Ricorderete tutti la terribile challenge che si diffuse a metà del 2017, la Blue Whale, l’aberrante gioco in cui dei ragazzini dovevano cimentarsi in 50 prove di coraggio in un crescendo di atti autolesionisti che potrebbero portare addirittura al suicidio, è diventata una tragica realtà. A Milano arriva la prima condanna di un “curatore”, un anno e mezzo di carcere per atti persecutori e violenza privata aggravati. Il curatore è colui che si che si arroga il diritto di ordinare le prove e di infliggere le punizioni a chi non riesce a superarle.

Blue Whale challenge: ecco cos’è successo

L’allarme “Blue Whale” si diffuse molto velocemente tra i genitori anche di ragazzi in età preadolescenziale. Furono centinaia gli esposti che arrivarono alla Procura di Milano da insegnanti o genitori che segnalavano presunti casi di “Blue Whale”, molti dei quali poi si rivelarono inconsistenti. Paradossalmente, fu proprio questo clamore a dare il via ad alcuni episodi di emulazione che trasformarono in realtà ciò che fino ad allora era stato solo un caso mediatico.

Come nel caso di una giovane milanese, oggi 25 enne, come riporta il Corriere della Sera, con già qualche problema di disagio. La ragazza è stata condannata per aver costretto, tramite i social, una minorenne di Palermo a infliggersi alcuni tagli sul corpo e ad inviarle le foto, come primo step delle 50 prove di coraggio. A deciderlo è stato oggi il giudice della nona sezione penale Angela Martone. La vicenda, al centro di un processo durato due anni, era venuta a galla in seguito a una inchiesta sul fenomeno da parte di una giornalista che, fingendo di essere una minorenne pronta alla ‘sfida’, aveva aperto un profilo sui social ed era entrata in contatto con una alunna delle scuole medie di Palermo, ai tempi aveva 12 anni, che, nell’estate di quattro anni fa per qualche mese, aveva cominciato a giocare per davvero con la giovane imputata.

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Giulia Di Maio