Tra gli anni Settanta e gli Ottanta sono molte le femministe che scelgono di portare avanti la propria lotta lungo la via della cultura. Entrano nelle università e le loro pubblicazioni hanno forte impatto a livello accademico. Sono le basi per la nascita degli studi di genere. Non costituiscono una disciplina finita e definita, ma si presentano come un approccio interculturale ai significati sociali e culturali dell’identità di genere e della sessualità. Una lettura attenta al discorso di genere è infatti applicabile a qualsiasi sfera del sapere, così da permettere alle donne di riuscire finalmente a riscrivere storia e cultura. Prendendosi quello spazio che non è stato loro concesso.
Differenza e decostruzione: le due “D” degli studi di genere in Francia
Mentre negli Stati Uniti nascono pietre miliari della letteratura di genere, la Francia è la culla della teoria della differenza sessuale. È il femminismo di Julia Kristeva, Luce Irigaray e Helene Cixous. Quello che ripensa in maniera critica la rappresentazione del maschile e del femminile nella visione occidentale. In questo senso è fondamentale l’influenza del concetto di decostruzione di Jacques Derrida, che propone di smontare i dualismi della nostra cultura. L’idea di questo femminismo è quindi di criticare il sistema di poteri che organizza i sessi in superiore e inferiore con tutto ciò che ne consegue.
Le donne sono differenti e non devono essere valutate solo in relazione agli uomini. È tempo di dare a questa unicità, pari a quella maschile, la giusta rappresentazione.
E in Italia?
In Italia è più lento il nodo tra studi di genere e università. In “Il sesso mancante nell’università italiana” del 2013, Francesco Antonelli e Giada Serra contano 57 insegnamenti collegati agli studi di genere in Italia in confronto ai 1097 negli Stati Uniti. Peraltro sono del tutto assenti specifiche lauree a riguardo. Al contrario, corsi, centri di ricerca e master sono regolarmente attivi. Questo è dovuto con buone probabilità al poco valore scientifico attribuito agli studi di genere dentro e fuori il mondo accademico.
D’altra parte, anche lo stesso argomento non è mai troppo entrato nelle maglie dell’università, spesso vista come luogo potere maschile. Si è quindi preferito tenere l’attivismo fuori dalle aule, in zone “separate” e, per l’appunto, differenti. Solo la riforma dell’università del 1999 portò all’apertura di corsi e ambiti di ricerca in merito. Un ritardo con il quale ancora oggi si fanno i conti. Eppure per le studentesse e non solo studiare la storia delle donne può aprire un mondo. Per me è stato così.
Commento autobiografico alla nascita di un sogno
Studiare la storia delle donne è studiare la storia di una lunga lotta. Coraggiosa e appassionante. Le donne hanno saputo conquistare i propri diritti contando le une sulle altre, aiutandosi a vicenda nel cammino su un terreno instabile. Hanno scoperto che tenendosi per mano possono arrivare ancora più lontano, fino a cercare di abbracciare il mondo intero. E per il loro successo hanno dovuto dire grazie solo a loro stesse e a chi ha combattuto perché potessero goderne. È la storia di una lunga lotta che continua, che si rinnova e di cui chiunque fa parte. Una storia che si dipana tra le pagine di un libro da sfogliare con orgoglio, tra parole di discorsi da ascoltare con il cuore vibrante di emozione.
Studiare la storia delle donne è studiarci a nostra volta. È scoprire da dove veniamo, dove vogliamo arrivare e ciò per cui vale la pena continuare a lottare.
Sara Rossi





