal quotidiano, non poteva togliertelo da un buon film o da una serie TV. Credo che siano nati molti cinefili durante la pandemia. Però una preoccupazione c’è: il cinema è un arte relativamente giovane, rispetto alle altre. Ha circa centrotrenta anni e non credo ci sia tutto questo bisogno – così precoce – di dimenticarci l’origine, che resta la sala. La sala è un luogo magnifico dove il cinema assume il suo aspetto originario. È dove un film, che è finzione per natura, diventa vero come il vicino di poltrona. Io credo che la gente ha ancora voglia di andare al cinema. La responsabilità non è, e non sarà mai, degli spettatori, ma di come vengono trattati e dai prodotti che gli offri. Quando esce un film di Checco Zalone la gente si precipita – e giustamente – in sala, magari facendo il bis nei giorni successivi. Non è lo streaming il problema della sala. Lo streaming c’era anche, se così si può dire, con le Pay TV degli anni ’90 e i primi anni 2000. Vittorio Cecchi Gori ne presentava una addirittura nel ’91 ai David di Donatello.
Il problema è, ho la sensazione, che ci si preoccupi – almeno in Italia – troppo poco di fare la storia del cinema. Pare che viviamo sempre con la sottovalutazione di non riuscire ad emulare i grandi maestri del passato. Come se non fosse possibile fare meglio. Ipocrisie a parte, il cinema sembra avere un peso più leggero in Italia rispetto ad altro. Peccato, perché gli spettatori ci sarebbero pure ed abbiamo attori ed attrici meravigliosi: il problema sono le storie. L’unica cosa che mette speranza è che l’Italia è una nazione piena di talenti, dai direttori della fotografia agli scenografi, dai registi ai compositori di colonne sonore. Serve solo la consapevolezza che il ‘900 è passato e che dobbiamo scrivere nuove pagine di storia, ma numerose pagine, per evitare che tra cento anni si parli poco o per niente del primo secolo del 2000.
MMI: Fare cinema è difficile, farlo in modo indipendente ancora di più. Nella vetrina delle luci da ‘red carpet’ il grande numero sommerso è la produzione indipendente a zero badget. Si può fare di più?
A.L. : Oggi i Red carpet sono i social. Una volta questo termine era unicamente riferito al cinema: fa pensare al divismo Hollywoodiano del passato o agli anni ’50 Italiani con Capri e Venezia e le stelle del firmamento nostrano come Sofia Loren, Gina Lollobrigida, Vittorio De Sica e Rossellini. Oggi è riferibile un po’ a tutto. Quindi il cinema indipendente si perde. Non ha la stessa patina luminosa di quello con nomi famosi, una buona campagna marketing e tutti i fronzoli che attirano come le luci di un luna park: il cosiddetto cinema commerciale. Ma io adoro il cinema commerciale. Quello che sfonda al box office. Che ha una grande pre-produzione e una grande distribuzione. Ma questa differenza tra cinema commerciale e cinema indipendente è davvero inutile. Secondo me, non dovrebbe esserci. Il cinema, all’origine, è uno: si può parlare, al limite, do film ad alto budget, a basso budget o a zero budget. Il problema vero e proprio è che del cinema a zero budget interessa a pochi. Il termine indipendente viene usato a sproposito, a volte. Molto spesso alcuni canali che cercano prodotti indipendenti, sudano freddo se gli presenti un qualcosa senza qualche attore già noto almeno sui social.
Negli Usa, invece, è sinonimo di premi internazionali, festival di prim’ordine, passerelle, e anche sequel, action figures, videogiochi e merchandising. Prendiamo ad esempio “La casa” di Sam Raimi. Era un film fatto tra amici e poi ha ricevuto aiuti e consensi, ed è diventato un cult, primo di una trilogia. Il cinema deve essere sempre commerciale. Grazie agli incassi di molti film popolari il cinema italiano è diventato prospero negli anni precedenti. Comunque non ho risposte concrete sul “si può fare di più?”. Ci sono esperti e professionisti che ne sanno più di me e possono dire cose più interessanti. Credo che un primo passo sia anche l’impegno degli appassionati di cinema, di recensori e critici, che dovrebbero scovare più film sconosciuti piuttosto che occuparsi in maniera quasi protocollare, principalmente di opere famose.
MMI: Parlare di tematiche LGBTQ+, in Italia, sembra ancora utopistico. Qual è il ruolo del cinema?
A.Di Costa: Per me il ruolo del cinema è sempre stato maieutico e pedagogico. Senza tornare alla famosa “Poetica”, credo che ogni gesto comunicativo e artistico celi un messaggio. Elaborare quel messaggio è il compito dello spettatore attento, così come è un altro compito quello di trarre conclusioni proprie da un film. Non voglio assolutamente però sottovalutare il puro entertainment, io e Antimo tra l’altro siamo grandissimi estimatori del cinema di genere e della commedia, non per forza brillante. Credo a questo proposito che parlare di tematiche LGBTQ+ sia uno dei modi che ha il cinema di relazionarsi con la realtà, proprio mentre forse la realtà vera e propria tende a sottovalutarle. A volte vado un po’ con la mente addietro e mi rendo conto di quanto alcune scelte, come quelle di Ozpetek ad esempio, siano state fondamentali, nutritive, fisiologiche per il nostro cinema, così come quelle di tanti altri registi che se ne sono occupati che non cito per brevità. Il caso Ozpetek mi serve giusto come esempio per arrivare a comprendere che forse una riflessione attorno a questi temi possa essere davvero prima di tutto condivisa, ma anche poi correttamente recepita più che dal pubblico, che per me ha sempre ragione (o quasi), proprio dall’opinione pubblica in senso ampio.
Francesco Maria Punzo: In Italia è difficile fare tutto o meglio bisogna seguire degli iter ben mirati molte volte pieni di compromessi figuriamoci trattare un argomento come quello del LGBTQ+ che in Italia non è ancora del tutto accettata… Mi piace come “definisce” l’Italia uno dei scenegiatori di Boris : “Blaterano tanto che vogliono il futuro… (il popolo italiano) il peggior conservatorismo che però si tinge di simpatia, di colore di payette in una parola Plantinette”
Si parla di futuro quando poi si fa di tutto per sopprimerlo, non si cerca veramente una via innovativa, Antimo invece cerca proprio questo, strade nuove, coraggiose, che però non sempre vengono accolte. Il cinema forse meno rispetto al teatro è un atto politico e per la sua funzione sociale ha l’obbligo di scardinare il marciume e aprire nuovi orizzonti.
MMI: Fare l’attore è un po’ come indossare la pelle di un camaleonte. Oggigiorno è facile fare questo mestiere?
A.Di Costa: Credo sia una metafora molto efficace. Innanzitutto perché come è vero nella prassi recitativa è vero anche a livello di personal branding dell’attore, o per meglio dire di “come si muove l’attore nell’ambiente”. Quando 5 anni fa ormai ho iniziato a recitare, si avvertiva meno interesse di adesso a scovare nuovi talenti o a dare un’opportunità a dei giovani. Ora, invece, grazie alla distribuzione ampliata, quasi estrema, si possono sfruttare molte più occasioni per mettersi in luce. Basta pensare a questo florido settore “teen” che stanno scoprendo le produzioni nostrane. Diciamo però che tuttora non credo sia realmente facile, anzi. Dalle esperienze che ho fatto e osservando i contesti in cui mi sono ritrovato come attore ho potuto percepire che si tratta, come forse di ogni professione artistica, di un mondo complesso, fatto a volte anche di avvilimenti, sfiducia, molta precarietà. Ma magari è proprio questo quello che ci piace dell’arte, il fatto che si tratta di un rapporto in cui si soffre, si fatica, si sputa sangue, ci si rincorre e ci si affanna, ma che senza tutte queste sfumature, questi alti e bassi, forse non sarebbe lo stesso. Se ci pensiamo è un po’ simile a quelle relazioni un po’ turbolente che però non durerebbero se al contempo non infondessero anche un senso immenso di pace, con se stessi e con gli altri.
Francesco Maria Punzo: Molti maestri dicono che l’attore non si fa, si è. Oggi è difficile perché c’è tanta confusione, il mercato è saturo di attori e pseudo attori. C’è bisogno sicuramente di tanta perseveranza che non deve far perdere la poesia di questo mestiere. “Immedesimarsi” , “mettersi nei panni” le parole più usate per definire il lavoro dell’attore sono un processo, un percorso di studio e ricerca che bisogna associare all’istinto , è una sfida continua è un continuo mettersi in discussione. Bisogna essere forti e con il pelo sullo stomaco, stare ed aspettare il momento per partire.
MMI: emozionante, alla tua tenera età, girare un film per il cinema?
Francesca D’Ascia: “Ricordo bene la mattina che ho girato la prima volta una scena di un film. Io ero in classe e mia madre mi fece chiamare per chiedermi di partecipare ad un cortometraggio con alcuni suoi amici. Era una mattina come tante ma è diventata una giornata fortunata. Ho avuto la fortuna di partecipare ed è stata una bella emozione. Ricordo che abbiamo ripetuto la scena del finale molte volte, ma io non ero mai stanca. Io nella scena abbraccio un pagliaccio che è nel teatro della scuola con la sua fidanzata. Quel pagliaccio aveva paura degli abbracci perché aveva una malattia ma io gli vado incontro per ringraziarlo dello spettacolo di magia che aveva fatto. La sua fidanzata lo aiuta e ci abbracciamo tutti e tre. È stato magico.”
CAST: Alessia Fergola ed Erica De Lisio assistenti alla regia. ATTORI: Antonio Di Costa: Valerio Francesco Maria Punzo: Massimo Gianmarco Bisesti: Luigi Ciro Abate: Antonio Vittorio Maggesi: Alessio Roberta Lanza: Sara Lelie Maxime: Tonia Francesca D’Ascia: Alunna
Seguici su MMI e Metropolitan cinema





