La notte polare più lunga. Una distesa di neve da non vedere a un passo la propria ombra. Siamo in Alaska, al Circolo polare artico. È Barrow, a restare all’oscuro per 30 lunghi giorni; la cittadina è annualmente soggetta a questa trasformazione spettrale. Non c’è una lampada che possa rischiarare quella fitta coltre scura dei “30 giorni di buio”: stasera in tv il film horror, vampiri e spazzaneve, ispirato da un fumetto.

Fu la Columbia Pictures ad aggiudicarsi i diritti a lungo contesi ad altre case cinematografiche, del fumetto di Steve Niles e Ben Templesmith, intitolato “30 Days of Night“. Le pagine disegnate, in cui il protagonista guarda fuori dalla finestra e vede i vampiri per la prima volta, diventano film nel 2007, con la sceneggiatura di Brian Nelson e la regia di David Slade (che si era già fatto notare con “Hard Candye“). Per un budget speso di 30 milioni di dollari. Girato in soli 33 giorni in uno studio, con il lavoro di 45 falegnami, e in alcuni esterni sempre di notte in Nuova Zelanda. Un misterioso straniero sabotatore, dopo aver atteso la partenza di gran parte degli abitanti dell’estremo nord del mondo, dovuta al fenomeno della lunga notte di buio, compie atti efferati e crudeli. Come l’abbattimento di ogni cane da slitta. Ripete, in una inquietante litania: “stanno arrivando“. Quando lo sceriffo Eben Oleson (Josh Hartnett) e il suo vice Billy Kitka (Manu Bennett) che indagano sul caso, arrestano il responsabile e lo portato alla stazione di polizia locale. Anche Stella Oleson (Melissa George), l’ex moglie dello sceriffo, è costretta a rimanere a Barrow avendo perso il suo aereo. E, nonostante i rapporti incrinati, aiuta l’ex nell’interrogatorio del forestiero.

Primato per gli effetti speciali

Un’orda di vampiri affamati si avventa senza pietà a massacrare gli umani, in un paesaggio perfetto. Dove la nave non ha candore, ma pietrifica lo scenario. Dove non si aspetta nessuna magica aurora boreale, ma solo l’oscurità annacquata dal sangue. Marlow (Danny Huston), è il leader aguzzino dei vampiri. “Spranga le finestre“, continuava a dire lo straniero nel freddo incessante. I mostri, facce storpie e dentini pizzuti marciti e insanguinati, ribaltano a mani nude la jeep di Eben e Stella. Che vengono salvati in tempo da Beau Brower, il guidatore dello spazzaneve cittadino. Tormente di neve, luce assente e comunicazioni interrotte, faranno da sfondo a teste mozzate con accette. E delle lampade ultraviolette, che in buona fede potrebbero rischiarare la notte artica temuta, saranno invece strumenti indispensabili per coltivare la marijuana ad uso terapeutico.

30 giorni di buio” ha avuto un sequel, e una parodia. E grazie all’aiuto di un professore di linguistica neozelandese, fu creata appositamente per il film, una lingua vampiresca. In una rivisitazione degli spettri vestiti in cappotti e completi gessati, come da ufficio. Non i cari vecchi vampiri eterei e indefiniti, ma fantocci un po’ zombie, cannibali metropolitani. E rubati alle solite ambientazioni a cui eravamo abituati. Esemplari gli effetti speciali, con 280 tonnellate di neve (un vero primato del cinema) e 4000 litri di sangue finto. Nel momento culminante del film, quando la città brucia, sono statutilizzato 5 tonnellate di gas propano per appiccare le fiamme.

Vampiri di strada

Il regista voleva che i vampiri facessero tutto ciò che possono fare gli esseri umani. Non sono state utilizzate imbracature o fili sospesi. Quando un vampiro deve saltare da un tetto all’altro, salterà veramente. E i salti sui veicoli o contro gli edifici sono tutti autentici, non ci sono corde o similari! Le unghie lunghe rendevano piuttosto difficili le prese. Inoltre, ogni attore o stuntman, indossava un paradenti su misura, per evitare un morso accidentale alle labbra durante una sequenza acrobatica. Ogni vampiro ha una carnagione giallastra, alquanto malaticcia. Resa da una speciale pittura per il corpo, un ‘inchiostro per tatuaggi’ venduto a Latona in Australia. Con gli occhi distanziati e rimpiccoliti dalla fotografia, ognuno di loro è dotato di un numero superiore ai 32 denti della dentatura umana. «Ho visto i loro denti… erano… come quelli dei vampiri…» «I vampiri non esistono Jack…». Se non fosse per quel canino.

Federica De Candia per Metropolitan magazine