Un viaggio nei ricordi e nel dolore di un padre per la morte di un figlio. Paolo Simoncelli, padre del povero Marco Simoncelli, ha ripercorso quel giorno terribile raccontando quei terribili attimi e spiegando che tipo di rapporto aveva con il figlio, erede di Valentino Rossi nella MotoGP. Parole toccanti che emozionano.

Le parole di papà Paolo a dieci anni dalla scomparsa di Marco Simoncelli

Ecco le parole, toccanti e profonde, di Paolo Simoncelli, il padre dello sfortunato Marco Simoncelli, rilasciate a La Verità:

Non mi sono tuffato in associazioni di genitori senza figli, anche se hanno provato a coinvolgerci. Per non parlare di altre sette strane. Bisogna fare attenzione, quando succede un fatto così arrivano le persone più assurde. Tipo gente che parla coi morti. Devi veramente avere i coglioni tosti per non cadere nella rete di questi personaggi. Veri e propri truffatori. Tanti ci cascano e ne diventano schiavi. Come dice mia moglie, se quel giorno Marco fosse stato un muratore sarebbe caduto da un ponteggio. Ci siamo resi conto che esiste un destino e quando arriva il tuo momento non c’è nulla da fare. Ha presente la canzone di Vecchioni, Samarcanda? Ecco, lo riassume bene. Marco è morto per 10 centimetri. Se Vale lo avesse preso sulla spalla, invece che sul casco, oggi sarebbe ancora qui“.

Le nostre litigate le abbiamo fatte. Qualche calcio nel culo Marco lo ha preso. Era uno che faceva anche incazzare, non era il figlio santificato. Gli dicevo sempre le cose com’erano senza mezzi termini. Però poi finiva lì, un abbraccio risolveva tutto. E lui apprezzava: sapeva che quando aveva ragione io gli davo ragione, e viceversa. Per questo aveva fiducia in me. Ma il nostro era stato un legame forte fin da subito; le domeniche, le gare, i consigli, le delusioni, le vittorie… bellissimo. Era troppo bello, non poteva durare“.

Di quel 23 ottobre ricordo il silenzio assordante del paddock. La telefonata a mia moglie per chiedere se era d’accordo per la donazione degli organi. L’abbraccio di Pedrosa. Un abbraccio liberatorio, intenso. Fu il primo che ricevetti. Spazzò via tutte le litigate avute prima. Il dolore, per forza di cose, o ti ammazza o lo superi. Sicuramente la nostra forza, mia e di mia moglie, è stata quella di non avere rimpianti. Altrimenti sarebbe stata veramente dura. La consapevolezza che se avessimo potuto tornare indietro avremmo rifatto le stesse cose ci ha dato e ci dà grande serenità. Il lavoro nella fondazione lo faccio per me, per non morire“.

La paura ce l’hanno i genitori. I piloti pensano sempre che succederà agli altri. Rimpianti? Non avergli girato l’asciugamano sulla linea di partenza in Malesia. Lo aveva messo alla rovescia. Vedere quel numero 58 rovesciato mi dava un fastidio che non riuscivo a spiegarmi. È l’unico rammarico che ho. Non averlo girato per non disturbarlo“.

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