E’ l’occasione di un’intera carriera per Daniel Malloy (Christian Slater) , giornalista d’assalto: intervistare all’interno di una stanza di hotel di San Francisco Louis de Pointe du Lac (Brad Pitt), quello per cui ha tutte le ragioni di credere un vampiro. Louis inizia quindi dal suo battesimo di dannazione, più di 200 anni prima.

Ricco proprietario terriero di New Orleans, ha appena perso la moglie e la figlia che portava in grembo. Incapace di sopportare ulteriormente ciò che gli resta da vivere, accetta la forse irrinunciabile proposta del raffinato e spietato Lestat de Liouncourt ( Tom Cruise): farsi trasformare in vampiro e vivere per l’eternità al di fuori delle gabbie emotive e morali degli essere umani, come coppia di predatori edonisti e immortali.

“Intervista col vampiro”: Anne Rice e il vampiro nuovo

Ma Louis non perde del tutto le sue peculiarità umane, e non diventa ciò che Lestat si è augurato. Infelice e tormentato dalla sua nuova condizione, non trova pace nemmeno nella vampirizzazione della piccola Claudia (l’esordiente Kirsten Dunst). Sarà lei ad accompagnarlo in un infruttoso viaggio a ritroso nel vecchio mondo alla ricerca di una qualche radice che possa dare un significato alla propria condizione. Se c’è un punto di sutura da cercare nella percezione della figura del vampiro nell’immaginario comune che era e quella che è diventata, buona parte della responsabilità va cercata in Anne Rice.

Il suo “Interview with the vampire: the Vampire Chronicles” del 1994 rappresenta nei fatti un’evoluzione e attualizzazione della figura del vampiro come mai è stato prima. Non è certo un caso che, cronologicamente, l’amarcord del suo protagonista inizi nello stesso periodo in cui termina il “Dracula” di Bram Stoker e la sua controparte filmica, quel “Dracula” di Francis Ford Coppola che nel 1992 aveva in qualche modo chiuso in modo meraviglioso con l’approccio romantico e totalizzante al mostro. Il vampiro Louis ora è mutato e mutante, una creatura dolorosamente “etica”. Nell’accettazione della propria condizione di mezzo è condannata all’infelicità prima che alla non-morte.

Un diversa condanna all’eternità in un nuovo mondo

L’esistenzialismo al posto del romanticismo come motore dei fatti del mondo. L’amour fou che cede il passo alla disperata ricerca di un proprio posto nel mondo. La vampirizzazione come sublimazione omo-erotica dell’atto sessuale. I rapporti tra vampiri vecchi e nuovi che riportano a un’idea distorta delle forme genitoriali convenzionali. La definitiva negazione della morte come sollievo dai dolori terreni che diventa eterna condanna alla vita. Mutante come il cinema di Neil Jordan del resto. Che da “La moglie del soldato” in giù ha sempre gettato l’occhio sulle figure condannate all’essere a cavallo di due mondi. Creature nuove e diverse che in un modo o nell’altro avrebbero bisogno di una realtà che ancora non esiste.

Nella trasposizione filmica i due universi a confronti diventano il “vecchio” e il “nuovo mondo”. C’è l’Europa, dove Louis va in cerca di qualche risposta con Claudia dopo essersi lasciato alle spalle Lestat, vampiro predatorio in pace la propria condizione. A Parigi, nucleo fondante della sua New Orleans i vampiri, decadenti e decaduti, sono ridotti a rappresentazioni teatrali meta-vampiriche dove “i vampiri fingono di essere umani che fingono di essere vampiri” per il sollazzo del pubblico più ardito. Cristallizzati in regole vecchie secoli che non funzionano più per Louis e auto-ghettizzati, continuano a seguire le indiscutibili regole del vecchio mondo. A un vampiro che uccide un altro vampiro non resta che la dannazione eterna.

Un cantore di nuovi mondi e un sacco di soldi

E c’è il nuovo mondo. Foriero di infinite possibilità e chissà cos’altro, dove Louis ha finalmente l’occasione di rivedere un’alba e il blu del mare, seppure solo al cinema. Minuscole scaglie di consolazione indiretta che in qualche modo gli permettono di controbilanciare la sua irrisolvibile condizione esistenziale. Un’enorme e ambizioso affresco granguignolesco per cui la Geffen Pictures ha speso 60 milioni di dollari, il lavoro di Jordan è un sorprendentemente equilibrato tourbillon di cifre, stili e tensioni.

Intorno alla struttura horror-drammatica di base, esaltata dal pesante e magniloquente southern gotic dei candidati al premio Oscar Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo, c’è spazio anche per l’ironia e un pizzico di auto-ironia. Un’ulteriore mutazione di genere che, aldilà dello straripante successo al botteghino, questa volta un suo posto l’ha davvero trovato nella cinematografia di fine millennio.

Andrea Avvenengo

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