“Al mondo antico chiuso nel suo cuore, la gente del 2000 ormai non crede più”. Cantava così Adriano Celentano la storia di Serafino. In una ballata popolare, che ha il sapore dei campi che racconta, tra giri di fisarmonica e tarantella da far girar la testa, e colonna sonora del film stasera in tv, “Serafino“. “No quiere ir alla luna” è scritto sulla locandina: Serafino non vuole andare sulla luna, sui monti del suo paese, ma non più in alto.

Era il 1968, quando Pietro Germi realizzò il film “Serafino“, stasera in tv, contro ogni aspettativa, perché Celentano, anziché fare il cantante, recitava difendendo il valore delle cose semplici. La critica non approvava all’unanime, quando si trattavano tematiche differenti, insolite, come mettere in risalto, amabilmente, gli usi di provincia. Germi, contro corrente, e fierissimo di esserlo perché ci credeva, fa una commedia su un’Italia contadina, sui buoni valori di una volta oramai scomparsi. E lo fa con modi espressivi forti, quasi volgari. Il popolo e le sue osterie, i quarti di vino imbevuti di canti liberatori, espressioni di lotte contadine. In un mondo che sembrava dimenticato dalla città, dove le caciotte erano usate per pagare sia debiti, che prestazioni sessuali.

Serafino, il meglio è passato

Serafino -L’EREDITÀ, LA FESTA-Da YouTube 

Adriano Celentano, non è il molleggiato del Clan. Neanche il ballerino dai reni fuori posto e menisco roteante, ma le movenze sono quelle di un villano, pastore del suo gregge. Dalla via Gluck, il trainatore di “Azzurro“, lui che prometteva “24.000 baci” a tempo di rock, si ritrova tra le montagne di Lazio e Abruzzo, ad Arquata del Tronto, tra lo zio Agenore e la zia Gesuina. Nella compagnia festosa delle genti di fine anni ’60, al passo del carro trainato dai buoi, di amaro resta solo il vino. Congedato anzitempo dal servizio militare a Milano, il sanguigno Serafino (Adriano Celentano), in cui avevano diagnosticato insufficienza mentale, viene rispedito al suo paese, due case e un forno. Sarà per lui, l’occasione per rivedere la giovane cugina Lidia, (una giovanissima Ottavia Piccolo) e diventarne l’amante.

Ma tra i pascoli gli amori non si contano. Così il cuore di Serafino batte anche per la prostituta Asmara (Francesca Romana Coluzzi, attrice protagonista di commedie erotiche). L’animo gentile, cresciuto tra ‘pagnotte’, a una spanna dal regno dei cieli, gli farà elargire agli amici i beni ricevuti in eredità. Ma una notte verrà scoperto in camera di Lidia. Tanto basterà a costringerlo alle nozze. Serafino Fiorin, prende la sua legittima sposa “secondo il rito di ‘SanDa’ Madre Chiesa“. Rispondendo ‘Si’, davanti al parroco e tutto il suo paese a testimone, ma sarà per convinzione?

Serafino, le ballate che non ti aspetti

Trailer SERAFINO (1968)- Da YouTube

Serafino, un Adriano Celentano che mastica l’accento marchigiano impastato di milanese che esce però ciociaro, compra anche la macchina nuova, rossa, da mostrare come vuole l’usanza, in giro per tutto il paese. Con la banda caricata sopra. “Faglie senti’ la radio!“, dirà nell’esultanza generale. Ogni dialogo è intervallato da una canzone, le note tipiche delle osterie. Quando un armonica era sempre in tasca, tra botti piene e gli stornelli sopra le righe. Le musiche di “Serafino” stasera in tv, sono scritte dal maestro Carlo Rustichelli, padre di Alida Chelli, moglie di Walter Chiari. Sono tradizionali canti pastorali, coinvolgenti come ad una sagra.

Nasce dal titolo del film, il capo di abbigliamento contraddistinto con il nome di ‘serafino’: quel tipo di maglia con scollo arrotondato e bottoni. Modello ‘zappatore’ ma francesizzato, divenuto di gran moda. Celentano fu scartato da Pietro Germi al suo primo provino per il film. A raccontarlo è Gino Santercole, fedele amico del giovane Adriano, anch’egli attore nel film. Con la sua faccia da gangster, non rideva abbastanza, non aveva la goliardia che il bucolico personaggio richiedeva. Ma le risorse di Adriano, lo trasformarono nell’attore che il copione esigeva, aggiudicandosi anche il Globo d’Oro per l’interpretazione. Tra l’entusiasmo e la soddisfazione del regista che controllava personalmente che ‘Serafino non tornasse più Celentano‘, l’uomo delle pause, dei silenzi, e degli occhi ammiccanti.

‘La dove c’era l’erba’…

Serafino– scena RICERCA DEL TESTAMENTO DELLA ZIA-Da YouTube

Serafino “s’è messo sulla bona strada“, ha ordinato 450 messe per sua zia, è il più compassionevole dei parrocchiani; un eroe del nostro tempo, che conserva le foto delle sue pecore e del cane Lupetto; lui che non ha medaglie in guerra, ma vince in onore tra i pascoli e le mulattiere. Regala dentiere, e bisogna mettere anche a verbale che la sua gente ‘ha magnato tutto spesato‘. Grazie a Serafino, idealista inconsapevole, del gran maestro di Germi. Perché il film gode di un gran regista. Che scrive di gente di casa, insieme allo sceneggiatore Tullio Pinelli (già scrittore di Fellini).

Pur essendo un uomo del nord, nato a Genova, Germi era vicino ai semplici del sud. Artigiano dietro la macchina da presa, aveva chiamato a raccolta cittadini del luogo come comparse, tra Sperlonga, Amatrice e i Monti Sibillini. Il film incassò tre miliardi di lire al botteghino, quando un biglietto per lo spettacolo ne costava solo duecento. Venne vietato ai minori di quattordici anni, e questo rese la pellicola ancora più intrigante e ricercata, nonché criticata. Il ragazzo che cantava con i “Rock Boys“, che suonava la chitarra come Elvis, stupiva recitando in un film inconsueto per il periodo. Ci sembra di rivederli, il burbero Germi con il suo immancabile sigaro, e lo scanzonato Celentano, in una commovente passeggiata, dopo cena a fine riprese, nel corso di Amatrice. In una strada che non esiste più, cancellata dal terremoto. Dove una volta fioriva il cinema a parlare della bellezza intatta di certe terre, dei vicoli, delle voci, della sua gente. A volte accade, che un film, acquisisca col tempo ricordi e significati importanti.

Federica De Candia. Seguici su MMI e Metropolitan Cinema!