“Voi vi sposate, e io pago, e io pago!”, diceva Totò al figlio che era Carlo Croccolo, e alla sua fidanzata. Ma era solo un simpatico e riuscito film. Dal 13 febbraio del 1927, chi era celibe doveva pagare. Questa tassa fu istituita dalla dittatura fascista, con lo scopo di favorire i matrimoni e, di conseguenza, incrementare il numero delle nascite. Ci volle il 1943 per la sua abolizione, e per far tornare libero l’uomo privo di talamo.
Scapoloni in camerata

Fu un flop: in quegli anni il tasso di natalità addirittura diminuì. Secondo l’ideologia fascista, una popolazione numerosa era indispensabile per perseguire gli obiettivi di grandezza nazionale che si pretendeva spettassero all’Italia. Oltre che per avere un esercito il più numeroso possibile in vista delle campagne militari che di lì a poco sarebbero state intraprese. La tassa, come dice lo stesso nome, valeva solo per gli uomini: si applicava soltanto alle persone non sposate di sesso maschile, per incentivarle a trovare una compagna e a procreare.
La norma prevedeva un contributo fisso che variava a seconda dell’età: partiva da 70 lire per le fasce più giovani – tra i 25 e i 35 – salendo poi a 100 fino a 50 anni, e si abbassava a 50 lire se si superava tale età. Dai 66 anni in su, si veniva esentati dal pagamento. E ne erano esclusi i sacerdoti cattolici e i religiosi che avevano pronunziato il voto di castità, e gli invalidi. Tali importi vennero anche aumentati per due volte, nell’aprile 1934 e nel marzo 1937. La pena massima per coloro che non pagavano era l’arresto. L’importo veniva devoluto all’Opera Nazionale Maternità e Infanzia. Il tributo, per quanto assurdo, aveva già un precedente illustre: l’imperatore Augusto, circa duemila anni prima, aveva introdotto un’imposta simile per i senatori senza moglie. Con il suo solenne discorso rivolto “ai celibi e agli orbi”: categorie stranamente accomunate, ma dal diritto romano.
Lex dura lex
È Mussolini nel suo Discorso dell’ascensione, a spiegare alla Camera il 26 maggio 1927 le ragioni del Regio decreto legge: “Ho approfittato di questa tassa per dare una frustata demografica alla nazione. Questo vi può sorprendere, e qualcuno di voi può dire: ma come, ce ne era bisogno? Ce n’è bisogno. Qualche intelligente dice: siamo in troppi. Gli intelligenti rispondono: siamo in pochi!. Affermo che dato non fondamentale ma pregiudiziale della potenza politica e quindi economica e morale delle nazioni è la loro potenza demografica. Parliamoci chiaro… Se si diminuisce, signori, non si fa l’Impero; si diventa una colonia“. Anche i giornali del periodo fanno eco alla voce del Duce, e riportano spesso articoli a sostegno del matrimonio e della famiglia. Ipotizzando in certi casi, collegamenti tra alcune devianze (omicidi, furti, criminalità), follia, rapporti morbosi, e il celibato: “La patologia del celibato” si leggeva nel titolo su La Stampa del 3 gennaio 1927.
A conti in tasca, conviene la tassa o la moglie? Qualcuno cantava, a bassa voce, lo Stornello popolare “Son passà da Ventimiglia per pagare il celibato e cento lire mi è restato“. A questi e ad altri interrogativi sulla ‘bonifica’ dei celibi, pensò di rispondere il governo Badoglio, con l’abolizione della tassa il 27 luglio 1943, alla sua prima riunione.
Federica De Candia Seguici su Google News





