Andrea Soldi, un 45enne di Torino è morto il 5 agosto del 2015 in seguito a una procedura di Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO). Soldi era malato di schizofrenia e da mesi aveva interrotto le cure: suo padre, a quel punto, aveva richiesto alle autorità di eseguire un TSO, cioè un prelievo “forzato” di un paziente che soffre di malattia mentale che per qualche ragione rifiuta di curarsi, causando un pericolo per la sicurezza proprie e delle altre persone. Da settimane diversi testimoni che hanno assistito al TSO di Soldi hanno raccontato che è stato eseguito in maniera eccessivamente rude, mentre i tre vigili urbani che l’hanno eseguito si sono difesi spiegando di avere agito nel rispetto delle procedure.

Il caso di Andrea Soldi, cosa è successo

Diversi giornali, nel 2015, hanno pubblicato la trascrizione di una telefonata avvenuta fra l’autista dell’ambulanza che ha trasportato Soldi in ospedale durante il TSO e il centralino del 118, che sembra confermare le critiche. Nella telefonata, infatti, l’autista definisce il TSO nei confronti di Soldi «un po’ invasivo» e che i vigili urbani responsabili «lo hanno fatto un po’ soffocare». Sulla morte di Soldi stanno indagando la procura e i NAS di Torino: i tre vigili e lo psichiatra responsabili del TSO eseguito il 5 agosto sono attualmente indagati dalla procura di Torino per omicidio colposo. Il ministro della Salute Beatrice Lorenzin ha inviato degli ispettori ministeriali per stendere una relazione sul caso. Fra le altre cose, il caso di soldi ha sollevato un nuovo dibattito sulla legittimità e le procedure del TSO, giudicate da tempo eccessivamente dure da esperti in materia: il senatore del PD ed esperto di diritti umani Luigi Manconi ha detto che «la morte di Andrea Soldi dimostra che il TSO si sta trasformando in una sorta di mandato di cattura».

Andrea Soldi aveva 45 anni e viveva a Torino. Secondo quanto raccontato dalla sorella Maria Cristina Soldi a Repubblica, dal 1991 era malato di schizofrenia, una malattia psichiatrica che danneggia molto duramente le capacità cognitive e relazionali di chi ne soffre. Fino ai primi anni Duemila, Soldi lavorava nell’azienda di suo padre e seguiva una squadra di calcio di ragazzi del quartiere. Negli ultimi anni però, sempre secondo la sorella, le sue condizioni erano peggiorate: Soldi passava le giornate in casa propria oppure su una panchina del parco di Piazza Umbria, che si trova a nordovest del centro di Torino. Secondo diverse persone che lo conoscevano, Soldi non era una persona violenta: frequentava spesso un bar della zona e giocava all’aperto con alcuni bambini. Secondo la Stampa, i problemi causati dalla schizofrenia si limitavano a renderlo apatico e fargli «trascurare la propria igiene personale».

Negli ultimi anni Soldi aveva spesso interrotto le cure ed era stato interessato da cinque interventi di TSO (che devono essere richiesti da due medici e approvati dal sindaco o dall’assessore competente). Un nuovo intervento era stato richiesto alcune settimane fa da suo padre, che ha 80 anni e che secondo la sorella aveva molte difficoltà a gestire la condizione di Soldi. Nel primo pomeriggio del 5 agosto, tre vigili urbani dei Nucleo dei Progetti e Servizi Mirati di Torino, uno psichiatra e un infermiere sono intervenuti per eseguire un TSO su Soldi, che si trovava al parco di Piazza Umbria. Diversi testimoni hanno raccontato che Soldi ha rifiutato l’intervento e che di conseguenza è stato trascinato a forza all’interno di un ambulanza.

La telefonata dell’autista dell’ambulanza al centralino del 118, però, aggiunge diversi particolari che fanno pensare a un’esecuzione parecchio violenta del TSO. Scrive il Corriere della Sera:

«È stato un po’ invasivo…» dice il ragazzo alla centralista del 118, la dottoressa con cui era già in contatto dall’inizio dell’operazione. Il riferimento è alla manovra di contenimento con cui i tre vigili hanno immobilizzato Andrea Soldi, prelevandolo dalla panchina su cui era seduto e ammanettandolo. «Lo hanno preso al collo… lo hanno fatto un po’ soffocare» sottolinea il testimone, che a un certo punto rivela: «Mi hanno detto di caricarlo, ma siccome aveva le manette ed era a pancia in giù non volevo farlo e ho detto di no. Ma loro me l’hanno ordinato e io l’ho lasciato così, a pancia in giù».

Una versione parzialmente diversa della trascrizione della telefonata, pubblicata da Repubblica, suggerisce che a ordinare che Soldi venisse lasciato a testa in giù sia stato lo psichiatra presente durante il TSO. Soldi è arrivato all’ospedale Maria Vittoria di Torino in crisi respiratoria ed è morto poco dopo.

Il TSO è previsto per legge dal 1978 ma è da anni oggetto di dibattito perché ritenuto poco regolamentato: nel 2013 in Italia ne sono stati eseguiti 9.021, dei quali più di un terzo su pazienti affetti da schizofrenia. Luigi Manconi ha detto che 2015 già in tre casi (compreso quello di Soldi) i pazienti interessati da TSO sono morti in seguito alla procedura, e che in generale è necessario che ad eseguirlo venga incaricato del personale adeguatamente formato. Emilio Sacchetti, presidente della Società italiana di psichiatria, ha però detto che già a oggi «la tendenza della psichiatria moderna è di usarli come ultima ratio. [Ma] quando è necessario, il Tso si deve fare. Se non ci sono abusi credo sia meglio di una sedazione troppo pesante con farmaci. Per giunta a gennaio dovrebbero arrivare anche in Italia tecniche nuove [una specie di spray “calmante”] che sedano in tutta sicurezza».

Nel suo diario, Andrea Soldi ha raccontato se stesso dalle prime crisi, avvertite quando, nel 1990, a vent’anni, faceva il servizio militare, ha descritto il rapporto con i suoi famigliari e le sue allucinazioni, ha riportato le lettere che aveva scritto ad amici e parenti. Vent’anni di vita, fino a quando la malattia, divenuta più grave, gli ha impedito di continuare a scrivere.

«In queste lettere viene fuori tutta la sua dolcezza, il senso della vita e la profondità spirituale», aggiunge Spicuglia. «Suo padre capisce finalmente che suo figlio non lo odiava affatto, anzi gli voleva bene, ma riusciva ad esprimerlo solo attraverso la scrittura. Dietro l’immagine di un ragazzo che passava le sue giornate su una panchina a parlare da solo in maniera concitata si nascondeva una persona capace di esprimere la bellezza nella fragilità, con una profondità di pensiero e di sentimenti, di visione sul valore della vita, della famiglia e dell’amicizia. È stato come rimettere insieme i pezzi che 25 anni di malattia avevano stravolto».

Oltre al diario di Andrea, per scrivere il libro Spicuglia ha tratto spunto dalle conversazioni con i suoi familiari e dai documenti processuali: un lavoro durato tre anni. «L’auspicio è che questo racconto serva a far sì che quest’esperienza diventi patrimonio di tutti e che quello che è accaduto ad Andrea non si ripeta mai più».